L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 23 luglio 2019

Landini ha venduto l'anima per diventare capo della Cgil e si vede è contro anche alla regolamentazione della paga oraria minima

Come hanno delandinizzato Landini?

di comidad

Un governo di destra ha incontrato un’opposizione che si colloca ancora più a destra. Pochi potevano supporre che i confusi tentativi del ministro dello Sviluppo e del Lavoro, Luigi Di Maio, di conferire una verniciatura sociale all’attuale politica governativa, non trovassero alcuna sponda nel sindacato. Il nuovo segretario della CGIL, Maurizio Landini, si è infatti iscritto alla schiera degli energumeni del liberismo, facendo concorrenza persino al più scalmanato di tutti, Luigi Marattin.
La proposta di Di Maio di istituire anche in Italia un salario minimo per legge, ha ricevuto da Landini una risposta abbastanza paradossale per il leader di una formazione che dovrebbe ispirarsi alla tradizione del riformismo socialista. Landini ha dichiarato infatti che le questioni salariali non riguardano il governoma la contrattazione delle parti sociali.
È lo stesso tipo di obiezione che veniva rivolta da parte confindustriale alla fine degli anni ’60 nei confronti dell’allora ministro del Lavoro, un ex sindacalista CGIL, il socialista Giacomo Brodolini, il quale aveva promosso per legge uno Statuto dei Lavoratori. A Brodolini si contestò appunto che i rapporti di lavoro andavano regolati per via contrattuale e non per legge. Sebbene fosse stato un sindacalista dei più prestigiosi, Brodolini la pensava diversamente, attirandosi tali odi che la sua morte prematura fu salutata con brindisi di gioia negli ambienti padronali.
Certo, si può essere scettici sulla consistenza e sulla tenuta a lungo termine del riformismo socialista, ma questo scetticismo dovrebbe essere prerogativa di tradizioni politiche più radicali e non di quella a cui appartiene Landini. La controproposta di Landini di estendere erga omnes la validità dei contratti nazionali è in sé valida, ma non si comprende perché sarebbe alternativa al salario minimo per legge; al contrario, il salario minimo potrebbe rappresentare una rete di protezione in più contro i contratti in dumping firmati da sindacati gialli. Anche l’altra proposta di Landini di varare una legge sulla rappresentanza sindacale contro i sindacati di comodo, appare abbastanza ingenua. Magari una legge del genere potrebbe diventare uno strumento per liquidare il sindacalismo di base, ma è molto dubbio che i sindacati di comodo non troverebbero al momento opportuno la copertura di qualche sentenza favorevole o di qualche voto della base estorto col ricatto occupazionale. Qualche anno fa Landini professava idee diverse a riguardo e a chi gli proponeva polemicamente il modello tedesco, ricordava che in Germania almeno esiste il salario minimo per legge.
In queste settimane a Landini è toccato persino una sorta di premio Ignobel, cioè l’aver ricevuto le lodi di Giuliano Ferrara. Dalle colonne de “Il Foglio”, Ferrara elogiava Landini e Tsipras per aver capito, sebbene in ritardo, che fuori di quello che lui chiama “liberalismo” (in realtà liberismo), non esiste nulla, se non un nazionalismo economico un po’ fascista. Ferrara, come al solito, si contraddice con molta disinvoltura, ma non casualmente. Secondo Ferrara infatti qualcosa di alternativo al liberismo esisterebbe, ma è nazionalista e un po’ fascista. Sembra uno spot per CasaPound.
Non che la CGIL sia mai stata un grande baluardo della difesa del lavoro ma, volendo mantenere la critica in termini realistici, occorre dire che il sindacato come istituzione presenta dei limiti oggettivi molto stringenti, perché la sua funzione è realizzare accordi; inoltre, in una fase di illimitata circolazione internazionale dei capitali, anche il potere contrattuale dei sindacati tende a crollare. La CGIL comunque era stata attenta a non perdere completamente la faccia, tanto che qualche anno fa ha condotto una meritoria e vincente lotta contro i voucher, poi reintrodotti dall’attuale governo. La stessa resistenza contro Marchionne, sebbene fosse sin dall’inizio chiaramente perdente, aveva sortito l’effetto positivo di non far dare per scontato l’assolutismo padronale in fabbrica.
Oggi la CGIL invece perde la faccia, proprio mettendoci quella che avrebbe dovuto essere la più persuasiva per i lavoratori. Un Landini delandinizzato, che adotta acriticamente gli slogan confindustriali dell’europeismo salvifico, degli investimenti e della defiscalizzazione del lavoro, rappresenta uno shock demoralizzante per gran parte della base e dei quadri della CGIL. La mutazione rispetto al Landini di cinque anni fa non è solo ideologica, ma antropologica, infatti Landini è diventato anche fisicamente irriconoscibile. Può darsi però che non si tratti solo di opportunismo o di carrierismo o di baccelloni venuti dalla galassia. Dal 2014, dall’epoca dell’opposizione al “Jobs Act” renziano, è cominciata nei confronti di Landini una pressione piuttosto subdola, che sembra assumere i risvolti della minaccia giudiziaria. Rimane traccia di queste pressioni in alcune interviste nelle quali Landini veniva accusato di “istigare”, ovvero di creare le condizioni per violenze e terrorismo.
È lo stesso “trattamento” che era stato riservato quindici anni fa a Sergio Cofferati, quando aveva cercato di opporsi al processo di precarizzazione poi concretizzatosi nella Legge 30/2003, passata falsamente alle cronache come Legge Biagi, per porla sotto l’icona sacra di un martire del terrorismo. In quell’occasione Cofferati fu accusato di essere il mandante morale dell’omicidio Biagi; lo stesso Cofferati notò che c’erano vari indizi che quell’accusa fosse già stata preparata addirittura da prima che l’omicidio venisse materialmente consumato. In particolare, Biagi era stato convinto da “qualcuno” che Cofferati lo perseguitasse.
La fiaba liberista ci presenta un quadro dei conflitti del lavoro in cui conterebbero solo categorie economiche, ma in realtà non si risparmiano veleni e colpi bassi pur di garantire l’assistenzialismo per ricchi. Che ci sia sotto anche adesso qualche minaccia di procedimento giudiziario? Perché non sospettarlo, visti i precedenti?

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