L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 24 luglio 2019

Il governo farlocco lascia la porta aperta al Sistema massonico mafioso politico per fare affari loschi

IL PROFILO
Anac, perché Raffaele Cantone ha lasciato la presidenza dell’autorità
L’addio dopo 5 anni per «approccio culturale mutato». Il suo mandato sarebbe scaduto nel 2020. A giugno le critiche al governo sullo sblocca cantieri


Imagoeconomica

Ha garantito ai truffati di banca Etruria di ottenere il risarcimento, ha controllato la regolarità di grandi eventi come l’Expo, la ricostruzione del dopo terremoto, ha evidenziato le numerose irregolarità nell’affare Consip, ma alla fine ha capito che un ciclo si era chiuso. Per questo Raffaele Cantone conferma quella scelta, anticipata qualche mese fa, di tornare a fare il magistrato e abbandonare l’Anac.

E ribadisce lo stato d’animo di chi – sempre più spesso – si deve essere sentito sopportato, anziché supportato. Del resto quanto accaduto con la riforma del codice degli appalti, lo dimostra. E un mese e mezzo fa Cantone lo ha detto chiaramente: «Non credo di sbagliare nel dire che quanto accaduto su quel testo non ha molti precedenti nella storia del nostro Paese: adottato con grandi auspici e senza nemmeno particolari contrarietà, da un giorno all’altro è diventato figlio di nessuno e soprattutto si è trasformato nella causa di gran parte dei problemi del settore e non solo. E’ innegabile che da quell’articolato sono derivate delle criticità, ma ciò è dovuto soprattutto al fatto che è stato attuato solo in parte, mentre i suoi aspetti più qualificanti (la riduzione delle stazioni appaltanti, i commissari di gara estratti a sorte, il rating d’impresa) sono rimasti sulla carta».

Nato a Napoli nel 1963, è entrato in magistratura nel 1991, è stato sostituto procuratore presso il tribunale di Napoli, dove si è occupato principalmente di criminalità economica, fino al 1999 mentre é rimasto presso la Direzione distrettuale antimafia di Napoli fino al 2007. Ha seguito le indagini sul clan camorristico dei Casalesi che hanno portato alla condanna all’ergastolo di boss quali Francesco Schiavone, detto Sandokan, Francesco Bidognetti, detto Cicciotto ‘e Mezzanott, Walter Schiavone, detto Walterino. Da presidente di Anac ha gestito la parte di controllo, ma anche quella di prevenzione rispetto all’infiltrazione della corruzione negli appalti pubblici e agli interventi sulle operazioni sospette o a rischio. Ma nell’ultimo anno il suo ruolo e la sua attività sono finiti spesso nel mirino del governo gialloverde, evidentemente determinato a scegliere il nuovo occupante di quella poltrona.

Nel giugno 2018, pochi giorni dopo il giuramento al Quirinale dell’esecutivo, il premier Giuseppe Conte afferma: «Dobbiamo valutare bene il ruolo dell’Anac che non va depotenziato. In questo momento però non abbiamo i risultati che ci attendevamo, e forse avevamo investito troppo». Dopo poco il vicepremier e ministro del Lavoro Luigi di Maio definisce il codice degli appalti «illeggibile e complicato, spaventa gli amministratori e non sta combattendo i corrotti». Va all’attacco anche la Lega con il sottosegretario alla pubblica amministrazione Mattia Fantinati che accusa l’Anac di «non aver dato i risultati sperati». Quanto basta perché Cantone – che aveva accettato l’incarico «perché voglio fare qualcosa di utile per il mio Paese e per i cittadini» - si renda conto che andare avanti è quasi impossibile. Finora ha scelto di non fare polemica, alle bordate che gli sono arrivate ripetutamente ha risposto in maniera ferma, ma sempre garbata. E anche nella nota che annuncia le dimissioni si limita a parlare di «approccio culturale mutato». Parole che sono comunque esplicite rispetto alle condizioni in cui ha lavorato nell’ultimo periodo.

23 luglio 2019 

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