L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 1 maggio 2019

L'Euro è un Progetto Criminale - la consapevolezza si espande

Le assurde regole Ue ingabbiano l’Italia. L’analisi del prof. Ashoka Mody (ex Fmi)

1 maggio 2019


Le assurde regole di bilancio dell’Unione europea rendono gli stimoli fiscali quasi impossibili. Ecco il pensiero di Ashoka Mody, visiting professor alla Princeton University, autore del libro “Eurotragedy: A drama in Nine Acts”. Dal 2001 fino al pensionamento, Mody è stato vice direttore del dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale (Fmi). Breve estratto di un’analisi pubblicata su Project Syndacate

La decelerazione della Cina ripartirà nei prossimi mesi, con un nuovo effetto frenante su tutto il mondo. E, purtroppo, nessun paese è in grado di prenderne il posto.

A oscurare ulteriormente l’economia globale ci pensano gli Usa che stanno uscendo dall’eccesso di stimoli fiscali e di rimpatri di liquidità dalle aziende dall’estero.

Inoltre, va segnalato il rallentamento della Germania. Una potenza industriale che rischia di vedere incrinata la sua forza per le difficoltà del settore automobilistico, trainante di tutta l’economia, alle prese con una difficile transizione verso la mobilità ecologica.

Il rischio reale, però, risiede in Italia. nella checklist degli indicatori di crisi, quelli italiani sono tutti rossi. L’economia registra una crescita di produttività pari a zero (forse anche negativa) il che non le consente di uscire dalla recessione. La Bce non può aiutarla in alcun modo.

Il rapporto debito-Pil dell’Italia è superiore al 130%, e le assurde regole di bilancio dell’Unione europea, in ogni caso, rendono gli stimoli fiscali quasi impossibili.

Le scosse nelle faglie italiane si diffonderanno rapidamente verso la Francia, che registra indicatori solo leggermente migliori e uno scarso raggio d’azione per un’efficace risposta politica a una seria contrazione economica.

(breve estratto di un’analisi pubblicata su Project Syndacate; qui la versione integrale)

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