L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 17 giugno 2019

Alceste il poeta - Se il sottoscritto e Ahmed le mandassero in giro in hot pants, col toppino e le mutandine a spaghetto che le entrano nel canale del culo, allora saremmo magnificati dalla corte marziale del Bene

Sono un mostro


Roma, 17 giugno 2019

Leggo il portale online de “Il Fatto Quotidiano”.
In sequenza la celebrazione dei buoni.
Quelli che ci condurranno alla Terra Promessa. Il roveto ardente dell’agape nichilista mette in fila le perle del nuovo rosario:

Disabili più discriminati
Femministe antiabortiste
Ritrovati residui di marijuana in Cina (500 a. C.)
Aggrediti quattro antifascisti con le magliette del cinema America
Giornata Mondiale del Rifugiato
Le detenute raccontano l'amore omosessuale
Docente di giorno, drag queen di notte. Storia di Gianmarco: "Così in discoteca racconto il dramma dei migranti" (due al prezzo di uno)

Il bordone della lacrima è quello di un vittimismo revanscista: sistematico, vendicativo. Che le vittime reclamino l’identica agenda del Potere è un puro caso. La libertà assoluta, l’eliminazione del vincolo. Li si devono pasturare questi feti fascisti, a ridurli a bigattini per pescare sempre più libertà, la droga è un incentivo alla creatività, il diverso è da preferire al normale, il verso è il recto. Chi non è d’accordo è, ovviamente, un nazista, un violento, un abusatore, il residuo protervo di un’età buia e fredda.
Il sole, invece, il sol dell’avvenire, scalda i cuori e ci avvia all’Israele della pace.
Mosè, sotto il gran sole bianco del deserto, reca infine le tribù alla spianata definitiva.
Sotto queste notiziole, vere o false o verosimili, antipasti o julienne di ex verità o stuzzichini vegani alla menzogna, spicca la gran portata trimalcionica del banchetto informativo: l’Islam cattivo.
Un padre, di origine marocchina, in quel di Arcate, nel Trevigiano, tenta di dar fuoco alla figlia perché veste troppo all’occidentale.
Leggo: colpa delle maniche.
Le maniche corte, evidentemente, spiacciono a Maometto e il mostro, residente da vent’anni in Italia, ha dato fuori di matto. Cosparsa di benzina la figliola (aveva, come tutti noi, una tanica di benzina a portata di mano), egli ha tentato l’arrosto da conte Ugolino; per fortuna, come accade in ogni serial o film americani, dove abbondano automobili che non si accendono quando dovrebbero (specie se ti insegue uno zombi), ma all’ultimo istante, quando le orride sanne son lì per addentare l’avambraccio (con manica corta) l’auto, invece, parte, con sgommata e sollievo dello spettatore, o dove le vittime si salvano in extremis perché il serial killer, sin lì di spietato acume e luciferina accortezza, ingrullisce di colpo, pugnale in mano e scemotto alla di lui mercé, per fortuna, dicevamo, ecco il colpetto di scena: “l’accendino s’inceppa”.

Possiamo figurarci la scena: il belinone islamico che prova e riprova, tra foga frustrata e incredulità, a sfregare il pollice sulla rotellina dell’aggeggio da euri 1, magari vendutogli da un correligionario, e poi desiste, sfiancato, forse col presentimento d’un intervento divino (“Fermati, Abramo ... fermati …”). Cosa avrà pensato in quel momento, magari in veneto, il carnefice? Sulla fiòla putanasa? E chi lo sa, il giornale non racconta i febbricitanti e convulsi momenti che seguirono il tentato omicidio. Di cui non si accorsero le forze dell’ordine, richiamate, con tutta calma, per interposti servizi sociali. Omicidio? Dalle ricostruzioni digitali, tutte eguali, pare (pare!) che il mostro islamico sia sotto scacco solo per “maltrattamenti”: operati, peraltro, agli inizi di giugno. Ma, evidentemente, son io che leggo, con occhi arrossati dall'odio, e immerso sino al collo nel pregiudizio antiliberale, come Franco Cerri nel Bio Presto.

Aneliti di purezza


L’americanizzazione omicidiale dell’Islam la stiamo subendo da quel dì; nessuno si lamenta, così come nessuno si lamenta del dileggio del Cristianesimo, dell’intelligenza, del passato, del socialismo e del fascismo o della più debole parvenza di tradizione, dell’esaltazione di incesto e pornografia, della droga che fa bene al cuore, del casual che ammorba la vita delle istituzioni, del rammollimento cerebrale.
Lo schema è quello: vittimismo. La vittima, scelta di volta in volta con cura dalla propaganda, e poi ingigantita, iconizzata, enfatizzata, cosparsa di lacrime, unta del nardo della pacificazione universale, piagnucolata dalle prefiche del potere, innumeri, i berciamenti che oscillano fra dolorosa constatazione (ecce victima!) e livorosa aggressione dei giusti, contro i Morlock del sottosuolo che, per puro caso, sono gli unici residui di pietrisco che possono dar fastidio al potere.

Forza Nuova, altro gruppuscolo che nulla comprende dei nuovi tempi a venire, subito si lancia nella contesa: basta Islam! Un refrain comune alla destra fregnona europea, più attenta alle cotonature e ai selfie che ai Padri della Chiesa.

Certo, basta Islam, basta Croce, basta tutto, facciamo presto; anche la Stella a Sei Punte dovrà riadattarsi alla Pace Universale come testimoniano i dolori del vecchio Beniamino in Israele.
Inutile, poi, insinuare sospetti: non sarà che il Nostro volesse bruciare il vestito e non la figlia? Ma sono pensieri che mi vergogno a pensare. La minutaglia dell’attualità mi fa schifo, profondamente, così come i ballon d’essai, le stupidaggini, le storture, i bassi ansimi della propaganda che ci insegue come un moscone pubblicitario H24.

Il Nulla ci vuole, solo quello.

In un certo senso, un senso da sbirciare col microscopio antropologico, questo delitto, qualunque esso sia, mi commuove (l’ho detto: sono un mostro). C’è ancora un padre che vuole che le figlie siano qualcosa. Un qualcosa con cui dissentire o da cui abiurare, ma qualcosa. E però essere qualcosa, oggi, giugno 2019 è un delitto: per il potere il vero delitto. E anche per voi, lo so. Perché anche i controinformatori la pensano come "Il Fatto Quotidiano". Si urla, ci si accapiglia, ma al dunque, che sia un autentico Dunque, ci si scioglie al sol dell'avvenire. E non si dice "no". Qualcuno, più coraggioso, lo pronunzia il "no" anche se il cuore dice sì. A dire "no" con le labbra e il cuore sono rimasti i mostri, gli outsider, i reietti. La logica impone il "no": pronunziarlo senza infingimenti, però, costa la reputazione.

Se insegno alle mie figliolette a essere qualcosa, a spiegar loro che il Natale è una festa cristiana che celebra la nascita di un Dio, il Dio di Pietro e Paolo, i Primipali, se dico questo, da ateo perfetto e lettore della parola di Marco e Innocenzo III, incorro in un peccato non più tollerabile. Perché il Natale, a scuola, non esiste più. Esiste la Festa del Gelo e Alceste, nel suo piccolo, mutatis mutandis, è un marocchino troglodita che brucia il vestito scollacciato della figlia. Se il sottoscritto e Ahmed le mandassero in giro in hot pants, col toppino e le mutandine a spaghetto che le entrano nel canale del culo, allora saremmo magnificati dalla corte marziale del Bene. E però siamo mostri e ci piacciono le porte strette.

La corte marziale del Bene ti reca l’infinità libertà: nel rispetto dell’Altro. Che non si sa bene cosa sia, questo Altro, ma coincide magnificamente col Nulla. Essere tutto, senza inciampi, ovvero essere un bel niente, questa l’Utopia. Eliminare nell’ordine la regola, la scuola, l’educazione, recidere il filo che lega i figli ai genitori, rendere plausibile ogni unione, anche la più oscena, radere al suolo ogni unità di senso o bassa entropia. A questo si mira.

La cronaca nera, debitamente manipolata, serve egregiamente lo scopo tanto il miccus digitalis non sta a pensare cosa c’è sotto, beve tutto. Beve, il micco, senza rendersi conto che il mondo gli scompare da sotto i piedi e che i suoi, di piedi, son al contrario e tutto ciò che osserva è il contrario. E gli sembra naturale. Certo, nel dormiveglia, dove i sensi ingabbiati dalla propaganda cedono alla spinta dei rigurgiti di una coscienza sana, ognuno avverte che la via è smarrita. Ma non si insegue, poi, tale verità anche perché gli spazi della meditazione sono occlusi, preteriti, proibiti. La meditazione, il silenzio vanno aboliti: il silenzio è pericoloso. Anche guardare i panorami è pericoloso: si colgono troppi particolari. Essere immersi nel flusso delle informazioni farlocche, quello, invece, è altamente auspicabile. Dieci, cento, mille sollecitazioni, mezze verità, deboli falsità, esagerazioni, rodomontate, goliardie: alla fine della giornata si è stremati, senza saperne la causa, eppure si continua a compulsare, a rispondere, a rinfocolare pettegolezzi e provocazioni, a reclamare nuove informazioni, sempre più, come se altre mezze verità potessero completare un quadro composto da tessere pigiante a forza le une nelle altre, sghembe, raccogliticce, invertite nel senso. Il cervello è vuoto, come l’anima, non si comprendono alto e basso, né le antiche direzioni; si esita di fronte a sentieri che sembrano tutti eguali e li si prendono, alla fine, con leggerezza, proprio perché li si reputano tutti eguali. A che pro una scelta meditata?

We don’t need no education. E pure lì siamo a cavallo, sull’Ippogrifo che ci conduce a otto miliardi di coglioni. La promozione è d’obbligo. Non si deve scegliere, selezionare, proporre al merito, premiare. Un perfetto cretino o un genio vanno in parallelo dalla prima elementare alla maturità. Si esce a diciott’anni avendo vaghe nozioni su accenti e apostrofi, nonché sui Seleucidi e sull’accelerazione gravitazionale: per tacere dello studio delle curve. Il Ministero ha le idee chiare: tutti promossi. Occorre annegare in una sola poltiglia Lucignolo e Derossi, Franti e Bottini, Fedez e De Amicis. Solo nelle università del potere, la Shub Niggurath di Philadelphia o Nuova Delhi, si selezionerà il merito: gli scherani lì prescelti, infatti, anonimi e psicopatici, serviranno la causa dei vincitori. I vinti, invece, questa marmaglia lasciata a razzolare nel pollaio della libertà, nel nome del Bene, si farà dominare, una volta per tutte, gregge una volta per tutte. Altro che MMT e minibot! Qui si sta forgiando il Ciandala definitivo, solo, inerme, microscopico, l’ominicchio che si disseta alle pozzanghere credendole ambrosia, ignaro di ogni cosa, castrato di ogni credenza o morale, addestrato a ritenere che l’anarchia sia progresso, l’uomo mansuefatto e senza ritorno. Il contrario di quanto riteneva Nietzsche che, oggi, se fosse vivo, correrebbe alla prima acquasantiera disponibile.

La pianto qui, non voglio nemmeno rileggere.

Nessun commento:

Posta un commento