L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 15 maggio 2019

Pechino non è mai stato coinvolto in azioni militari all'estero dalla fine della seconda guerra mondiale. Washington ha prodotto sangue e distruzioni...

GEOPOLITICA
Mercoledì, 15 maggio 2019 - 12:30:00

Cina, ora l'esercito fa paura agli Usa: investimenti, tecnologia, basi e...


C'era una volta un tempo in cui l'esercito statunitense era il più forte, equipaggiato e tecnologicamente avanzato al mondo. Quello con più basi e contingenti all'estero. E non temeva alcun rivale. Oggi è ancora così, se si eccettua l'ultima parte. Il Pentagono infatti ha iniziato a temere, e non poco, l'esercito cinese. Dall'enorme crescita degli investimenti all'ammodernamento tecnologico, dalla crescente assertività in diversi teatri come il mar Cinese meridionale e l'Artico fino alle basi militari all'estero, l'esercito della Repubblica Popolare non può più essere sottovalutato dai generali di Washington.

Da diversi anni il budget militare della Cina è in aumento. Nel 2019 le spese in materia aumenteranno del 7,5 per cento. Un dato per la verità inferiore all'8,1% del 2018. Una percentuale abbassata rispetto ai primi anni del nuovo millennio in maniera fisiologica, visto l'esponenziale aumento del volume totale rispetto agli anni Novanta. Una crescita comunque proporzionale alla sua crescita economica. La spesa di 175 miliardi di dollari nel 2018 è comunque nettamente inferiore ai 603 miliardi investiti dagli Stati Uniti nello stesso anno. Non è però un mistero che Pechino voglia un esercito allineato al migliore del mondo entro il 2050. Obiettivo che Washington non vede di buon occhio, nonostante la Cina assicuri che gli investimenti siano necessari ma fatti in ottica solamente difensiva (e il fatto che Pechino non sia mai stata coinvolta in azioni militari all'estero dalla fine della seconda guerra mondiale depone certamente a suo favore).

USA CINA, TENSIONE NEL MAR CINESE MERIDIONALE

La scorsa settimana due cacciatorpedinieri Usa si sono resi protagonisti di una nuova incursione nelle acque territoriali delle isole Spratly, nel Mare Cinese Meridionale. Isole rivendicate dalla Cina, insieme a diversi altri paesi della regione. Il transito dei due mezzi navali, le Uss Preble e ChungHoon è stato definito "un passaggio innocente" dal portavoce della Settima Flotta Usa, Clay Doss, effettuato per "contrastare le eccessive rivendicazioni marittime e preservare l'accesso alle vie marittime e governate dalla legge internazionale". Una sorta di "esercizio di libertà di navigazione" in acque nelle quali la Cina è sempre più assertiva.

L'ESPANSIONE MARITTIMA DELLA CINA

Isole e isolotti, rocce e stazioni artificiali. Le bandierine cinesi nelle acque del Pacifico si stanno moltiplicando. Una moltiplicazione che va di pari passo con l'espansione del colossale progetto commerciale e infrastrutturale Belt and Road (Nuova Via della Seta) lanciato dal presidente Xi Jinping nel 2013. Ma che va di pari passo anche con una serie di contese e rivendicazioni territoriale aperte con Vietnam, Brunei, Malesia e Filippine.

LE TENSIONI TRA CINA E FILIPPINE

Proprio Manila, lo scorso 4 aprile, ha preso parte a una grande esercitazione militare insieme agli Usa. Una mossa arrivata dopo che diverse navi cinesi hanno attraversato negli ultimi mesi le acque dell'isola di Thitu, sempre nell'arcipelago delle Spratly, occupata dalle Filippine. Tensioni intorno anche alle rocce di Scarborough Shoal, sulle quali esiste una sentenza internazionale a favore di Manila. Il presidente filippino Duterte, che ha allo stesso tempo accettato diversi investimenti cinesi nel suo paese, sta mostrando qualche insofferenza.

LA CINA VUOLE DIVENTARE UNA POTENZA MARITTIMA

D'altronde la Cina ha da tempo l'obiettivo di diventare una potenza marittima. Una necessità utile non tanto (o non solo) per ipotetiche mire espansionistiche o geopolitiche ma soprattutto per la protezione dei propri sempre più numerosi investimenti all'estero e che seguono anche la rotta marittima verso Africa, Europa e Medio Oriente. Basti guardare alle numerose operazioni anti pirateria portate avanti nell'ultimi decennio. La marina cinese si è evoluta a ritmi molto sostenuti negli ultimi anni. Tra il 2015 e il 2021, il budget militare di Pechino aumenterà di circa il 55 per cento passando da 168 a 261 miliardi di dollari. E nello stesso periodo gli investimenti nella marina aumenteranno dell'82 per cento, chiarendo quale sia il settore sul quale il Dragone sente la maggiore necessità di spendere. 

LA SFIDA NAVALE TRA PECHINO E WASHINGTON

Un focus dimostrato anche in occasione del colossale evento dello scorso 23 aprile a Qingdao per celebrare i 70 anni della marina cinese. Marina che a livello quantitativo ha già superato quella statunitense con circa 400 navi da guerra e sottomarini contro i 288 di Washington. Ma il discorso cambia a livello qualitativo. La flotta a stelle e strisce ha ancora un grande vantaggio di potenza di fuoco e dovrebbe mantenerlo ancora per circa un decennio. Gli Usa hanno 11 portaerei mentre la Cina ne ha solo una, la Liaoning, lanciata nel 2018, e sembra pronta a mandarne in acqua una seconda. Washington ha anche 88 navi da guerra e 69 sottomarini nucleari. Questo non significa che gli Usa possano dormire sonni tranquilli. La Cina sta investendo moltissimo nell'ammodernamento tecnologico della propria flotta e in generale delle proprie forze armate. Entro il 2020 la marina cinese sarà già più potente di quella russa. Senza contare il vantaggio logistico di Pechino che può usare la sua enorme costa nel teatro del Pacifico. Non a caso negli ultimi anni gli Usa hanno evitato di navigare nel Mar Giallo tra la penisola coreana e la terraferma cinese. Significativo il fatto che le forze di terra siano state ridotte a tutto vantaggio della marina, confermando l'attitudine più propositiva dell'esercito di Pechino.

I TIMORI DEL GIAPPONE E LA ZONA GRIGIA TRA MILITARE E NON MILITARE

La crescente presenza marittima della Cina ha fatto drizzare le antenne anche al Giappone (coinvolto in un'altra contesa territoriale sulle isole Senkaku, che in Cina chiamano Diaoyu), che non a caso sta continuando ad aumentare la propria spesa militare prendendo parte anche a missioni di peacekeeping statunitensi (e non solo Onu) in paesi terzi. La presenza marittima cinese non è solo militare. Entro il 2021 entrerà in funzione il più grande pattugliatore battente bandiera cinese, mentre sono già operativi tre centri di osservazione "oceanici" proprio nell'arcipelago delle Spratly, oltre a un centro di salvataggio marittimo. Di recente la marina statunitense ha fatto sapere che inizierà a trattare le imbarcazioni cinesi della cosiddetta "zona grigia" come se fossero navi militari a tutti gli effetti.

LE BASI MILITARI CINESI ALL'ESTERO

Un altro segnale delle tensioni crescenti nell'area. Un recente report del Pentagono sostiene che la Cina aprirà diverse basi militari all'estero nei prossimi anni. Al momento l'unica base militare permanente cinese all'estero è quella di Gibuti, in Africa, paese cruciale per gli interessi commerciali di Pechino per la sua posizione all'imbocco del mar Rosso. Ma secondo il report Usa la Cina ha intenzione di costruire altre basi lungo le direttrici della Belt and Road. Negli scorsi mesi si è parlato molto di un possibile centro militare sul corridoio di Wakhan nell'Afghanistan nord occidentale, ma anche di un altro in Pakistan. Secondo il Washington Post esisterebbe già un avamposto militare in Tagikistan. Ipotesi smentita sia dal governo tagiko sia da quello cinese. 

L'AVANZAMENTO TECNOLOGICO DELL'ESERCITO CINESE

Ma il settore in cui l'avvicinamento dell'esercito cinese a quello statunitense può avvenire con più velocità è quello tecnologico. Negli scorsi anni, nell'ambito della riorganizzazione del settore militare voluta da Xi Jinping, è stata creata una forza di supporto strategico ed è stato dato un forte impulso all'ammodernamento tecnologico e all'applicazione militare dell'intelligenza artificiale. In questo ultimo campo, secondo diversi analisti del settore, il sorpasso agli Usa potrebbe avvenire molto prima del 2050. Dai nuovi bombardieri ai sottomarini smart fino ai sistemi missilistici di ultima generazione, Pechino sta insistendo non solo sulla quantià ma anche sulla qualità dei mezzi in dotazione alle proprie forze armate.

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