L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 14 aprile 2019

Sudan - “Auspichiamo che la situazione a Khartoum non porti ad un’escalation che potrebbe causare vittime – dichiara il portavoce del governo russo, Dmitri Peskov – Speriamo tutto ritorni nel contesto costituzionale”


Le reazioni del mondo al colpo di Stato in Sudan

APR 11, 2019 

Il Sudan è uno dei paesi strategici dell’area nordafricana, un autentico ponte tra area del Magreb e corno d’Africa ricco, tra le altre cose, di numerose materie prime. Ecco perchè la notizia del colpo di Stato a Khartoum, condotto per destituire Omar Al Bashir, spinge ovviamente molte cancellerie internazionali a prestare attenzione alle novità che arrivano dalla capitale sudanese. Ma al momento le dichiarazioni arrivano soprattutto dal Cremlino, lì dove si guarda con molta più attenzione da quando i carri armati dell’esercito sudanese assediano il palazzo presidenziale. 

Le reazioni da Mosca

Via della Seta e “diplomazia nucleare“: sono questi i temi maggiormente affrontati in Sudan in questi anni nell’ambito della politica estera. Il governo del presidente Omar Al Bashir da qualche anno a questa parte sembra molto interessato ad aprire il suo paese agli investimenti stranieri, complice un’economia sempre più in affanno reduce tra l’altro da anni di sanzioni internazionali. Queste ultime vengono applicate per le presunte connessioni tra il governo sudanese ed il terrorismo islamico, nei primi anni ’90 Bin Laden risulta risiede proprio nel paese africano. Nel 2004 il Sudan viene inserito nella lista degli “Stati canaglia” redatta seguendo la cosiddetta “dottrina Bush” applicata alla lotta contro il terrorismo, ma nell’ultimo decennio si assiste ad un riavvicinamento con gli Usa. Washington a Khartoum ha un ambasciata, le relazioni seppur altalenanti appaiono comunque migliori rispetto ai tempi di maggior tensione. 

Ma, come detto prima, Bashir insegue il sogno della via della Seta e del nucleare. Per questo guarda principalmente a Pechino ed a Mosca. La Cina infatti mette le mani sul porto di Port Sudan, il più grande del paese ed affacciato sul mar Rosso, così come su diverse altre infrastrutture da inserire nell’ambito dei programmati investimenti per la il progetto della via della Seta. Con Putin invece, il governo di Bashir sigla nel 2017 un accordo per la costruzione di una centrale nucleare in Sudan ad opera della russa Rosatom. Per il Cremlino si tratta di un’altra tappa fondamentale nell’ambito della cosiddetta “diplomazia nucleare”, ossia ricavare vantaggi politici ed economici dall’esportazione della propria tecnologia nucleare.

Ecco perché Khartoum è considerata vicina a Russia e Cina. Non è un caso che il primo leader della Lega Araba a visitare Damasco dopo l’inizio della guerra è proprio Omar Al Bashir. Per tal motivo non appare strano che le prime reazioni internazionali al golpe in Sudan arrivino proprio dal Cremlino. “Auspichiamo che la situazione a Khartoum non porti ad un’escalation che potrebbe causare vittime – dichiara il portavoce del governo russo, Dmitri Peskov – Speriamo tutto ritorni nel contesto costituzionale”. Un modo quindi per manifestare la propria attenzione su quanto sta accadendo in Sudan. Ma nelle parole di Peskov, non emerge comunque una difesa ad oltranza di Bashir: “Quello che sta accadendo riguarda – continua Peskov in una nota riportata dall’agenzia Tass – è un affare interno al Sudan e qualunque sia il risultato, le relazioni russo-sudanesi saranno una costante nella politica estera del Sudan”.

In poche parole, la Russia non ha intenzione di vedere ridimensionato il proprio strategico rapporto con il Sudan. Al tempo stesso però, non c’è alcuna condanna del golpe e non emerge la volontà di difendere Bashir. Dunque, si aspetta solo di capire chi prende il posto del deposto presidente e, subito dopo, continuare le proprie relazioni sulla stessa linea di prima. Le dichiarazioni di Peskov arrivano dopo una mattinata in cui, da Mosca, vengono rilasciate numerose dichiarazioni da parte dei vari esponenti politici. Dalla Duma al governo, il tono è lo stesso: il colpo di Stato è un affare interno al Sudan, si è pronti a dialogare anche con la prossima leadership.

Le altre reazioni

Per il momento sembra esserci un certo silenzio dagli Stati Uniti. Sulla pagina Twitter dell’ambasciata americana a Khartoum l’ultimo post risale allo scorso 9 aprile: in esso si auspica un dialogo pacifico tra governo e manifestanti. Anche da Washington non emergono attualmente significative prese di posizione. Stesso scenario anche in Europa: attualmente nessun capo di governo del vecchio continente prende posizioni in merito al golpe contro Bashir. Si registrano soltanto dichiarazioni da parte di singoli esponenti politici. 

Come nel caso italiano, dove da Palazzo Madama emerge una dichiarazione congiunta da parte dei senatori della commissione esteri del Movimento Cinque Stelle: “Auspichiamo che gli eventi in corso a Khartoum – si legge in una nota – conducano il Sudan verso una svolta autenticamente democratica, come chiede da tempo il popolo sudanese, scongiurando una nuova dittatura militare”.

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