L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 30 luglio 2019

Roberto Rossi mentì al Consiglio superiore della magistratura per poi corregersi dopo che Panorama lo stanò

Rossi, conferma appesa al plenum Csm: un magistrato stimato qui, discusso a Roma

Il voto contrario della commissione: cosa c'è alla base del no al nuovo incarico al procuratore. Pesano la vicenda Etruria e il caso Boschi. Avvocati e giudici tutti con lui

di Salvatore Mannino
Ultimo aggiornamento il 29 luglio 2019 alle 13:01

Il pm Roberto Rossi

Arezzo, 29 luglio 2019 - E’ una vicenda pirandelliana quella del procuratore capo Roberto Rossi cui adesso la quinta commissione del Csm vorrebbe negare la conferma fino al 2022. Ogni atto ha il suo doppio, ogni personaggio si sdoppia. Capita dunque che un magistrato per il quale il secondo mandato dovrebbe essere una mera formalità, dopo il parere favorevole del Consiglio Giudiziario, l’esito non solo positivo ma elogiativo dell’’ispezione ordinaria ministeriale e le statistiche che attestano come gli arretrati si siano ridotti della metà, si ritrovi appeso al voto del plenum che a settembre deciderà del suo destino.

A Palazzo di giustizia c’è ancora ottimismo sul risultato finale, ma mai, almeno ad Arezzo, la politica, quella vera e quella giudiziaria, aveva inciso tanto su una nomina. Già, perché quelli che si oppongono alla conferma di Rossi (1-4 in commissione, a suo favore ha votato solo il consigliere di Unicost, che è anche la corrente del procuratore) lo fanno con una motivazione schiettamente politica che ben poco ha a che fare con l’attività giudiziaria svolta dal procuratore, cui in definitiva si rimproverano due sole cose: 1) l’essere stato consulente giuridico di Palazzo Chigi, quindi iscritto d’ufficio al partito renziano; 2) la gestione del caso Boschi.

Ora chiunque abbia seguito la vicenda sa come l’incarico di Rossi al Dagl (il dipartimento legislativo della presidenza del consiglio) risalga ai tempi del governo Letta e ben poco c’entri con Renzi e tantomeno con Maria Elena Boschi. Allo stesso modo, tutti coloro che conoscono il dossier Banca Etruria sono ben consapevoli del ruolo marginale che vi gioca Pierluigi Boschi, membro del Cda senza deleghe fino al maggio 2014, quando la figlia era già ministro e tutti i presunti reati ora contestati nel maxi-processo erano già stati consumati.

E comunque anche Boschi ha avuto la sua parte di guai, visto che il pool di Pm capeggiato da Rossi sta meditando di mandarlo a processo per bancarotta sul caso delle consulenze. Fatto sta, che in modo del tutto indipendente dalla realtà, una parte del Csm e anche della politica (Lega e 5 Stelle) si è convinta che Rossi non debba restare in procura per i prossimi quattro anni. Quasi un riflesso condizionato delle polemiche che ci furono ai tempi della commissione parlamentare d’inchiesta.

Capita dunque che l’abbozzo di concerto (il parere) del ministro della giustizia Alfonso Bonafede diventi inopinatamente un diniego e che in quinta commissione votino in questo senso i membri laici, gli uomini di Davigo e persino il rappresentante di Area, la corrente di sinistra.

Un giudizio (o un pregiudizio?) che va a scontrarsi col coro unanime che sale da Palazzo di giustizia, dove avvocati e magistrati non hanno dubbio alcuno sulla correttezza e capacità di Rossi, nonché sui meriti da lui acquisiti per la conferma. Nè dubbi hanno avuto il Consiglio giudiziario della Toscana (il piccolo Csm che esiste in ogni distretto, ma meno condizionato dalla politica) e gli ispettori ministeriali inviati dallo stesso Bonafede che ora però nega il concerto. Come finirà?

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