L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 luglio 2019

L'Euro è un Progetto Criminale e più passa il tempo è più si evidenzia, con sempre più insistenza anche gli euroimbecilliti più incalliti sono costretti a passare su posizioni critiche che comunque non risolvono. Solo la distruzione dell'Euro può far rinascere una Europa rispettosa dei popoli

Europa “Zero tituli”

di Guido Salerno Aletta*
12 luglio 2019

I grandi progetti storici vanno valutati dai risultati, non dalle dichiarazioni date in interviste e cerimonie. E i risultati vanno letti guardando al “film”, non al singolo fotogramma.

Da questo punto di vista il progetto di società che sta creando l’Unione Europea è letteralmente un disastro. I cosiddetti “populismi” originano da questo disastro ogni giorno più evidente per le popolazioni di tutti i paesi del Vecchio Continente, che da 30 anni vanno perdendo livelli salariali, diritti, tutele, welfare, speranze, identità, fiducia nel futuro. Se, notizia di ieri, un terzo dei maturandi italiani non comprende un testo in italiano, siamo già oltre i confini del declino nella riproduzione sociale…

Ma una società disastrata non è il massimo, quando si apre una lunga fase di “competizione” tra macroaree economiche continentali. E che la UE non sia al momento foriera di grandi aspettative lo si vede da molti segnali.

Al vertice G20 di Osaka, per dirne una, i futuri rapporti di forza sono apparsi già abbastanza delineati. La debolezza dell’Unione Europea è del resto, senza sorprese, costruita proprio attraverso le politiche di cui è più fiera: l’austerità. Che sta producendo fenomeni devastanti sotto gli occhi di tutti; a cominciare dall’enorme ritardo tecnologico e dal sempre meno lento calo (e invecchiamento) demografico.

Non è soltanto una nostra maligna osservazione. Su alcuni media specializzati, non a caso in informazione economica, cominciano ad apparire editoriali tranchant nei confronti dei certici della Ue. Come questo, del puntuto Guido Salerno Aletta, pubblicato su TeleBorsa, pesantemente ironico fin dal titolo “mourinhano” [Claudio Conti].

......

Il mercantilismo, coniugato con l’ordoliberismo che fa divieto agli Stati di interferire nei processi economici, ha contagiato l’intero Continente. Ormai boccheggia: se tutto tende a zero, c’è una ragione.

SALARI BLOCCATI

In Europa, solo i profitti si salvano a stento, ma anche questi ormai barcollano, legati come sono all’andamento dei mercati internazionali: in Germania, il rallentamento dell’export ed in particolare quello del mercato automobilistico, possono provocare un tracollo.

Le economie si sono orientate tutte verso l’export, sulla scia della Germania, ma questa componente non basta da sola a fare crescere il prodotto in modo significativo.

Il surplus della bilancia commerciale internazionale si fonda sulla capacità di battere la concorrenza sul piano della migliore qualità delle merci e dei servizi resi, e della loro convenienza di prezzo: per essere competitivi, bisogna controllare attentamente i salari e l’occupazione: una piena occupazione, infatti, porterebbe a richiesta salariali incompatibili con la stabilità dei prezzi e con gli obiettivi di competitività sull’estero.

CRESCITA ZERO

La crescita economica non è più un obiettivo, soprattutto se ne deriva l’azzeramento della disoccupazione. La disoccupazione, infatti, deve essere tenuta a livelli elevati, tali da non creare dinamiche salariali indesiderate: questo principio è stabilito anche nel Fiscal Compact, con il calcolo del NAWRU, acronimo che sta per “non accelerating wage rate of unemployment”.

INFLAZIONE ZERO

Se i salari sono bloccati per via della concorrenza, interna ed internazionale, per non perdere mercato e vedersi ridurre i profitti, così come l’altro obiettivo è di non far aumentare i prezzi: variazione nulla per i salari ed altrettanto per i prezzi.

La BCE, da anni, si propone senza successo di portare l’inflazione ad un livello vicino ma non superiore al 2% annuo: butta soldi senza nessun risultato: anzi, un risultato lo ha conseguito, quello di abbattere i tassi di interesse, che su molte emissioni sono inferiori allo zero.

TASSI ZERO

Con la istituzione dell’euro, l’obiettivo di abbattere i tassi di inflazione è stato raggiunto, ma da anni la BCE ha portato i tassi di interesse a zero, o addirittura negativi sui depositi ulteriori rispetto alla riserva obbligatoria. Questa politica ultra accomodante è stata decisa per aiutare i debitori, Stati e privati, e per non fare implodere la moneta unica. Ma la conseguenza è che si è bloccato il sistema bancario: gli istituti hanno visto assottigliarsi i margini di interesse, e guadagnano prevalentemente sulle operazioni di pagamento e sui servizi correlati alla tenuta dei conti per la clientela depositante.

MARGINI SUGLI INTERESSI ZERO

La politica dei tassi di interesse a zero sta distruggendo anche il sistema bancario europeo. Non solo tendono a zero i proventi derivanti dalla attività tipica bancaria, prendere il denaro in deposito ed erogare credito, ma ora la sola idea che entrino sul mercato dei pagamenti i colossi come Facebook, che ha annunciato il lancio di una sua moneta, la Libra, sta terrorizzando tutti, compresi i banchieri centrali: se gli Stati hanno perso il controllo delle moneta a favore delle banche centrali, stavolta sarebbero queste a perdere il privilegio assoluto di controllare le monete.

DEFICIT ZERO

Arriviamo ora al quarto zero, quello del deficit pubblico. Gli industriali, ossessionati dal contenimento dei costi, sono restii a concedere aumenti salariali, che ridurrebbero il margine di profitto. E’ risaputo: le imprese quotate in Borsa volano sui listini quando annunciano tagli dell’occupazione, ristrutturazioni e delocalizzazioni per essere più efficienti.

Soprattutto in Italia, le associazioni imprenditoriali chiedono allo Stato di tagliare il cosiddetto cuneo fiscale: occorre tagliare le tasse sul lavoro, per mettere più soldi in busta paga ai lavoratori. E’ sempre Pantalone che ci deve pensare: basta ricordare gli 80 euro erogati dal governo Renzi ai lavoratori dipendenti; ma non erano altro che una riduzione delle imposte, mascherata da erogazione a carico dell’Erario.

Tagliare il cuneo fiscale, significa ridurre il gettito delle imposte pagate dalle aziende: se contemporaneamente non si tagliano altre spese, il deficit aumenta.

Secondo i dettami del Fiscal Compact, ciò è inammissibile: occorre invece procedere con aggiustamenti strutturali che azzerino il deficit. Tagliare la spesa pubblica, spesso quella per i servizi sociali provoca esborsi diretti da parte delle famiglie per spese sanitarie o scolastiche o per altri servizi. Tagliare gli investimenti pubblici rallenta ancora di più la crescita, e contrae il fatturato delle imprese che sono impegnate nella realizzazione delle opere pubbliche. Alcune hanno dovuto chiudere perché non ci sono più commesse: un vero disastro, dunque.

E’ tutto bloccato: salari, consumi, prezzi, deficit pubblico, tassi di interesse, credito bancario, investimenti…

Europa, Zero Tituli.
* Editorialista dell’Agenzia Teleborsa

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