L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 21 aprile 2019

LIbia - Russia Stati Uniti Egitto Francia Arabia Saudita Emirati Arabi tutti con Haftar ognuno per ragioni diverse

Perché Stati Uniti e Arabia Saudita sostengono Haftar in Libia

21 aprile 2019


Il ruolo dell’Arabia Saudita nelle mosse di Haftar in Libia. L’approfondimento di Tino Oldani, firma di Italia Oggi

Chi c’è dietro l’offensiva militare del generale Khalifa Haftar in Libia? Sui media mainstream l’ipotesi più diffusa è che il generale agisca per conto della Francia di Emmanuel Macron, che non vedrebbe l’ora di fregare l’Italia ancora una volta, togliendo pozzi petroliferi all’Eni per darli alla Total. I giornaloni dicono che Haftar godrebbe anche della copertura di Vladimir Putin, che così potrebbe estendere la presenza russa sul Mediterraneo, con basi militari non solo in Siria, ma anche in Libia. Scontato, infine, l’appoggio del presidente egiziano Al Sisi, che con Haftar al potere in Libia, avrebbe un «uomo forte» per arginare i fondamentalisti musulmani libici, accusati di collegamenti con il terrorismo attivo in Egitto.

IL PESO DELL’ARABIA SAUDITA IN LIBIA CON HAFTAR

A queste tre ipotesi, credibili ma smentite dagli interessati, Macron in testa, è bene aggiungerne una quarta, che a differenza delle altre trova maggiori riscontri nei fatti: l’ambizione dell’Arabia Saudita di imporre una propria egemonia politica sui paesi arabi del Medio Oriente e del Nord Africa. Un obiettivo che Ryad starebbe perseguendo con il beneplacito degli Usa di Donald Trump e con l’arma economica del petrolio, di cui abbonda, puntando a un rapido rialzo del suo prezzo per coprire in parte il deficit statale accumulato negli anni del greggio a basso costo.

COME SI MUOVONO GLI STATI UNITI IN LIBIA

Quanto al beneplacito Usa, è cosa nota che Donald Trump stia seguendo una strategia geopolitica basata sulla dottrina Cebrowski: concentrare gli interessi Usa sul «giardino di casa» (Centro e Sud America), Venezuela in testa, e lasciare la stabilità del Medio Oriente affidata ad alleati sicuri, come l’Arabia Saudita, la cui famiglia regnante ha negoziato una serie di accordi bilaterali di enorme rilievo, sia militare che economico, con il genero di Trump, Jared Kushner.

IL DOSSIER PETROLIO FRA USA E ARABIA SAUDITA

Uno di questi accordi riguarda il petrolio, una fonte energetica a cui gli Stati Uniti non attribuiscono più la stessa importanza strategica del passato, in quanto con lo shale gas sono diventati autosufficienti. Per l’Arabia Saudita, invece, il petrolio (di cui abbonda) è diventato una risorsa da sfruttare in modo diverso dal passato, a cominciare dal prezzo, che per i sauditi è rimasto basso troppo a lungo. Un trend da invertire quanto prima, sempre in accordo Trump, al fine di colmare il deficit statale saudita, accumulato negli anni del greggio a basso costo. E per muovere all’insù il prezzo del petrolio, dal punto di vista saudita, non c’è nulla di meglio di una guerra in Libia, che è un produttore petrolifero concorrente, per giunta privo di stabilità politica. E se questa guerra si aggiunge alle sanzioni economiche Usa contro l’Iran e il Venezuela, entrambi produttori di greggio concorrenti, ecco che l’offerta mondiale di petrolio si riduce, e il prezzo del barile sale.

CHE COSA SUCCEDE AI PREZZI DEL PETROLIO

Dall’inizio dell’anno, i futures sul Wti e sul Brent risultano rincarati del 30 e del 40%. Prezzi che le maggiori banche d’affari vedono in ulteriore crescita nei prossimi mesi, a vantaggio soprattutto degli Usa e dell’Arabia Saudita. Quanto alla Libia, è bene ricordare che nel 2011, prima della caduta di Gheddafi, produceva circa 1,6 milioni di barili al giorno, mentre nel 2018 stentava a produrne 550 mila. Un calo che potrebbe addirittura arrivare vicino al blocco quasi totale se il generale Haftar conquistasse il porto-terminal di Zawiya, vicino a Tripoli, dove arrivano 300 mila barili giornalieri del giacimento di Sahara, nel Sud libico.

GLI OBIETTIVI DELL’ARABIA SAUDITA

Oltre che a colmare il deficit statale, le maggiori entrate petrolifere servono a Ryad per pagare le ingenti forniture militari Usa, di cui l’Arabia Saudita è il primo acquirente su scala mondiale. Un primato consolidato proprio sotto la presidenza Trump: fino a due anni prima, Ryad acquistava armi anche da altri paesi, mentre The Donald ha ottenuto l’esclusiva, grazie alla quale il 60% degli armamenti sauditi saranno forniti dagli Usa, e il restante 40% prodotto nel regno con tecnologia americana, con una spesa di 400 miliardi di dollari in dieci anni.

(Estratto di un articolo pubblicato su Italia Oggi)

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