L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 7 giugno 2019

Dopo l'attentato a Falcone tutti sapevamo che sarebbe toccato a Borsellino abbiamo vissuto quei mesi, l'aria si tagliava con il coltello e sapevamo che lo Stato avrebbe partecipato alla sua morte

Le rivelazioni del pentito: le stragi di mafia fra riunioni, servizi segreti e consorzio

Le dichiarazioni del pentito Fiume al processo ‘Ndrangheta stragista: «Il Consorzio era un potere assoluto. Papalia in rapporti con i servizi, tutti facevano anticamera. I De Stefano erano in contatto con la massoneria deviata»

di Consolato Minniti
venerdì 7 giugno 2019 
 

«Ho sentito parlare di stragi, per la prima volta, a Milano. Era dopo il fallito attentato all’Addaura, ma prima che finisse la guerra di ‘ndrangheta e fosse ucciso il giudice Scopelliti. Lo ricordo perché c’erano già le trattative per la pace e Mico Libri aveva detto che certe cose andavano fatte insieme, uno di loro ed uno di noi». È stato il giorno di Nino Fiume, ieri, al processo ‘Ndrangheta stragista. Il collaboratore di giustizia ha ripercorso le sue conoscenze, già per buona parte riportate in altri procedimenti, soffermandosi sul ruolo della famiglia De Stefano, suo casato di appartenenza prima del pentimento. Fiume ricorda di aver partecipato a diverse riunioni fra Badia, Nicotera, Limbadi e Rosarno. «Ho dormito quasi un mese lì a Limbadi, perché non si è trattato di una riunione di un’ora. Prima ce n’è stata una “stretta stretta” fra i capi a casa di un parente dell’autista di Luigi Mancuso, Antonio Pronestì “Nasu scacciatu”, che si trova nella frazione Badia di Limbadi. C’era Pino Piromalli, Nino Testuni, Schettini e Franco Coco Trovato». 

Il consorzio

Secondo il collaboratore di giustizia «Cosa nostra e ‘ndrangheta, per certi versi, erano la stessa cosa». Ricorda l’omicidio Mormile come «una cosa brutta», ma soprattutto «programmata dal consorzio e che doveva avvenire in contemporanea con il fatto di Bologna». Ma cosa è il consorzio? Per Fiume era il «potere assoluto che dominava su tutti, perché all’interno c’era ‘ndrangheta, Cosa nostra, camorra, Sacra corona unita. Molti lo hanno definito come una specie di federazione, ma questo consorzio aveva il monopolio di tutto lo stupefacente che girava in Italia e tutti lo dovevano comprare da loro. Addirittura alcuni omicidi potevano essere decisi solo dal consorzio. Loro, per riconoscersi, avevano tutti lo stesso bracciale. Il capo un girocollo, che era di Mico Papalia. Una volta lo lasciò a Peppe De Stefano». Fiume ricorda come il primo consorzio fu costituito a Milano, negli anni ’70. Il secondo fra il 1986 e 1987, all’epoca di Jimmy Miano, Turi Cappello, Antonio Papalia, Fraco Coco Trovano ed altri. «Alcune volte ho partecipato pure io alle riunioni in rappresentanza dei De Stefano».

Cosa Nuova e massoneria

Le conoscenze del collaboratore spaziano anche sulla cosiddetta “Cosa nuova”. «Ne ho sentito parlare durante una riunione in cui erano presenti Giuseppe De Stefano, Cataldo Marincola e Giuseppe Farao. Bisognava fare terra bruciata delle persone che sapevano troppe cose. Occorreva eliminare coloro che erano al corrente di determinati fatti e ricercare gente riservata». Fiume non ha dubbi: «I De Stefano avevano contatti con la massoneria deviata. Una volta, Carmine De Stefano, uscendo da uno studio di Milano mi disse “dimentica che siamo stati qui”. Avevano società in cui, come mi disse l’avvocato Tommasini, “non poteva entrarci neanche il presidente della Repubblica” e i loro soldi venivano portati in Vaticano tramite Giuseppe De Stefano e Franco Coco, travestiti da preti». 

‘Ndrangheta come un treno

Secondo Fiume, la ‘ndrangheta «può essere paragonata ad un treno con tanti vagoni. Ogni vagone ha il suo capo che è il capolocale. Poi c’è il capotreno. Poi abbiamo i treni ad alta velocità, dove non possono salire tutti ma solo i capi. Al di sopra di questo c’è anche chi viaggia in aereo, dirige gli scambi, dirotta i convogli senza mai farsi vedere. Sono state combattute guerre, uccise persone e chi lo ha fatto non sapeva neppure il vero motivo. Mi riferisco, ad esempio, all’omicidio del giudice Occorsio, con Papalia che ha fatto l’ergastolo da innocente. Vi dico: c’è gente che non può collaborare perché ha preso ordini dai servizi segreti.

Paura di parlare

Il pentito certi argomenti non li ha mai toccati prima. «Avevo paura», riferisce in aula. «Non so quanti di questi sono ancora in giro, ma è gente che poteva trovarti ovunque, raggiungerti ovunque. Io ho avuto a che fare con uomini dei servizi “puliti” di Reggio Calabria, ma se ‘Ntoni Gambazza che era un capo, Mico Alvaro che era un capo, io con Giuseppe De Stefano, facciamo anticamera da Rocco Papalia perché suo fratello è con queste persone che non può vedere nessuno…». Secondo Fiume «anche Paolo De Stefano era protetto da queste persone», poi ci ha litigato e «suo figlio ha detto: “i servizi fanno la guerra e i servizi fanno la pace. I servizi ci ammazzano e non ci pagano». 

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