L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 28 luglio 2019

Giorgetti Fontana Zaia, la saldatura massonico mafiosa politica del Sistema si è saldata e mettono all'angolo il fanfulla, ha terminato il suo ruolo deve passare le consegne anche a se stesso ma ridimensionato

Che cosa succede nella Lega fra Giorgetti e Salvini?

28 luglio 2019


Lo stato dei rapporti interni alla Lega di Matteo Salvini secondo il notista politico Francesco Damato

Sommersa dalle cronache sull’assassinio di un carabiniere a Roma, in un’operazione che doveva essere di ordinaria amministrazione come la cattura di un borseggiatore, e della sfida dei “no Tav” in Val di Susa dopo lo sblocco dell’opera contestata tanto a lungo quanto inutilmente dai grillini, costretti alla fine da Giuseppe Conte a ingoiare anche questo rospo, pur dimenandosi ancora in piazza e in Parlamento, la notizia politica del giorno è il nuovo, forse decisivo, strappo compiuto nella Lega dall’ancora -forse per poco- principale sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti. Che ha colto l’occasione offertagli da una festa del Carroccio nel Varesotto per avvertire, secondo me non tanto i grillini quanto Matteo Salvini in persona, fintamente distratto dalla festa di compleanno della fidanzata Francesca Verdini, che la vittoria pur importante sul fronte del trasporto ferroviario ad alta velocità delle merci dalla Francia all’Italia, e viceversa, non basta a saldare col movimento delle 5 stelle i conti elettorali del 26 maggio. E non basterà probabilmente neppure il compromesso col quale inevitabilmente si chiuderà, per ragioni di realismo economico e finanziario, la vertenza della cosiddetta tassa piatta, o flat tax, col diffidente ministro dell’Economia Giovanni Tria.

La partita decisiva della Lega è e resta quella delle autonomie regionali differenziate, senza le quali, alle condizioni più della Lega che dei grillini e tracciate già col precedente governo di Paolo Gentiloni, per quanti ammortizzatori e simili potrà inventarsi nelle nuove dimensioni decisioniste che si è voluto dare il presidente del Consiglio Conte, la maggioranza gialloverde non potrà né dovrà continuare.

Giorgetti, in sintonia su questo con i governatori leghisti del Nord che si sono già scontrati duramente con Conte sulle colonne del Corriere della Sera, usate dal capo del governo per un appello diretto ai “cittadini” settentrionali, scavalcandone gli amministratori eletti direttamente, non è naturalmente l’ultimo uomo del Carroccio. Egli è l’unico elemento di continuità rimasto davvero fra la Lega delle origini federaliste, quella di Umberto Bossi, e la Lega nazionale inventata e rappresentata da Salvini. Che non può annacquare più di tanto il federalismo pur di non perdere consensi, o di non guadagnarne di nuovi, nel Sud aizzato dai grillini a temere le autonomie differenziate rivendicate dal Nord come l’occasione per perdere l’assistenzialismo nelle dimensioni cui era stato abituato quando le condizioni economiche generali del Paese, con la liretta che poteva passare da una svalutazione all’altra, lo consentivano.

Dopo quest’altra uscita di Giorgetti, già insofferente da tempo, e peraltro costretto a rinunciare alla corsa alla nuova Commissione Europea nelle condizioni create con la decisione di Salvini di far votare i deputati del Carroccio a Strasburgo contro la presidente tedesca della stessa Commissione, nonostante gli alleati lepenisti della Lega fossero consapevoli e persino rassegnati al realismo di una sua posizione automoma in quella sede; dopo la nuova uscita di Giorgetti, dicevo, bisognerà dedicare alle vicende interne leghiste almeno la stessa attenzione riservata a quelle da inferno dei grillini, e da inverno, fuori stagione, del Pd. Dove a far venire i brividi al segretario Nicola Zingaretti dovrebbe essere un’intervista di Matteo Renzi all’Avvenire, il giornale dei vescovi italiani.

“E’ un altro Pd”, ha detto Renzi parlando del suo partito a guida zingarettiana, dove si strizza l’occhio un giorno sì e l’altro pure al movimento delle 5 stelle, il settore delle riforme è stato affidato ad uno che votò contro la riforma costituzionale voluta dall’allora segretario e insieme presidente del Consiglio e quello del lavoro ad uno contrario al suo Jobs act: un partito che anche per questo -ha ricordato Renzi- è tornato a meritarsi “il voto di D’Alema”, che ne era uscito con Pier Luigi Bersani ed altri in odio a lui e alla sua politica. “Sto fuori dalle sue dinamiche”, ha detto l’ex segretario parlando sempre del Pd e avvertendo che “il meglio” di questa posizione, con un piede fuori e l’altro dentro, arriverà nell’appuntamento autunnale della sua “area”, chiamiamola così, alla Leopolda di Firenze.

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