L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 30 maggio 2019

La guerra si avvicina velocemente - Non aiuta di certo il fatto che gli ebrei si ostinino a considerare i palestinesi meno che umani e si rifiuti di prendere in considerazione ogni soluzione pacifica ed umana al problema palestinese

IRAN SOTTO ATTACCO: LE SCELTE DIFFICILI DI MOSCA

Maurizio Blondet 28 Maggio 2019 



La firma del trattato JCPA, l’accordo sul nucleare tra Stati Uniti ed Iran, è stato uno dei due eventi che negli ultimi anni hanno suscitato non poche speranze di pace in Medio Oriente e nel mondo. L’altro è stata l’elezione di Donald Trump alla presidenza americana, in virtù delle molte promesse fatte in campagna elettorale sia riguardo la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra America e Russia che il progressivo abbandono di una diplomazia puramente aggressiva, basata esclusivamente sulle forze armate ed il concetto di eccezionalismo. Ma in realtà tutte le speranze di una evoluzione positiva risultano ora frustrate e i tamburi di guerra paiono rullare più forte che mai.

Il JCPOA è stato concepito come una bellissima…. pianta carnivora, destinata a bloccare, con il seducente profumo delle sue illusorie promesse, tutte le ricerche iraniane in ambito nucleare e missilistico, quest’ultimo forse perfino più essenziale per la difesa della Repubblica Islamica vista l’oggettiva importanza dei missili nella difesa aerea, nella guerra di artiglieria e in chiave antinavale. Benché nel documento ufficiale non si faccia riferimento in alcun modo a razzi e missili, lo smantellamento pressoché totale del programma missilistico iraniano a lungo raggio doveva essere contemplato in qualche appendice riservata. Molti scienziati sono stati licenziati e nessun iraniano, meccanico o in carne ed ossa, ha orbitato attorno alla Terra, come invece desiderava l’ex presidente Ahmadinejad.

D’altra parte, se si può porre in orbita alta un satellite o un essere umano, si può anche consegnare una testata nucleare su una Nazione lontana. Facendo un paragone tra l’Iran e la Corea del Nord, è evidente che l’essere dotati di bombe atomiche e di missili per lanciarle è una ragionevole garanzia che nessuna invasione verrà tentata. Nessun D-Day, nessuno sbarco in Normandia perché ogni armata americana che tentasse di sbarcare sulle coste nord-coreane finirebbe piallata via dalla faccia della Terra ed almeno un paio di città americane vedrebbero sopra di loro un gigantesco e mortale fungo atomico. Da ciò i timori comprensibili delle cancellerie occidentali e il panico rabbioso dello Stato ebraico. Una delle chiavi di lettura sia della de facto imposizione del JCPOA all’Iran che della sua inevitabile dismissione, risiede infatti nella insanabile ostilità reciproca tra la Repubblica Islamica ed Israele, di cui molti a Teheran vorrebbero la scomparsa. Non aiuta di certo il fatto che Israele gli ebrei si ostini a considerare i palestinesi meno che umani e si rifiuti di prendere in considerazione ogni soluzione pacifica ed umana al problema palestinese. Quindi anche Israele brama la scomparsa della Repubblica Islamica, sostituita da una qualche forma di più gestibile Caosthan, in stile Libia o peggio.

Europa e Russia si erano fatte garanti del rispetto dell’accordo e sono quindi rimaste allibite per la decisione di Trump. L’Europa aveva accettato ancora una volta il suo ruolo storico di comprimario di Washington, quello del vassallo fedele che ratifica le decisioni del padrone, pregustando almeno i lauti affari che il trattato prometteva. La Russia invece mirava a stabilizzare una parte del suoi lontani confini meridionali, calmando le paure di Tel-Aviv ma mantenendo allo stesso tempo il ruolo equilibratore di potenza regionale di Teheran. Dopo la firma dell’accordo, Mosca ha infatti sbloccato la consegna dei sistemi di difesa aerea S300, già pagati da Teheran e la cui fornitura aveva poi rifiutato per molto tempo.

Il disappunto europeo non ha avuto seguito: non solo l’Unione Europea manca di personalità politiche di grande levatura (non abbiamo nessun Lavrov, per esempio) ma la sua attuale evoluzione, o involuzione sarebbe meglio dire, la sta portando ad essere sempre più una prigione dei popoli che una casa comune, con buona pace degli ingenui che pensano di poterla cambiare “dal di dentro”. Le aziende francesi e tedesche che avevano iniziato nuovi affari con gli iraniani sono state così costrette ad interrompere ogni rapporto. Alla faccia delle dichiarazioni di principio.

Mosca si trova di fronte ad una scelta difficile: prendere atto dell’impossibilità di fidarsi degli americani o continuare ad offrire una seconda possibilità che faccia guadagnare sempre quell’anno in più di cui la Russia ha, secondo il proverbio, sempre bisogno prima di una guerra? Gli iraniani si saranno lamentati con Putin e qualcuno avrà anche rinfacciato ai russi il famoso “ve lo avevamo detto!”. Di più, avranno presentato una lista della spesa, nuovi sistemi d’armi, contromisure, assistenza militare, su cui la Russia però pare tentenni. Teheran avrà ricordato ai russi che è stato grazie al sacrificio dei pasdaran se non sono morti così tanti soldati russi in Siria e che, anzi, quei pochi che sono caduti vengono invece celebrati come eroi immortali. Permane qui l’impressione che i rapporti tra Mosca e Teheran siano improntati più su una collaborazione forzata in perenne attrito che su una scelta felice: vi sono delle peculiarità nella struttura sociale della Repubblica Islamica che la rendono difficile da accettare ma Mosca dovrà scegliere, prima o poi. I fronti aperti sono molti: Libia, Siria, Iran, Venezuela, Corea del Nord. Gli interessi russi in Libia sono difficilmente difendibili per ovvi motivi, i successi militari in Siria possono ancora subire un rovescio improvviso e Mosca potrebbe perdere un alleato prezioso con il quale si intende meglio degli ayatollah. Il Venezuela è lontano e benché la geografia sia favorevole contro un attacco da parte delle Nazioni vicine, anch’esse vassalle di Washington e militarmente più deboli di Caracas, la Repubblica Bolivariana non potrebbe resistere ad un attacco americano in grande stile.

Chiaramente, non sto suggerendo di abbandonare il Venezuela per l’Iran ma ho la netta impressione che il fulcro dell’attuale crisi sia Teheran. In altre parole: se cade Teheran, cade anche Mosca e la Russia finirà spartita dai vincitori come un protettorato da sfruttare.

Il presidente Rohani ha messo in gioco tutta la sua credibilità difendendo il JCPA: il ritiro americano indebolisce enormemente il suo prestigio, costruito fin dai tempi dell’affare Iran-Contras. Circola oggi la voce che Rohani vorrebbe proporre un referendum popolare sulla prosecuzione del programma nucleare. Mi sembra una mossa disperata e poco saggia. Più da Ponzio Pilato che da statista illuminato. Se vincesse il sì, il popolo iraniano si potrebbe vedere facilmente condannato in blocco come un popolo criminale e finire oggetto di una rappresaglia internazionale. Se vincesse il no, beh… sarebbe il caso di ricordare che non basta avere ragione: bisogna che ci sia qualcuno che te la riconosce. Il presidente Rohani mi ricorda certi politici italiani del nostro sciagurato Partito Democratico: farebbero meglio a ritirarsi a vita privata, a scomparire come il loro partito, ma non vogliono farlo.

Difficilmente una guerra è ragionevole e quella tra americani ed iraniani non farebbe eccezione. Da solo, l’Iran non ha speranze di vincere e, come ho già detto, è nell’interesse di Mosca che la Repubblica Islamica non cada. In ogni caso, i danni materiali della guerra sarebbero enormi, non solo limitati all’Iran e agli eserciti sul campo ma anche all’Arabia Saudita che non è in grado di difendere le sue migliaia di chilometri di oleodotti. Il prezzo del petrolio schizzerebbe alle stelle con tutte le conseguenze negative facilmente immaginabili. Tuttavia flotte ed eserciti si stanno posizionando: per il momento è solo la classica esibizione da gorilla ma la situazione potrebbe sfuggire di mano facilmente.

Come siamo arrivati a questo punto? È triste doverlo ammettere, ma l’elezione di Donald Trump, con tutti i suoi buoni propositi di riformatore del sistema americano, ha fatto precipitare la situazione. La parte che ha perso, quella che aveva in Hillary Clinton il suo portabandiera, la parte che ha scatenato le guerre imperiali americane nel Medio-Oriente, la parte che non ha avuto scrupoli nell’assassinare tremila suoi compatrioti nell’attacco dell’11 settembre in nome della teopolitica e del destino manifesto dell’America, questa parte è andata in panico, temendo di finire alla camera a gas o suicidata in qualche strano modo. Il risultato è stata la gigantesca montatura del Russiagate e le balle incredibile di Trump agente del Cremlino. Apparentemente Trump si è salvato alla fine, appoggiandosi alla lobby ebraica da lui sempre frequentata ma alla fine gli è stato presentato il conto. Se vero, chi a Tel-Aviv ha sempre ritenuto che anche la falsità del JCPOA fosse essa stessa una concessione eccessiva agli ayatollah iraniani, si è visto quindi accontentato.

Riferimenti:




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