L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 11 aprile 2019

Alceste il poeta - L'Italia è un paese bloccato intimorito pauroso perchè la minutaglia è passata al setaccio, ogni atto e il suo contrario hanno norme che puniscono, è diventata una gabbia di matti. Solo coloro che hanno contatto con la terra, il tempo, le piante ci potranno salvare

Martino Vu (divagazioni)


Roma, 5 aprile 2019

Un ragazzotto sui vent’anni o poco più mi ferma per la strada: “Mi scusi, sa dov’è il ci a ef … sta in zona … qui mi dà via martino vu, non so …”. “Il CAF di via Papa Martino Quinto, vuoi dire?”. Lui acconsente con un mezzo sorriso, come a dire: “Perché no, mi sa che è proprio quello!”. “Raggiungi la chiesa, quindi a sinistra, cinquanta metri e sei arrivato”. “Grazie!”. “Ciao, buona giornata”.

Di cosa si comporranno, poi, le buone giornate dell’omettino del futuro proprio non riesco a immaginarmelo.

Il CAF, acronimo di Centro Assistenza Fiscale, da non confondere col vero CAF, Craxi Andreotti Forlani, oggi in dimenticanza, come l’infimo rudere d’un palazzo creduto magnificente - il CAF sindacale, intendo, il bancoposta fraudolento donato dal potere in cambio dei lavoratori e dell’articolo 18 e di altri tranci legislativi che servivano a campare, nobilitato da una “ef”, pronunzia buona per il pidgin angloamericano dei micchi. “Si es ai”, CSI ovvero: “Crime Scene Investigation”; e allora “ci a ef”. Sempre meglio di “si ei ef”.

La sigla del telefilm primevo CSI era Who are you? degli Who. Un bel pezzo, esornato dal drumming di Keith Moon. Era il 1978. Quarantun anni prima di arrivare a Martino Vu. L’immaginazione al potere ha bruciato le tappe.

Un buontempone mi scrive un commento, anonimo e rancoroso, che ho eliminato solo perché, negli improperi, includeva una persona terza. La policy del blog (e giù risate!) consiste, infatti, in una regola molto semplice: siate gentili … verso tutti, meno che col sottoscritto. Siate gentili verso gli altri commentatori e il mondo in generale poiché le cose, spesso, non sono così evidenti come sembrano. Prudenza, insomma. Le smargiassate non mi sono mai piaciute, al pari del disordine, della mancanza alla parola data e della grettezza.

Nel commento anzidetto il denigratore si chiedeva, con insolente pigrizia, se fossi un cassamortaro, sempre lì a riguardare, con fare plumbeo, dall’alto in basso, il prossimo; atteggiamento grave quanto greve; ne seguiva l’invito a rinchiudermi in una delle casse di cui, evidentemente, lui supponeva il mercimonio, da sigillare infine con chiodi e silicone.

Seguire la seconda parte del consiglio del Nostro mi è, purtroppo, impossibile poiché ho già prenotata, con precise disposizioni testamentarie, una sepoltura all’ebrea. Cassaccia di legno da poco, infiltrazione d’acqua, veloce putrefazione. E via. Addio Alceste, cenere alla cenere, fango al fango. Fango, apar, afar, apeiron, eperu. Quello di sparire in fretta è un anelito dei migliori. Keats, nell’Ode all’usignolo, auspica: “Ch’io possa, non veduto, abbandonare il mondo”. Eraclito, aristocratico e di poche parole, rincara: “I corpi morti sono da gettarsi via più dell’immondizia”. La carne, questa verminosa e transeunte congerie di budella e impulsi ciechi, si sfaccia, al più presto. Ciò che pensava Amleto sui cadaveri l’ho già scritto.

Vi sembra una disposizione testamentaria bislacca? Guido Ceronetti al proprio funerale non volle donne in pantaloni. “Se vi saranno” disse “cacciatele via. Siano in sottanate, come le ho sognate sempre nella vita”.

La prima parte del commento, invece, è precisa. Sono un cassamortaro. Un becchino della società nuova. Sparo, classifico, interro. Un zombi, una poesia, un personaggio, un atto ignobile: scavo dalla mattina alla sera, preservo, brucio abiti pestilenziali, appicco incendi, polverizzo. O, se qualcosa ha valore, ricopro. Magari a qualcuno, prima o poi, verrà il ghiribizzo dell’archeologia.

In effetti il blog, a ben vedere, è un cimitero. Di tutte gli uomini, le donne e le gesta qui sotto formalina digitale resta pochissimo nella considerazione del mondo. Gadda? E chi legge più! La letteratura classica e medioevale? Le icone di Rüblev? L’Anonimo Romano? La filosofia, Machiavelli, Petronio, i trattati sulla Sfera, persino i saggi di gastronomia, chi li legge più. Le edicole chiudono una dopo l’altra, le biblioteche ordinarie si riconvertono in centri culturali dove il libro è visto con sospetto, quelle monumentali, come la Casanatense o la Vallicelliana a Roma, sono popolate da impiegati con le braccia conserte. “Chi viene qui? Nessuno! In una settimana? Dieci persone! Al massimo! Ma io ne ho viste solo due! Una è lei!”. E giù risate.

Una ragazza, al liceo, mi teneva in sospetto: "Ma tu ascolti solo musica di gente morta?".

Trovo logica, in epoca di dissoluzione, questa volontà archeozoica di regressione, ansiosa, lubrica, in cui la meschinità che, pure, a barbagli, riconosce la propria bassezza, rilancia senza soste la posta, in un cupio dissolvi irrefrenabile.

Il passato, il passato! Basta col passato! Il passato, infatti, è composto da stupidi. Coloro che ci hanno preceduto sono degli oscurantisti. A lungo andare, tale insegnamento ha dato il suo frutto. “Medioevale”, quale insulto, è merce comune oramai. “Volete farci regredire nel Medioevo!”. Chi arriva per ultimo è sempre il migliore: questo il dysangelium del potere, in un guscio di noce.

Sto leggendo Passeggiate nella campagna romana di Rodolfo Lanciani.
Si spizzica, pagina dopo pagina, la curiosità dotta.
Una placida Wunderkammer.
Ecco Varrone che, nel De re rustica, rivela, pianamente e senza orgoglio, la causa della malaria. Secondo lui “nelle paludi prosperavano insetti di dimensioni infinitesimali che, purtroppo, non potevano essere percepiti dall’occhio umano”; Prisciano ascriveva le febbri malariche a Saturno o, meglio, alle figlie di Saturno; un culto della Dea Febris, infatti, protettrice dalla malattia, sorse potente tanto da originare il nome: Febbraio; una chiesa di Santa Maria della Febbre, in una continuità senza cesure, sorgeva a ridosso della costantiniana Basilica di San Pietro, allora imponente, con cinque navate e centinaia di altari: un monumento della prima Cristianità in attesa dei riordini rinascimentali: il passato trascorre solo per fondare ciò che riteniamo, a torto, nuovo.
E poi il il sistema telegrafico di Cleosseno e Democlito, operato con torce o bandiere, e perfezionato da Polibio, certamente uno storico, ma soprattutto un ipparco, ovvero il comandante d’uno squadrone di cavalleria; perché la guerra, questa antica festa crudele, vantava la forza di affinare l’animo sin all’essenza; e poi cosa abbiamo? Il gioco della palla, da tenersi nello sphaeristerium, coperto o scoperto: una palla, spesso colorata, o leggera, gonfia d’aria (follis) o pesante (pila): da giocarsi, a volte, con leggiadria, fra movimenti aggraziati e danza, come fa Nausicaa, la meravigliosa ginnasta dell’arte, allorché, asieme alle compagne, scorge il naufrago Ulisse. Ulisse, il Fulvo, l’Astuto, l’uomo che restò per ore attaccato a un fico aspettando lo spegnersi del gorgo furioso e, quindi, salvò sé stesso, e la memoria d’Itaca, abbracciando il fasciame schiantato del naviglio che emergeva, come una tradizione benigna, dalla furia dell’indifferenziato, il mare di Scilla e Cariddi; o con più forza, come trigon, da giocarsi in stadi di legno solcati da linee basi e mediane, fra squadre maschili, alla stregua di un calcio di celeste razionalità, forse. E poi? Il samovar di Terracina, sorta di bollitore per acque speziate, preziosissimo reperto, più raffinato rispetto al comune thermopolium dei rivenditori di bevande calde, affine all’authepsa in bronzo di Pompei; quel samovar che, oggi, adorna la sala di un museo regio in Danimarca, probabilmente.

Leggendo, pur a caso, le pagine della classicità si viene immancabilmente assaliti da una sensazione irrefrenabile: quella d’essere in pieno ventunesimo secolo, senza la tecnica del ventunesimo secolo. Fleming possedeva la tecnica, Varrone no; quest’ultimo, tuttavia, era enormemente più intelligente. Varrone, Cleosseno, Polibio: uomini che amavano, si divertivano, guidavano coloni, pensavano, ordivano stragi: individui completi, umani, sani, con un senso morale, poiché la morale ci sottrae all’individualità e alla colpa abietta.“[Platon et Aristote] c’etaient d’honnêtes gens, qui riaient comme les autres avec leurs amis …”, intuisce Blaise Pascal.

L’intelligenza degli antichi fu straordinaria. La mente sgombra da sciocchezze, note a pie’ di pagina, postille, ideologie inumane, contrordini. Si innalzavano gli occhi al cielo, si fissavano pietre, si congelano gesti: da questa esperienza umilissima venivano accesi i fuochi del ragionamento: sottile, sensato, acuminato; la guerra riproduceva lo scontro di intelligenze, e viceversa. La sapienza come arma: Giorgio Colli riporta il misterioso indovinello che alcuni pescatori sottoposero a Omero quando li vide indaffarati con reti e lenze: “Quel che abbiamo preso abbiamo lasciato, quello che non abbiamo preso ce lo portiamo appresso”: un enigma tanto affilato che il poeta si suicidò per non esserne venuto a capo. L’uomo era immerso permanentemente nella sfida ch’egli portava dalle proprie trincee munitissime. Si aveva, infatti, alle spalle, la tradizione. Da qui le sortite. Qualcuno, un genio, poteva addirittura sfidare la sapienza tradizionale. Ciò che fece Socrate, lanciatosi nella battaglia con la forza dell’irrisione. Il concetto, pur distillato dalla sapienza tradizionale, va all’attacco delle comuni credenze. Così è il genio che, in tal caso, getta sé stesso sul tavolo da gioco della morte. Per questo, poi, Socrate accettò serenamente la cicuta. Conosceva le regole.

Anche una delle manifestazioni geniali dell’uomo romano, la giurisprudenza, sorge dalla guerra. “Il processo romano è la storia del duello per mezzo di cui terminavano que’ barbari abitatori dell’Aventino le loro contese. Tutti gli atti e le formole di tal processo altro non son che i legittimi atti di pace sostituiti a que’ primi violenti modi”.

Mi sono sempre chiesto perché nacque la psicologia. Improvvisamente, le nevrosi, l’Io, il Super Ego, il senso di Morte che raggela l’azione; la sensazione che i nostri atti nascano in una latrina, insomma, da una volgare putrescenza da cui ci distacchiamo faticosamente e mai del tutto; la scienza psicologica studia un cadavere più che un essere umano, fragile, catatonico, sempre insidiato dalla malattia dello spirito e impossibile da curare, perché non si può sanare ciò che è metafisicamente malato. Solo una raffinata e cosmopolita città in dissoluzione, Vienna, dove l’istituzione solare covava il verme e la muffa, era in grado d’escogitare una medicina buona a ricreare continuamente la malattia. Freud, quale ebreo, fu uno dei primi a recare il mondo al contrario nella modernità ottenendo un successo planetario. Il genio ebreo del rovesciamento ebbe qui un trionfo indiscusso: la civiltà affonda le radici nella merda, nient’altro che questo; conseguenza: tutto è merda. La fondazione di Roma imperiale, sede poi del Cristianesimo, avviene sulla merda, infatti; così come l’altruismo, la liberalità, l’amore puro, il valore sono rivelati nel loro squallido nascimento. Da Freud in poi la moda psicologica si servì di tali grimaldelli per trovare la merda in ogni minuscola e recondita circonvoluzione della bellezza; gl’indagatori dell’animo, infarinati dal pulviscolo del diavolo, si lanciarono, a pelo di caproni, lungo le praterie dello scibile umano rivelando, al fondo di tutto, la merda. Merda rinvenuta nelle sue modalità più ripugnanti e laide: colpa occulta, incesto, menzogna, sopraffazione. Che il Nostro sia passato alla storia per il complesso di Edipo è altamente indicativo. L’orfano Edipo uccide il padre e va a letto con la madre; l’istituzione familiare, il matrimonio, il patriarcato sono, evidentemente un inferno, così come tutto l’Occidente, questa perenne sorgiva di nequizie. Non si dice che qui opera un topos tipicamente greco, ovvero europeo; Edipo operò il male, ma lo fece inconsapevole, traviato dagli dei e dal Fato; egli sovvertì i limiti perché, come uomo, non poteva sapere i disegni del Cielo. Cosa c’è di più latino, germanico, occidentale? Cosa c’è di più tragico? Cosa c’è di più terribilmente occidentale della sfida della sapienza ch’egli recò contro la Sfinge, Colei che muove le mascelle fatali nell’enigma? Tale profondità abissale, che ha creato e definito la nostra civiltà, viene derubricata nella psicologia a romanzetto pruriginoso, buono per i palati ridanciani degli iconoclasti futuri, di sinistra, di destra o gnostici, dialettici, materialisti o apodittici, a seconda della digestione concettuale. I bambini sono perversi polimorfi, le madri zoccole, i padri dei porci: da tale lordura segue l’interpretazione onnicomprensiva del mondo, ancor oggi perfetta per sapere cosa sarà il Ventunesimo Secolo: il femminismo, la devastazione della cultura, la polcorrettezza, il piagnisteo buonista, l’antirazzismo, il migrantismo, l’odio per sé stessi, l’autodisprezzo dell’Italiano come civiltà vengono da qui. Hollywood fu l’incarnazione nazionalpopolare di tale attitudine, prima vivamente contrastata (codice Hays, McCarthy) poi finalmente vincente, dai Settanta in poi, complice il culturame d’accatto. Non che tale attitudine non abbia partorito, all’inizio, quando il contrasto fra antico e nuovo ordine era vivo, dei capilavoro, anzi. Lo stesso avviene in ogni branca dello scibile. Picasso, magnifico disegnatore figurativo, distrugge l’antico ordine che, tuttavia, cerca di resistere: la guerra fra chi dissolve e chi rimane nella tradizione crea qualche mirabilia. Poi Picasso vince; in seguito i seguaci e gli epigoni più sciocchi del distruttore reclamano una vittoria totale, sino alla devastazione dell’avversario. I commercianti d’arte li assecondano, dollari alla mano. Lo stesso Salvator Dalì, a detta di Breton, si trasformò nel proprio anagramma: Avida Dollars. Senza più la resistenza dell’antico, il nuovo assume forme idiote, strampalate, autoreferenziali, che rilanciano sé stesse grazie al monopolio delle menti e dell’incultura del conformismo abietto: sopravviene la sterilità, poi la stasi, rotta solamente da clamori e scandali prepagati: il pongo di Koons, i bambini impiccati di Cattelan, il teschio ingemmato di Damien Hirst.

Su una cosa Freud aveva ragione. L’uomo discende dall’indifferenziato. La poltiglia protozoica. Pulsione di morte. Ma ciò che continuamente crea per dimenticare quell’origine è la bellezza. La bellezza è ciò che permette l’esistenza, questo scialo di triti fatti. Abbiamo qui una giustificazione estetica della vita: il bello viene definito da mani e menti millenarie; sulla fronte rifulge la benedizione dell’eternità. Potremmo dire, anzi, che la vita si compone di atti illuminati dalla bellezza. La bellezza è la tradizione, non altro. I codici giustinianei, l’opus reticulatum, il teorema di Euclide, una torre isolata nella campagna costituiscono le tessere di un mosaico unitario che vogliamo chiamare bellezza. Abbandonare la tradizione, abbandonare la bellezza, che non è solo bell’apparenza, ma, allo stesso tempo, congerie cruenta e corrusca di atti eminenti sanzionati dal giudice del Tempo - ciò che si squaderna nella morale, nell’etica, nel valore, nella gerarchia - abbandonare tutto questo ci ha recato la nevrosi, la pazzia, la malattia dell’animo, non certo la verità.

La verità, la verità. Ma cos’è la verità? La pudicizia è una menzogna? No, solo una costruzione per allontanare l’eterna notte. La pudicizia è relativa, falsa, sciocca? Relativamente all’uomo è assoluta, poiché gli consente di vivere, di vivere una vita piena, felice. Non confondiamo la felicità, vi prego, con la gaiezza e il disimpegno. Per felicità intendo la festa; la festa dei tempi andati. Capisco, è un esempio da piccolo borghese, ve ne saranno di migliori, ma qui dobbiamo comprenderci l’un l’altro. La vita era più dura, la disillusione faceva parte dell’orizzonte dell’uomo, al pari dei no, della morte, della malattia; lo sbalzo da quell’ordinarietà scogliosa alla festa, all’eccezione, regalava la felicità. Settimana dura festa lieta. Per aspera ad astra. Lo squilibrio esige l’equilibrio e forgia l’emozione e il sentimento più vivi. Ma non solo. Dare per scontata la pudicizia come valore assoluto consente di non pensare. Di essere spensierati. La tradizione pensa in vece nostra. Questo il segreto. Non si pensava al matrimonio, alla donna, al mestiere, alla morte, a Dio, ai figli, in termini di problemi. La soluzione era pronta, bastava cogliere il frutto dei padri e delle madri. Perché la domanda? Perché la critica? Solo quando ci si è determinati a esaminare ogni passo, a dissezionarlo minutamente, in nome della parità, della bontà, del rispetto democratico, tutta paccottiglia inventata dal mondo al contrario del potere, è subentrata la malattia, l’infelicità, la depressione, il malcontento: nascosti sotto le spoglie di ciò che si crede il contrario: goliardia, escapismo, libertà sessuale, parità di genere, democrazia, egalitarismo. Essere liberi e disperati, oggi, in un mondo al contrario, è logico; il passato non si interrogava sulla felicità perché si era felici, inavvertitamente. Parecchi di noi hanno vissuto la felicità senza saperlo. Solo la nostalgia ci ricorda, per vie indirette, tale sconosciuta agê d’or.

I crocevia della vita, oggi, vengono sottoposti al microscopio della bontà; gli atti più banali son al dazio del politicamente corretto; una legge eterodossa li regola; ne nascono rivendicazioni idiote, conflitti infecondi, blocchi mentali, allagamenti neri della volontà. Cosa siamo se non grovigli sfilacciati, senza capo né coda, che martoriano perenni il proprio essere alla ricerca della bontà - una bontà instillata dal potere come falsa aspirazione? Qualsiasi rapporto umano risulta impossibile se nessuna cosa è scontata e tutto deve sottoporsi a infiniti vagli, decisioni, bilanciamenti. Se ogni postulato morale viene abolito, la vita deve essere continuamente de-cisa in nome di una legge a noi estranea e imposta con la suasione del falsario. Inevitabile, perciò, la frenesia, la preoccupazione, la cronica mancanza di tempo: non ho tempo, scappo, ne riparliamo domani, adesso no, vediamo, ci risentiamo. Il tempo sfugge, sminuzzato in attimi mai connessi fra loro, e sperperati alla ricerca di ciò che era, prima, cristallino, innegabile, razionale, non detto. Intuizioni senza parole. L’homunculus postmoderno non ha mai tempo, il tempo appartiene ai signori, la plebaglia, sette miliardi di plebei, non potrà più disporne, affaccendata com’è a lottare su questioni che riposavano prima in una placida, irrefutabile, sensatezza. Sfinito ed esacerbato (lo stress!), l’homunculus non legge, non studia, non si interessa di nulla; gli manca la curiosità che nasce dalla meditazione, è privo di azione, motionless, eternamente affannato, anche se, alla fine, non produce alcunché, deve sprecare giorni, mesi, anni in miriadi di questioni, prima inesistenti; ha abiurato la manualità, il mestiere, l’arrangiarsi: non sa fare più niente, nemmeno annodarsi una cravatta o farsi una treccia. I figli prima obbedivano ai genitori, quindi ai maestri; i sentieri erano già tracciati, non dovevamo forzare il destino. Ora non è più così, la democrazia incombe, il progresso reclama nuove mete, i piccoli tiranni psicopatici vantano diritti, come i barboncini col cappotto o i trans da riporto; i mocciosi si vestono come vogliono, in spregio al decoro e alla continenza, sono sboccati quanto adulati, non studiano, scambiano i Normanni con lo sbarco del 1944, biascicano, bofonchiano parole mozze, spendono centinaia di euro, ma genitori e precettori zitti, non una parola, uno schiaffo ti fa carnefice, un urlaccio e parte il Telefono Azzurro, l’Unicef, la Carabiniera. Prima dieci figli venivano allevati, in silenzio, come gattini, ora un moccioso qualsiasi sfianca coppie di genitori, di nonni, di nurse e legioni di costosi educatori privati.

Devastato, confuso, alla deriva, il micco postmoderno ricerca la felicità, ma non fa che gettarsi sempre più nelle fauci dell’edonismo straccione, per di-vertirsi, non ascoltare, dimenticare le voci del quotidiano che gli rimbombano nel cervello. Signori, eccovi qui lo psicotico perfetto, l’uomo che riparte sempre, senza passato, che deve decidere senza soste, lo stupido per cui il sole è nuovo ogni giorno, lacerato, straziato, senza pace, senza padri e madri, privo di ombelico: uno schizoide o, peggio, uno schizofrenico irrequieto e delirante che scambia l’SPDC per esotismo e vacanza: il malato, insomma, l’Italiano malato, canceroso, avido di oblio, droghe e perversioni legalizzate dall’amore universale; la narcosi da Champions League e Montalbano si discioglie dalle flebo multinazionali, goccia a goccia, finalmente, a sedare il paziente.

Maria De Filippi ha compreso il malato italiano più degli antropologi e dei politologi da visore, stupidi come zucche, e se ne serve per imbonire ad altri malati un berciante serraglio quotidiano: puttanoni, satiri da quattro soldi, vecchi sguaiati, invertiti da naftalina, transessuali spirituali, aristocratiche superciliose col tatuaggio sulle chiappe sono gli animali impagliati d’un Paese che ha rinunciato a sé stesso, a essere ciò che è sempre stato, reazionario, francescano, sobillatore, vigliacco, raffinato e cauto, sepolcrale e rodomonte, ma sempre vivo; e ora eccolo qui, in un vagabondare cieco, impossibile da redimere, micco e inefficiente, solo capace di sopravvivere sugli allori di passati fasti, peraltro ripudiati. Forse il 20% degli Italiani ormai produce davvero, la nazione è finita, sovranisti o no, non ci si accorge della disfatta solo perché si sacrificano al conquistatore prede e vergini, su migliaia di altari, giorno dopo giorno: oggi una fabbrica o un marchio, domani un’intelligenza, un brevetto, un porto. E si va avanti, nella finzione d’essere ancora noi e non una porzione geografica affittata alla Monarchia Universale.

Alexander se ne viene a Roma, sulla Tiburtina. Sir Alexander, molto colpito, inaugura la più efficiente e grande fabbrica di penicillina d'Europa, la Leo. Si era nel 1950. Oggi quell'istituzione, in tempi di destituzione, è un rudere: ospita, infatti, negri, l'oro negro, il tes-oro dei Padroni della Bontà

Il delitto contro la Patria e l'ordine già costituito: perduellio. Perduellione. Da "per", rafforzativo, e "duellum", duello. I duoviri perduellionis giudicavano disertori, traditori, attentatori dei mores, sobillatori, maiali. Incerta la pena: decollazione, getto dalla Rupe Tarpea, bastonatura a morte. 

Ogni puntata dell'Odissea, sceneggiato RAI diretto da Franco Rossi (1968), veniva introdotta da Giuseppe Ungaretti. L'interventista Giuseppe Ungaretti, soldato ventisettenne, fronte della Prima Guerra, divenne poeta. Nella sua "Si sta/come d'autunno/sugli alberi/le foglie" rinvengo echi da Mimnermo (VII a.C.), qui nella traduzione di Salvatore Quasimodo:

Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età,
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dèe ci stanno a fianco,
l’una con il segno della grave vecchiaia
e l’altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita

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