L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 21 aprile 2019

L'Asia non è la Cina

Perché l’Asia sarà sempre più influente. L’analisi di Parag Khanna

21 aprile 2019


“La Cina è il paese asiatico più esteso e potente, ma rappresenta solo 1,5 dei 4,5 miliardi di persone residenti in Asia. A breve l’India avrà una popolazione più ampia della Cina e ha già un tasso di crescita economica più alto. Gli Stati membri dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) ricevono più investimenti esteri della Cina”. Parola di Parag Khanna, esperto di relazioni internazionali, uno degli strateghi geopolitici più influenti e in ascesa, autore de “Il secolo asiatico?” (Fazi editore)

L’ascesa dell’Asia è un fenomeno strutturale, non ciclico, sostiene Parag Khanna, classe 1977, esperto di relazioni internazionali, considerato tra gli strateghi geopolitici più influenti del mondo. Dopo volumi importanti come I tre imperi, Connectography e La rinascita delle città-Stato, la casa editrice Fazi porta nelle librerie italiane il nuovo lavoro dello studioso indiano.

Khanna descrive una regione multipolare con molte civiltà, che si evolvono perlopiù indipendentemente dalle politiche occidentali, ma sono in grado di coesistere costruttivamente le une con le altre. L’autore prospetta il ruolo della Cina, che non sarà quello di egemone asiatico o globale, ma di àncora orientale del megasistema asiatico ed eurasiatico. L’Asia-Europe Meeting già rappresenta il più grande gruppo economico al mondo: corrisponde a più della metà del PIL globale e a oltre il 60% del commercio mondiale. Entro il 2025, il volume del commercio tra Asia ed Europa è destinato a raggiungere i 2.500 miliardi di dollari, esattamente il doppio dell’attuale livello degli scambi tra Europa e Nord America e tra quest’ultima e l’Asia.

Il secolo asiatico? analizza il progetto diplomatico, definito da Khanna come il più significativo del Ventunesimo secolo, della Belt and Road Initiative, volto al rafforzamento delle infrastrutture e della cooperazione tra i paesi dell’Eurasia.

Che cosa s’intende per “Asian System” e in che modo è stato sviluppato dopo la Guerra Fredda?

Significa che ora i paesi asiatici intessono relazioni economiche e diplomatiche più intense fra di loro rispetto a quelle con gli stati esterni alla regione asiatica. Il processo è cominciato dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Dall’alba degli anni Novanta l’ascesa della Cina, dell’India, dei paesi del Sud-est asiatico insieme al Giappone e alla Corea del Sud, già benestanti, ha disegnato nelle ex colonie britanniche dell’Asia occidentale legami più stretti con l’est. Tutti questi paesi hanno espanso i propri commerci e lanciato nuovi investimenti infrastrutturali per rafforzare le connessioni.

Un messaggio centrale del libro è l’importanza di non ridurre l’Asia alla Cina.

La Cina è il paese asiatico più esteso e potente, ma rappresenta solo 1,5 dei 4,5 miliardi di persone residenti in Asia. A breve l’India avrà una popolazione più ampia della Cina e ha già un tasso di crescita economica più alto. Gli Stati membri dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) ricevono più investimenti esteri della Cina. L’Asia ha una storia ricca, lunga quattromila anni e stratificata da diverse civiltà, nessuna delle quali in grado di conquistare in modo permanente le altre. La Cina assomiglia a una forza inarrestabile, ma l’Asia è piena di oggetti inamovibili. La Cina può guidare trasformazioni rilevanti in Asia, ma non può dominarla.

In che modo la Belt and Road Initiative sta cambiando gli equilibri, le connessioni regionali, globali e quale impatto economico è possibile stimare a lungo termine?

La BRI è l’ultimo capitolo di un percorso trentennale di rinascita dell’antica Via della Seta per la connettività attraverso l’Asia. La Cina è l’architetto principale delle nuove arterie dell’Asia centrale. La trasformazione delle repubbliche dell’Asia centrale da un agglomerato di isolate ex repubbliche sovietiche a corridoi della nuova Via della Seta cinese è stata un processo lungo, iniziato negli anni Novanta con i primi oleodotti attraverso il Kazakistan dal Mar Caspio alla Cina e la fondazione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Ha già un impatto molto positivo sulle relazioni commerciali tra i paesi dell’Eurasia, inclusa la Cina.

Lei sostiene che l’esito della BRI non sarà l’egemonia della Cina, ma un insieme di nuovi crocevia per l’Eurasia.

Sebbene i sospetti relativi alla BRI continueranno a persistere, il processo incarna quello che un ministro pakistano definisce uno spirito di “sincerità coesa”. La BRI, un’iniziativa multilaterale, si basa sui meccanismi di mercato, non sull’ideologia: è un’iniziativa commerciale. Contrariamente all’opinione degli Stati Uniti, che considera i progetti infrastrutturali della Cina un’intrusione neocoloniale, le nazioni centroasiatiche sono ansiose di ospitare questi nuovi corridoi est-ovest. Xi Jinping, nel suo intervento al congresso del 2017 del Partito Comunista, ha affermato che l’approccio della Cina alla politica estera “offre una nuova opzione a quei paesi e a quelle nazioni che vogliono accelerare il loro sviluppo senza rinunciare alla loro indipendenza”. I vicini della Cina stanno facendo capire di essere pronti ad accogliere gli investimenti cinesi se questi offrono un mutuo beneficio, ma di non essere più disposti ad accettare accordi capestro. Vogliono prosperare in un sistema asiatico, non cinese.

C’è una misura della dimensione dei progetti infrastrutturali? Qual è l’impatto sul debito?

L’Asian Development Bank (ADB), principalmente finanziata dai giapponesi, considera che l’Asia necessiti di 26.000 miliardi di dollari di investimenti infrastrutturali entro il 2030. Oltre ottanta paesi e le organizzazioni internazionali che si occupano di sviluppo sono rivolte a raggiungere questo obiettivo. Investimenti di questa portata, però, producono anche una grande quantità di debito. L’unica maniera che hanno i paesi dell’Asia centrale per gestire il loro crescente debito è avviare una radicale ristrutturazione economica: una sfida impegnativa in un’epoca di bassi prezzi delle materie prime.

Che cosa deve fare l’Europa per trarre profitto dalla crescita dell’Asia?

L’Unione Europea è un partner decisivo per l’integrazione economica eurasiatica, perché costituisce il più grande mercato libero regionale nel mondo e garantisce enorme prosperità. Recentemente l’UE ha lanciato l’Asian Connectivity Initiative, che può essere definita la BRI proveniente dall’ovest. Ciò aumenterà il volume del commercio tra Europa e Asia, che è pari a 1,6 triliardi di dollari annui, molto di più rispetto al commercio con gli Stati Uniti. Dovrebbe infatti continuare a spingere per accordi commerciali col Giappone, l’ASEAN e l’India, mentre esercita una pressione sulla Cina, affinché apra i propri mercati, assicurando che ci sia una competizione equa per i progetti della BRI. Anche le maggiori compagnie europee, che si occupano della costruzione di infrastrutture, possono approfittare dell’accresciuta connettività.

Nel libro scrive: “Non sono più loro che aspirano a essere come noi, ma noi che aspiriamo a essere come loro”. 

Nel Ventunesimo secolo si sta formando un nuovo strato sedimentario nella geologia della civiltà globale: l’asianizzazione. Come è avvenuto con i predecessori, l’Europa e gli Stati Uniti nel processo di occidentalizzazione del mondo, essa assume molte forme ed è universalmente palpabile. Essa comporta il cambiamento del nostro modo di valutare che cosa sia un buon governo, che non è riducibile al solo significato di democrazia. Vuol dire accettare che lo Stato rivesta un ruolo legittimo nel regolare e dare forma all’economia per il benessere pubblico. Significa riconoscere norme culturali come la responsabilità collettiva e non solamente i diritti individuali. Assistiamo all’asianizzazione del mondo in molti ambiti sociali: dal numero dei giovani occidentali che imparano il cinese, studiano e lavorano in Asia, alla popolarità della musica K-Pop ai film di Bollywood.

Come potremmo definire il capitalismo all’asiatica?

È un sistema misto. Lo Stato può designare alcune compagnie come “campioni nazionali”, sostenendole e favorendole con forti sussidi economici o legislativi. Sceglie di sovvenzionare settori strategici, nei quali intende guadagnare un vantaggio come il manifatturiero avanzato o l’intelligenza artificiale. Al contempo le società devono condividere i propri profitti sia mediante le tasse sia contribuendo agli investimenti pubblici. I miliardari asiatici, il cui numero è in crescita costante, compaiono come i principali filantropi e s’intestano cause nazionali a cominciare dal finanziamento dell’educazione.

Che cosa rappresenta la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina? Contribuirà all’asianizzazione?

La considero una ricalibratura del volume dei commerci tra due grandi economie. Il risultato a lungo termine consisterà nell’accelerare il processo di asianizzazione. La Cina cambierà, importando più beni dai vicini come il Giappone, la Corea del Sud e più largamente dall’Europa. Ciò ridurrà il mercato e la rilevanza statunitense in Asia.

Qual è la lezione da trarre dalla politica espansionistica cinese in Africa?

La crescita asiatica ha riflessi positivi sui trend globali dell’Africa, perché ha aperto nuovi mercati giganteschi all’export dei prodotti africani, dall’agricoltura all’energia. È il ritorno del sistema commerciale premoderno dell’Afroeurasia. La Cina, interessata alle materie prime, guida gli investimenti nelle infrastrutture essenziali per lo sviluppo africano, ma anche l’India e il Giappone partecipano con investimenti sostanziosi. Gli asiatici hanno ispirato il riorientamento dell’Africa verso l’Oceano Indiano.

Estratto di un articolo pubblicato su iltascabile.com

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