L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 1 maggio 2019

Alceste il poeta - il lavoro non c’è poiché non deve più esserci

Cattivi pensieri


Roma, 29 aprile 2019

“Le cose in Italia vanno male perché nessuno ha più voglia di lavorare” se ne esce un Tognazzi lutulento e reazionario (l’avvocato Marani!) in Cattivi pensieri.
Un film grezzo e scostante: una commedia nera, vera commedia all’italiana. La regia è dello stesso Tognazzi che qui si rivela nel suo doppio magistero di interprete e direttore d’orchestra. È nelle opere minori, così come nei dettagli, che si nasconde il diavolo, cioè la verità sul nostro destino di Italiani.
Dino Risi è maggiore di Bertolucci (di gran lunga), così come i cosiddetti registi a latere (Salce, Caprioli, Di Leo, Germi, Damiani) formano una costellazione artistica, oggi negletta, impossibile anche solo da imitare per i Sorrentino, i Guadagnino, i Garrone e gli attori di risulta con la tessera del PD (come dimostra la disastrosa cover sorrentiniana deLa dolce vita, premiata, infatti, agli Oscar degli Yahoo).
Basta guardare La rimpatriata di Damiani, Io la conoscevo bene di Pietrangeli, L’uomo di paglia di Germi, Il giovedì o La spiaggia di Dino Risi, Splendori e miserie di Madame Royale di Caprioli (con un magnifico Tognazzi en travesti) oppure La cuccagna di Luciano Salce, con Luigi Tenco, per comprendere ch’essi, già in anni non sospetti, ci avevano donato i ferri del mestiere per aprire le porte dell’inferno.
“Le cose vanno male in Italia perché nessuno ha più voglia di fare un cazzo”, tale la frase per come la ricordavo, in verità. Mi sbagliavo. Sono relitti del passato che affiorano durante il quotidiano, ogni giorno. Sì, abbiamo la Santa Pasqua, col Cristo Migrante di Bergoglio, e la Pasquetta, beninteso, il 21 e il 22. E però il 20 è Sabato e il Sabato, oramai, è Shabbath pure da noi: non si alza nemmeno una penna, figuriamoci una pen-drive. Sabato. Solo qualche Faticatore osa avventurarsi, il Sabato, negli uffici deserti e accendere, nella solitudine più completa, un computer ronzante; e quindi aprire il foglio Excel con cui ordinare a pieno le rogne della propria esistenza.
E poi il 25 aprile (una volta, nei libri di scuola, XXV Aprile) è la Liberazione. E il Primo Maggio è ancora festa. Allora perché non pontificare il Primo Maggio con la Pasqua del Cristo migrante? Dal 19 almeno sino al 2 maggio si istituiscono, senza farlo sapere a nessuno, i Saturnali dei Nuovi Schiavi. Improvvisamente le scuole chiudono, per decreto, gli uffici comunali si svuotano, e così gli spazi del parastato (cooperative, case famiglia); ben prima del 19 aprile, però, forse per la spossatezza seguita alle guerre interne per i turni di ferie, già si respirava un’arietta molliccia, da rompete le righe; ci si trovava a deambulare in lunghi corridoi da cui occhieggiavano vani e stanzette deserti, con le scrivanie intonse di scartafacci, timbri e penne, il computer rabbuiato in uno sbadiglio di inefficienza. Ed è così per tutti, pubblici e privati, tanto non si batte un chiodo. Si anela il divertimento, la dimenticanza; l’escapismo domina la mente degli Italiani, distrutti dal diteggiamento compulsivo sui visori. Forse un brivido serpeggia lungo la spina dorsale dei più avvertiti: ma di cosa vive ormai l’Italia? Le università, le scuole, i licei cosa producono? Il terziario cosa produce se si limita a mediare? Cosa produce Amazon? Niente. Di cosa campa l’Italia? Di debito, certo, e di grasso. Tagliamo il grasso, a piccoli tranci, e rendiamolo a Shylock che ne è stato sempre il padrone. Egli esige il grasso. Il contratto con Bassanio è lì, nero su bianco. Produrre lavoro! Bisogna produrre lavoro! Ma cosa volete produrre, idioti, il lavoro non c’è poiché non deve più esserci. Il lavoro viene appaltato ai pezzenti del mondo che, a loro volta, fattisi benestanti in seguito a tale improvvisa cuccagna, scopriranno sindacati, cooperative, prenditori nazionali e vacanze, tante vacanze. Si vuole forse negare un viaggetto alle Maldive ai vari Singh e Cin Chan Pai? No, saremmo dei veri razzisti. E allora Singh e Cin Chan Pai avranno i loro vitelloni, i loro piccoli borghesi, i loro Gassman; già da adesso appaltano ai paria del Sud Est asiatico. Vivranno al di sopra dei mezzi, non avendo più voglia di fare un cazzo, fra venti o trent’anni, chiuso il ciclo, in attesa, pure loro, dei redditi di cittadinanza ovvero della paghetta per non crepare.

L’ominicchio forgiato dal capitalismo estremo cosa fa? Non ne ho idea. Mi fa pena e orrore allo stesso tempo. La locuzione 'zucca vuota' lo descrive alla perfezione.
O regredisce a livelli ferini (pastone da grufolìo in luogo del cibo, pornografia in luogo dei rapporti amorosi) oppure si specializza: diventa, cioè, un cretino 2.0. Lo specialista, ricco di lauree e post lauree, non capisce niente. A parte il proprio terreno di elezione tecnica (circuiti integrati, software, la spiritualità degli indios amazzonici, l’urbanistica di Ferrara prima della guerra, il transfinito, la relatività ristretta in brodo), egli ignora il mondo. L’esatto opposto dell’umanesimo. Il Medioevo e la Classicità formavano il Sapiente. Ne conseguiva uno sguardo vasto e tollerante, seppur mai accondiscendente, anzi. Matematica, musica, grammatica, giurisprudenza: non v’era opposizione fra le nervature dello scibile. Ora ci si accanisce nella minutaglia. Per tale motivo (l’unico motivo) i licei o le materie umanistiche sono caduti in dispregio tanto da originare il leit motiv: aboliamo il greco e il latino, l’Italiano magari, l’educazione artistica, la filosofia, la storia antica o la religione ... sono inutili, per il miccus specialisticus, l’omarino che smonta i computer, il genio dell’hardware, il wedding planner, il biomanager, il CEO, l’ingegnere che disfa i ponti e le strade, il microbiologo. Avere sotto controllo intellettuale la fotosintesi clorofilliana o i marker tumorali ignorando il bequadro o l’enfiteusi non predispone al genio, ma solo al servilismo tecnico. Un tecnico di laboratorio in un’industria farmaceutica rappresenta uno degli esemplari più puri di tale nexus senza memoria, infelice e psicopatico, che vuole inconsciamente (e come può averne coscienza?) la fuga. Fuga da tutto, in primis da sé stesso. Egli si schifa, infatti, non riconoscendosi allo specchio. Allo specchio egli legge “REDRUM” e lo scambia per un motto di spirito. In attesa del ponte.

Ugo Tognazzi, per certi versi addirittura superiore a Marcello Mastroianni, fu uno degli ultimi Italiani europei. Lo si intuisce dagli sguardi, dalle mascherate, dalle vigliaccherie delle epifanie attoriali. Inizia la carriera in maniera leggera, inavvertita, assieme a Raimondo Vianello, aristocratico e liberale, ma di corto raggio rispetto a lui; si lascia accalappiare dai migliori, da Ferreri a Pasolini, distillando una persona in cui traspare l’agonia dell’essere Italiano. L’Arcitaliano, coi suoi vizi, le bugie, gli aggiramenti, il genio, la scappatoia, l’eleganza: tanto denigrato dalla sinistra quanto dalla destra al lampone, entrambe incapaci di comprendere questi tipi eterni, trimalcionici, essendo privi, oramai, di veri studi classici. Si possono preterire Omero e Petronio in luogo del Cobol, ma poi ciò si paga in termini di sguardo. C’è differenza, infatti, fra lo sguardo che fissa le lontananze e quello di colui che si fissa l’ombelico. Chi legge Omero e Petronio o le impennate atrabiliari di Gadda e Poliziano oppure il cibreo paranoide di Machiavelli non può fissarsi l’ombelico. Egli vola. Ciò ha un nome: educazione. Una delle poche cose di cui sono convinto: il classico, che è nell’Italiano naturalmente, Orazio e Galilei, Leopardi o Natalino Sapegno, non consentono tecnicamente di apprendere il linguaggio Cobol: essi educano, invece: predispongono, infatti, al formarsi della Sapienza che non ha difficoltà, poi, a ospitare, in un cantuccio, il meschino imperio del linguaggio Cobol. Chi si sazia del linguaggio Cobol è un cretino 2.0; se introietto, a un tempo l’averroismo bolognese e il linguaggio Cobol, il discorso cambia: il Cobol potrebbe svelare persino la verità.

Intanto nella Tuscia, a insaputa di Greta Thunberg, dei vegani e della totalità degli animalisti, la nocciola si estende, come un melanoma terminale, sul territorio. Muoiono i contadini, rinunciano i loro eredi, strozzati dalle sistematiche grassazioni statali e comunali e provinciali; torna, inevitabile, il latifondo, sub specie multinationalis, grazie a prestanome e teste di legno. Scacciati i benevoli signori del luogo, dissacrate le fonti del buonsenso, rovesciati i lari della tradizione, centinaia di migliaia di noccioli soppiantano la paziente opera dell’olivo, della vite; dei ciliegi; di meli albicocchi e peschi. Milioni di tecnopueri, infatti, hanno da stappare, la mattina, il barattolo gelatinoso della propria obesità per poi stravaccarsi davanti alla Champions League, le labbra bruttate, le trippe enfie, a sostenere le briciole d’una passione edace, per adempiere la catabasi dell’apocalisse in poltrona. Pace! Nocciole, noccioleti, sempre più verdi, diritti, veloci, sani; sani, a qualsiasi costo, a costo di sterminare chiunque.
Passata la mezzanotte, e oltre, quando placano le passioni, un furgone taglia i sentieri poderali della Tuscia, antichi quanto l’Italia; i coni di luce frugano il buio ancestrale, quand’ancora si agitano, guardinghi, i popoli innocenti della notte e la natura, che sembra posare, elabora, invece, cauta, il prossimo rigoglio. Ne scendono due, tre, quattro, dieci uomini, anonimi come assassini; si vestono di tute e zaini fantasmatici, da esplorazione lunare, e sciamano con spaventevole efficienza tra i filari dei noccioli. Ci si prepara a irrorare l’insetticida, il migliore, a preservare il nuovo oro; si procede con cura, in silenzio, per ore; quindi ci si sveste, alla chetichella e, quando la rosea Aurora si apre, di nuovo, quale miracolo, verso l’oriente limpido e favoloso, tutto è compiuto, ineluttabile; negli ospedali, invece, proprio a quell’ora, gli infermieri che danno il cambio ai colleghi sfiancati, già scorrono gli elenchi dei nuovi condannati a morte, ora abbandonati a un torpore inconsapevole e, però, squassato da febbri d’ansia a bassa tensione: metastasi cerebrali, escrescenze asintomatiche al polmone, letali concrezioni al pancreas, fegati devastati, gozzi occlusi da entità abissali di distruzione, mammelle ragnate da una volontà maligna impersonale e divorante. Altri, intanto - si ritengono più fortunati - fanno colazione; tutti, infanti e idioti, all’unisono, ignari l’uno degli altri, spalmando su pane e biscotti, in una leggera fregola gaudente, l’oggetto della gozzoviglia antimeridiana al vago sapore di nocciola; schiocchi di labbra, frementi rotazioni di lingue, rapide tersioni di barbozzi e doppi menti seguono all’appagante e irrinunciabile grufolìo. Tali sono le gioie della vita.

Il lago di Vico, ricco di noccioleti, che diviene rosso sangue: un segno apocalittico non contemplato in nessuna profezia. Ma è qui.

Se Galeno fosse tra noi, dopo un paio d’anni di praticantato, rilascerebbe un suo Eziologia dei tumori.

L’incredibile scena, di perfetto sadismo, in Io la conoscevo bene: la scena del treno. Siamo al livello della migliore antropologia umanista, dei più alti moralisti. Mario Adorf, Franco Fabrizi; e poi un grandioso Enrico Maria Salerno. Enrico Maria Salerno, il padrone, sfottente e spietato, che, irretito nella complicità Nino Manfredi, sprona la vittima Tognazzi a mimare lo sferragliare del treno, rinfocolando a ogni attimo l’umiliazione, in una foia simbiotica da compiacimento autodistruttivo.

Il 25 aprile e il contro 25 aprile (una volta: XXV Aprile). Scene di ordinaria mal-educazione. Senza sangue si perde la comprensione, ciò è inevitabile. Senza sangue ogni concetto si derubrica a giocattolo intercambiabile con cui insultare il tifoso avversario. Ogni insulto vale l’altro, senza la trincea, il fuoco, la delazione, il coraggio.

Coraggio deriva da cuore, ovviamente. Nel Duecento letterario italiano tale etimologia era cristallina, inequivoca. Oggi non si comprende davvero cosa sia il cuore o il coraggio. Quando abbiamo dimostrato cuore o coraggio in vita nostra? Lontani dalle tempeste d’acciaio, in piena muffa, da ottant’anni, svapora ogni contorno, le definizioni si fanno lontane, evanescenti. Partigiano e repubblichino si equivalgono a livello della Playstation degli inetti. Un quarantenne di sinistra insulta a destra e viceversa; Mussolini, Matteotti, Bella ciao e Faccetta nera divengono le pedine idiote di una battaglia navale dell’insensatezza. Il sinistro col fiocco rosso al collo, le vene turgide nell’indignazione, ben fornito di citazioni e fotomontaggi da quattro soldi, replica al destro destrorso, marziale nelle trippe gonfie di bucatini alla carbonara, o al destro cristiano, una zuppa farraginosa di crociatismo alle vongole e malthusianesimo da fabbrichetta. Inconsapevoli, tali fazioni, di tutto, delle privazioni della morte della sofferenza della fede a un’idea, persino di come scarrella un Mab, esse cianciano: di chiodi a quattro punte, massacri titini, Marx e Gentile, Che Guevara e Almirante, Ardeatine e Katinka, Ghersi o don Pappagallo, sprezzanti del ridicolo, incapaci del volo d’aquila; il sub specie aeternitatis non li tange perché quello si acquista su campi di battaglia reali o nelle spaventose forre della migliore conoscenza. Cianciano, odiandosi l’un l’altro in nome di spetezzi ideologici di quarta mano, degradatisi nei decenni, lontano il sangue, in parodie che farebbero orrore a vinti e vincitori.
Non tange, questi asini, nemmeno la blanda considerazione che il fascismo e l’antifascismo non esistono, ma son solo abiti che rivestono un moto dell’animo raggrumato temporaneamente in blocchi di credenze. Assurbanipal è fascista? E Pio V? Diocleziano? Gneo Pompeo?

Lessi, in un sussidiario mio, di quarant’anni fa, che gli Assiri furono i nazisti dell’area mesopotamica. In quel libercolo, da cui trasudava l’insipienza del Sessantotto, già erano prefigurate le angustie dell’oggi, il riguardarsi l’ombelico, l’abbandono della vastità del pensiero, la voglia feroce di ricondurre la complessità a una polemica di parte e di partito. In attesa del ponte.

Il ponte, signore e signori, è l’unico collante della nazione. Il ponte è sacro. Gli Italiani confidano, quindi, nello Stato pontefice, salvo lamentarsi quando un supermercato chiude a Pasquetta (“Com’è possibile! Uno scandalo!”).

In Cattivi pensieri l’avvocato Marani elucubra fantasie da cornuto. Tornato a casa intuisce che nel ripostiglio si nasconde un uomo. Quest’uomo, lo sapremo poi, non è l’amante della moglie, ma solo un ladruncolo. Ma lui non lo sa. Di qui l’equivoco. Mariani, che ha naturalmente un’amante, si tortura piacevolmente con immagini delle moglie zoccola, una bellissima Edwige Fenech. Porca! Troia! In una scena la immagina a bordo piscina mentre sei maschi dal membro spietatamente eretto le fanno corte. Anche quando scoprirà l’innocenza della donna, le fantasie non si placheranno, ovvio.

La scena anzidetta appare, senza avere debiti riconoscimenti, in un film di Rocco Siffredi. Chissà quante volte è stata citata nei porno internazionali. Rocco/Roch Siffredi è, ovviamente, il nome del personaggio di Alain Delon in Borsalino. Che il Rocco nazionale sia, in fondo, e in lungo, un cinefilo?

Un simpatico gadget. L’arnese per far pisciare le donne in piedi. Lo trovo altamente democratico. Qualcuno mugugna, ma molte signorine già hanno la spiegazione in tasca: macché cattivo gusto; è perfetto per le donne in fase post-operatoria (anche, ginocchia) oppure per coloro che schifano accosciarsi sui water closet pubblici o su quelli degli uffici che, purtroppo, ancora pullulano di latori di membro. Et voilà, allora. Dalla borsetta si estrae il cono di gomma, lo si adatta al conno e si lascia zampillare, col volto beato, estasiato; in piedi. Il progresso si identifica, oramai, con la comodità. Viceversa, alcuni uomini sono costretti ad accosciarsi: sporchi la tavoletta! Schizzi la coppa del cesso! Il diavolo della democrazia si infiltra nei dettagli. Da ragazzini si faceva a chi pisciava più lontano, ma anche quel ricordo sciovinista pare destinato a dissolversi nella correttezza. Le prostate, anche quelle ventenni, non sembrano più quelle d’una volta e anche il veretro stenta, a dir la verità; meglio accucciarsi, come barboncini. 

Mille sogni fan in me dolci bruciature
come caldi escrementi d’una vecchia piccionaia …
poi ingoiati con cura i miei sogni
- ne ho bevuti già trenta o quaranta! -
mi raccolgo per mollare l’aspro bisogno.
Grato al dio dei cedri e dell’issopo
io piscio altissimo, contro i cieli lontani -
l’assenso riscuoto dei grandi eliotropi 

Quando i telefilm americani battono su un tasto, maniacalmente, vi è sempre un sillogismo a lunga scadenza da estrarvi. Esempio. Da decenni, in qualunque telefilm giallo, chi paga in contanti è un lestofante. Arriva il detective liberal di Nuova York, Ewan Poodle, col ciuffo ingelatinato, che fa il terzo grado al negoziante: c’è forse stato un tizio così e così che ha acquistato questa cosa così e così? Sì, mi pare di ricordarlo, fa il negoziante. Bene, ci mostri gli elenchi delle carte di credito, intima il detective, suadente e sbrigativo. Ma il negoziante: mi dispiace, ha pagato in contanti. Ah! … fa il detective. E poi ripete: ah! … ammiccando al compagno che, come lui, la sa lunga e ha già dipanato il gliuommero della questione. “Sto figlio ‘e ‘ntrocchia ha pagato co ‘e ‘ppaparelle!” ”Uomo ‘e sfaccimma, paisà!”, fa eco l’altro. I contanti sono, infatti, il paravento dei criminali. Maledetti contanti.

E la piscia? Pure. La detective Hillary Cunton, col gel nuovaiorchese nel ciuffo liberal, perquisisce la casa del presunto criminale maschio, ma trova solo una donna. Al cesso, però, Hillary nota la tavoletta alzata. Ah! … fa la detective. E poi ripete: ah! … ammiccando alla compagna che, come lei, la sa lunga e ha già dipanato il gliuommero della questione. “Qui non ci sei solo tu, Jill Masterson, ma pure quel figlio ‘e ‘ntrocchia maschilista dell’amante tuio!”. E la compagna: “Dove sta ‘sto uomo ‘e sfaccimma, parla!”. E questo accade perché i cattivi, nei telefilm americani, lasciano la tavoletta alzata. Fossero stati bravi omarini, buoni, l’avrebbero lasciata abbassata poiché le signore, pipì o pupù, sempre abbassata la vogliono, almeno a casa (al lavoro magari si schifano e tiran fuori il gadget di gomma). Capito a che livelli arriva il patriarcato? E l’evasore fiscale?

Piegare il passato al ridicolo e alla stupidità del politicamente corretto secondo lo schema totalitario di 1984. Esempi da 25 aprile. “Il Fatto Quotidiano”: quando i partigiani si unirono ai negri! Brigate partigiane di Africani! Somali Eritrei Etiopi contro l’invasor! Democrazia! Oppure, stavolta “L’Espresso”: quando i partigiani insorsero assieme ai femminielli di Napoli! La comunità che ha precorso le lotte LGBT contro la Wehrmacht! A borsettate contro le Maschinenpistole!
La brigata partigiana di ebrei è già passato in giudicato.
Delle brigate partigiane di sole donne, invece, ne ho già una collezione nell’armadio della sazietà.
Manca, è vero, una brigata partigiana di vegani già esiliati a Ventotene, ma con un po’ di bianchetto si faranno miracoli.

Piegare il passato al ridicolo. Con gli auspici dell’UNHCR ecco a voi, per i tipi di Battello a Vapore, l’insostituibile Anche Superman era un rifugiato. Storie vere di coraggio per un mondo migliore. Scacciato dal pianeta Krypton il diversamente umano trova sulla Terra il proprio cantuccio. Accogliete anche voi, bambini, accogliete tutti. E mangiate cioccolata.

E così per Odoacre o Totila: non più invasioni barbariche nei libri di scuola bensì migrazionibarbariche. Totila conduce i Goti alle porte di Roma, nel 547. Le sue intenzioni sono chiare: spianare tutto sino a rendere la città pascolo per armenti. Belisario, generale bizantino, sbarca a Porto, l’attuale Fiumicino, per contrastarlo. E gli scrive una bella lettera per renderlo edotto del carattere sacro di Roma; ce ne informa Procopio nel De bello gothico: “Ora, se tu trionfi, distruggendo Roma, non perdi però una città altrui, bensì la tua propria, o illustrissimo uomo: conservandola invece, tu puoi reputarti arricchito, a buon prezzo, del più splendido possedimento della terra. Se, invece, la fortuna ti sarà avversa, la conservazione di Roma sarà un buon motivo affinché tu trovi grazia agli occhi del vincitore, laddove la distruzione sua ti toglierebbe speranza di essere accolto con mitezza e di avere qualche vantaggio. Fatta l’opera, scenderà la sentenza del mondo, che in ogni caso ti giudicherà: infatti, la bella o brutta fama dei principi dipende necessariamente dalle loro gesta“. Totila, a fronte di tanta responsabilità, si convince e desiste, piegando altrove il proprio esercito.
Questa la storia fino a oggi.
Da domani, chissà. Magari troveremo che Belisario, penna dietro l’orecchio, gli compila, da navigator, il modulo per ottenere la casa popolare e l’asilo gratis per i marmocchi.

Più passa il tempo più mi vengono cattivi pensieri.

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