L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 23 luglio 2019

La Germania non è il problema ma la politica italiana che non vuole creare una Moneta Complementare per uscire dalla gabbia del Progetto Criminale dell'Euro


Posted: 21 Jul 2019 12:51 PM PDT


Prima la vicenda di Carola Rackete e della Sea Watch, per cui – oltretutto – l’Italia ha dovuto subire pure la tirata d’orecchie del presidente della repubblica tedesco Frank-Walter Steinmeier (immaginiamo cosa accadrebbe a parti invertite…).

Poi la nuova presidente della Commissione europea, la tedesca Ursula von der Leyen che minacciosamente avverte: “sui conti monitorerò l’Italia da vicino”. Chissà se monitorerà i conti della Francia (peggiori dei nostri) o il surplus commerciale della Germania. L’avvertimento al nostro Paese svela la volontà di tenerlo sempresottomesso perché un’economia italiana libera dalle gabbie dell’euro sarebbe troppo competitiva (inoltre vogliono “punire” gli italiani che hanno votato come volevano).

Venerdì addirittura la cancelliera tedesca Angela Merkel ha preso di mira – anche lei – l’Italia entrando a gamba tesa sulla vicenda Russia/Lega, in cui, tuttora, non si capisce nulla e potrebbe rivelarsi ben poca cosa. Forse, prima di paventare interferenze della Russia in Europa per una storiella simile, la Merkel farebbe meglio a parlare dello strategico gasdotto con la Russia, visto che il presidente americano Trump, un mese fa, ha addirittura ipotizzato sanzioni per il Nord Stream 2, avvertendo la Germania di non dipendere dalla Russia per l’energia (ha dichiarato: “Stiamo proteggendo la Germania dalla Russia e la Russia sta ricevendo miliardi e miliardi di dollari dalla Germania”).

Una tale serie di attacchi all’Italia da parte delle maggiori autorità istituzionali tedesche, nel giro di pochi giorni, dovrebbe far riflettere e dovrebbe anche avereun’energica risposta ufficiale da parte italiana (se non altro per l’immotivata pretestuosità di tutti questi interventi ostili).

Da questi episodi emergono con chiarezza due cose: che la Germania tratta abitualmente l’Italia con un’arroganza padronale e che la stessa Germania ritiene di poter fare quello che vuole. E questo è un problema che riguarda noi (qualsiasi governo abbiamo), ma anche il resto d’Europa.

Peraltro i tedeschi vengono sempre trattati con i guanti bianchi dalle istituzioni europee. Ultimo episodio è quello riferito sul “Sole 24 ore” da Alessandro Graziani su Deutsche Bank (basti il titolo: “Deutsche Bank, quell’aiutino Bce da 2 miliardi per evitare l’aumento di capitale”).

Se consideriamo le cose nella loro realtà dobbiamo riconoscere che in Europa c’è un problema: è proprio la Germania. Soprattutto oggi che i tedeschi si sono presi in prima persona la guida della Commissione europea.

Gli altri paesi europei temono di mettersi in urto con la potenza egemone. Ma così i problemi si esasperano. Presto anche i nodi dell’economia verranno al pettine.

Come ha scritto Giulio Sapelli, “la disgregazione della forma politica europea ” sta assumendo “i tratti di una scomposizione dello stesso capitalismo europeo” e “la ragione è nella crisi incipiente del capitalismo tedesco , che è assai meno globalizzato di quanto non si creda, se non sul piano della sua finanziarizzazione rischiosissima, come comprova la crisi enorme di Deutsche Bank e buona parte dello stesso sistema bancario locale… Si apre una partita decisiva per la tenuta del sistema politico europeo e per affrontarla dovremmo rimeditare e studiare di più e non ripetere filastrocche menzognere. Fermiamoci qui” conclude Sapelli “perché se no dovremmo parlare delle sanguinose guerre balcaniche che sfatano la narrazione per cui l’Europa unita ha assicurato la pace perpetua”.

Più si tarda a capire il “problema Germania” – anche fra le forze politiche italiane tentate di andare a rimorchio della Merkel – peggio sarà. Storia e geopolitica insegnano.

Oggi è solo il presidente americano Trump che ne parla. In un recente numero di “Limes” è uscito un saggio di Theodore R. Bromund del Margaret Thatcher Center for Freedom (Heritage Foundation). Il titolo dice tutto: “America ed Europa hanno lo stesso problema: la Germania”.

Il sommario aggiunge: “Agli occhi di Washington, Berlino è tornata a essere troppo potente, pensa di poter fare a meno degli Usa e flirta coi loro nemici. L’Ue come vettore primario per imporre la visione tedesca, egoista, mercantile e pacifista ingenua. L’irrimediabile divergenza fra i rispettivi interessi”.

Ovviamente gli Usa difendono i propri interessi. Ma – come scrive Bromund – è innegabile che per tutto il XX secolo il problema fondamentale dell’Europa “che l’ha portata alla distruzione” sia stata “la forza della Germania” ; è noto che dopo il 1945 si sono cercati vari rimedi (“quello più semplice era la divisione della Germania in due Stati ”) ed è evidente che oggi “tutti gli espedienti pensati per contenere la Germania sono decaduti , sbiaditi o diventati vettori del potere tedesco”.
Per esempio, “l’Unione Europea, fondata per frenare la potenza tedesca è diventata il mezzo primario attraverso il quale la sua componente economica viene esercitata – qui sì irresponsabilmente” (come temeva Margaret Thatcher).

Dunque, spiega Bromund, lo scontro attuale fra gli Usa e la Germania non è una trovata di Trump, ma è “il riflesso di un basilare problema geopolitico”.

Occorrerebbe, anche ai tedeschi, una Germania diversa in una Europa diversa, come instancabilmente ha predicato per anni la mente più lucida del nostro tempo, che è anche il più grande tedesco di oggi: Joseph Ratzinger (in continuità con Giovanni Paolo II, vero padre dell’Europa).

Ma anche da papa, Benedetto XVI non è stato ascoltato. E’ stato la voce di uno che grida nel deserto e sia la Germania che l’Europa se ne pentiranno.

Antonio Socci

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