L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 30 luglio 2019

votare ogni 5 anni, la chiamano democrazia

Democrazia sostanziale e formale

di Pierluigi Fagan
28 luglio 2019

Questo post sarebbe riservato ad un dialogo di approfondimento con due miei contatti ( Vincenzo Cucinottae Gabriele Pastrello col quale mi scuso per il carattere minuscolo) ma poiché contiene opinioni di valore più generale, da commento diventa post. Se non siete interessati alla teorizzazione politica, evitatelo è molto lungo e molto palloso


In una precedente discussione, ci si imbatteva nella differenza tra formale e sostanziale a proposito della democrazia, ma la distinzione non era chiara, vedrò quindi di chiarirla. Innanzitutto per intenderci reciprocamente, debbo ancorare il punto di vista di partenza o quantomeno chiarirlo. Chi scrive aderisce ad una ideologia democratica. L’ideologia democratica sembra molto popolare ma c’è un profondo disguido sulla questione, non è probabilmente quella che pensate di conoscere voi.

Ideologia democratica ha ben poca teorizzazione di base. Compare inizialmente nelle Storie di Erodoto, se ne dà qualche specifica in Politica di Aristotele, se ne dà versione critica negativa nella Costituzione degli Ateniesi (versione c.d. Anonimo Oligarca o Pseudo Senofonte), viene sistematicamente massacrata da Platone, teorico massimo di ogni forma piramidale gerarchica, dalla metafisica in giù. Scompare dai radar della teoria politica lungo tutto il periodo romano e medioevale. Nel primo moderno ci sarebbero i diggers ed i levellers della Guerra Civile inglese di metà XVII secolo ma non scrivevano le loro idee. Per altro vennero tutti fisicamente massacrati da Cromwell delle cui truppe facevano parte. Ricompare sostanzialmente con J.J.Rousseau, seguito da qualche fazione dei moti pre e durante la Rivoluzione francese (giacobini-montagnardi, socialisti detti da Marx “utopisti”, anarchici della Comune del 1871). Ha qualche ripresa più recente ma non possiamo qui entrare nel merito.

Nel periodo moderno sostanzialmente scompare, sostituita da una forma giustificata teoricamente da B. Constant nel 1819 che titola: “La libertà degli antichi comparata alla libertà dei moderni”, corroborato poi da J. Stuart Mill (liberale, inglese). Constant era un liberale franco-svizzero e la sua comparazione muove dai principi teorici di Rousseau, dicendo però che -ovviamente- negli stati moderni composti da milioni di persone, non si poteva certo fare la “democrazia diretta” tipo Atene o Ginevra, bisognava passare a quella rappresentativa entro ovviamente lo stato moderno liberale à la Montesquieu con tripartizione dei poteri etc. etc. Constant chiama “libertà” la democrazia, facendo il verso a Rousseau che ironizzava sulla forma rappresentativa liberale che presupponeva di dare libertà di partecipazione al processo politico ai cittadini, “una volta ogni quattro anni” (riferendosi a gli inglesi).

Nel 1832 nella “democrazia” inglese poteva votare solo il 4% scarso della popolazione adulta, chi pagava un certo (alto) importo di tasse, chi era ricco insomma, era una democrazia delle élite. In più, come ogni liberale si sciacqua la bocca con la parola “libertà” ogni cinque minuti, chissà poi, come ogni liberale, intendendo cosa.

Da questo punto in poi, “democrazia” non significa più quello che in teoria politica aveva significato per secoli sebbene poco frequentata come idea, “democrazia” diventa quella liberale, rappresentativa, elettiva, con opinione pubblica e weberiana élite politica esperta, semmai intermediata da partiti o sindacati o altro, letteralmente terrorizzati dalla “dittatura della maggioranza”, molto meglio la dittatura della minoranza no? Da questo punto in poi, si divide la democrazia sostanziale che si rivolge ai significati antichi da quella formale (che come dice Vincenzo Cucinotta diventa una faccenda di regole) che riguarda lo sviluppo moderno. Per i seguaci dell’impostazione antica, quella moderna, non meriterebbe il diritto d’uso del termine che è un concetto con tutt’altri valori. I sostanzialisti quindi non riconoscono ai formalisti il diritto di traslare il concetto. Detto più chiaro, per un democratico sostanzialista -tutte- le moderne forme di rappresentanza politica parlamentare quali si sono svolte nella storia del XIX-XX-XXI secolo, non dovrebbero chiamarsi “democrazia”, poiché si ritiene che i contenuti del concetto siano stravolti, a cosa diversa dovrebbe corrispondere nome proprio. I sostenitori dei sistemi moderni sono liberi di ritenere i loro sistemi i migliori in assoluto o tra quelli possibili, solo li chiamassero con altro nome a proposito della orwelliana “neolingua”. Un po’ come i “cristiani” che infrangono tutti e dieci i Comandamenti da mane a sera. Nominalismo, fase suprema dell’occidentalismo.

Un sostanzialista, ovviamente, tenderebbe al principio della partecipazione diretta ma poiché non è un cretino, capisce che le forma di società e Stato moderno, non sono assimilabili a quelle delle città-Stato. Ma da questo realismo non trae permesso per equiparare il diretto col delegato. Tenderebbe a tener fermo il principio per vedere poi cosa si può fare per onorarlo, almeno in tendenza, sebbene in condizioni demo-socio-politiche ben diverse. Ad esempio:

1) La democrazia è una forma per prendere decisioni comuni in base al principio di maggioranza (semplice o qualificata se così è stabilito) dentro gruppi umani di vita associata. Tale pratica politica dovrebbe tendere a forme semi-permanenti di partecipazione politica. Va da sé che votare ogni quattro o cinque anni non ha nulla a che vedere con tale principio;

2) la partecipazione politica assidua dovrebbe esser anche qualificata. Si renderebbe cioè necessario un ambiente politicizzato, un continuo discutere, informarsi, formarsi, criticare, proporre, cambiare idea o farla cambiare ad una massa critica. Ciò vale non solo nella comunicazione interpersonale, ma anche nella discussione esperta, in quella culturale e nel mondo dei media. Ciò presupporrebbe non solo una ampia alfabetizzazione ma anche una acculturazione, una discreta conoscenza dei temi oggetto di dibattito e decisione, nonché capacità logico-linguistiche appropriate per scambiarsi opinioni, nonché molteplici occasioni di poterlo fare (ed è chiaro che se uno lavora otto ore al giorno non può farlo, il trucco è tutto lì), effettivo pluralismo etc. etc.. Non è per altro vero che ad esempio ad Atene non vi fossero forme di delega (basta leggersi la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele o di scuola aristotelica) il problema non è la delega ma la distanza tra delegato e delegante, l’oggetto della delega, il poterla ritirare ove il delegante non si senta più garantito dal suo delegato (il delegato è un servo funzionale del delegante non il suo padrone), la partecipazione diretta dei cittadini alle cariche pubbliche;

3) c’è poi una questione di mero numero che non è precisa ma neanche precisabile, ma di cui occorrerebbe tener conto. Quante persone partecipano al processo di decisione politica? Quante persone decidono sì o no? Se al processo politico partecipano poche persone pur avendo le altre la possibilità teorica di partecipare, è un problema, un sintomo del fatto che la comunità sta perdendo la sua essenza politica. Se alla fine, vale il principio di pura maggioranza (50%+1), bisognerebbe cercare di non arrivare quasi mai ad una decisione così forzata. Questo anche in correlazione diretta alla complessità del tema, temi più complessi richiederebbero maggioranze più qualificate (temi complessi non dovrebbero esser oggetti di referendum se non consultivamente). Ci sono poi decine di altri aspetti ma non possiamo qui entrare nel merito, per altro i democratici sono pluralisti e quindi ci sono varie declinazioni prescrittive a seconda dell’inclinazione. E’ una materia molto complicata e dai contorni poco precisi, in cui le parole coprono diversi significati, quindi soffre dentro un post.

Tenete però conto che l’intera filosofia politica occidentale, da Platone e Polibio a Machiavelli a Bodin a Hobbes, Locke, Montesquieu, Hegel, Marx, Weber, Lenin e chi vi pare a voi, per lo più non è democratica. I testi di Protagora sono stati distrutti nella trasmissione cristiano-neoplatonica. Aristotele ce l’abbiamo ma l’affiliazione dello Stagirita al pensiero democratico è poco consistente (sebbene almeno non sia un elitista sfrenato come Platone). Tutta, ripeto TUTTA la filosofia antico greca pervenutaci è di filosofi non democratici. I democratici (Anassagora, Protagora, Democrito ed altri) sono riferiti a pezzi inverificabili (e mai politici) da fonti cristiane, romane, neo-platoniche di cinquecento e passa anni dopo. Nulla di scritto del periodo d’oro della democrazia ateniese ci è pervenuto. Si stimano in almeno trenta le varie Costituzioni delle poleis greche, a parte quella ateniese riferita da A. hanno visto bene di perderle tutte. Tucidide che riferisce il discorso di Pericle era aristocratico, Canfora è "stalinista" e dà di Pericle una visione che personalmente non condivido pur essendo io una caccola nei suoi confronti. Rousseau da solo vale quel che vale. Il resto è tutto “liberale”, magari “anglosassone”. A coloro che credono all’auto-intestazione anglosassone del crisma di “democratici” consiglio di leggersi la Teoria della classe agiata del grande T. Veblen (1900). Tra anglosassone e democratico c’è una incompatibilità antropologica.

Chiudo dicendo che scendendo sul piano concreto, forme come i sistemi elettivi proporzionali puri, un sostanzialista li vede meno peggio di quelli maggioritari. Votare partiti che poi votano leader o responsabili politici di cariche pubbliche, ad un sostanzialista dà l’orticaria. Votare spesso anche fuori dal modulo parlamentare (ad esempio referendum o simili forme consultive dirette) è meglio che votare solo una volta ogni quattro anni. Votare assemblee di prossimità che poi votano assemblee seconde e terze sarebbe meglio che votare solo una assemblea. Le assemblee elette potrebbero esser molteplici, su vari temi, a mandato. Un sostanzialista sa perfettamente che la democrazia non risponde al principio di efficienza, ma attenzione a sacrificare sul principio di efficienza la sostanza democratica. Ci sono mille problemi pratici e pure teorici, ma ad un sostanzialista piacerebbe notare che c’è chi li affronta e sviluppa piuttosto che citare i teorici delle oligarchia partecipata dei liberali riconoscendo loro il crisma di “democratici” o partire col tombale “utopia!” annesso sorrisetto di chi la sa lunga. Consiglio la lettura di Discorso sulla servitù volontaria di Etienne La Boétie (1549-1576) a riguardo di questa introiezione del senso di servitù orgogliosa, il “servant pride” che si celebra di continuo assieme al culto del leader carismatico, potente, saggio, esperto, paterno.

Aristotele chiamava politeia la forma costituzionalizzata della democrazia che non degenerasse in demagogia. Un sostanzialista sa che la democrazia può degenerare in populismo, plebiscitarismo, oclocrazia ed altri mostri, ma ci sono modi per evitarlo senza ricorrere alla necessità di élites paterne. Basta immettere dosi massicce di cultura nella società, cosa che ogni élite di ogni tempo e luogo, si è pervicacemente applicata a non fare (anche perché non sarebbe più élites a cominciare da quelle intellettuali). Hitler non vinse le democratiche elezioni (un sostanzialista sa quanto il clima politico del tempo fosse poco democratico, non bastano le formalità per avere democrazia) e fu fatto premier dall’èlite aristocratico-democristiana che poi gli permise di pervertire la Costituzione di Weimar. La democrazia è fallibile, è molto difficile, va continuamente alimentata e corretta, noi non siamo mai stati democratici, è un “cultura” prima che un volume di norme. Tutti ne parlano ma pochi si son presi la briga di interrogarsi a fondo sul significato.

Chiudo dicendo che la Teoria delle élites (Mosca, Pareto, Michels) mostra chiaramente che la c.d. "democrazia" moderna non può esser tale. La de-politicizzazione della società avvenuta negli ultimi cinquanta anni in Occidente, è un grave problema. La democrazia reale (sostanziale) è l’essenza del dominio politico, la democrazia delle élite (rappresentativa) è l’essenza del capitalismo ovvero del dominio dell’economico (e delle sue diseguaglianze) ad ordinatore delle società. Il moderno modo di organizzare la società nasce con la Gloriosa rivoluzione del 1688-89, non con la presunta “accumulazione originaria”. E quella data sancisce l’istituzione del potere all’assemblea parlamentare delle élite. Se v’illudete di combattere il neo-liberismo usando lo strumento della democrazia liberale perderete tempo e non conseguirete alcun risultato perché -come spesso accade- la forma fa sostanza. Perché secondo voi il centro politico militare del capitalismo ovvero gli Stati Uniti d’America, vuole esportare la democrazia liberale in tutto il mondo? Perché quel meccanismo è la precondizione per il dominio del capitalismo e della sua potenza maggiore. E quello che chiamate democrazia liberale (Marx la chiamava “democrazia borghese”) è un sistema sostanzialmente, strutturalmente, oligarchico. Molti ex “comunisti” non notano il problema perché i comunisti non sono mai stati democratici quindi sostanzialmente non sanno neanche loro di cosa stanno parlando. Persi i soviet hanno abbracciato la Costituzione repubblicana (in filosofia politica la forma più ambigua di pseudo-democrazia medioevale o pre-moderna è appunto il repubblicanesimo). Il comunista pentito, come tutti i ricondizionati (gli ex tossicodipendenti, le ex pornostar), è pure peggio del liberale scaltro.

Infine, per un sostanzialista, uno che diventa premier di un paese con 47 milioni di elettori potenziali con 90.000 voti e si dice “democratico”, è un abominio. Il fatto che sia garantito da l’architettura costituzionale è tipico della forma politica liberale che ha traslato sul formale, il sostanziale. Capirete quindi bene che poiché: a) a me BJ, come persona, sta pure simpatico (suoi intimi amici dicono che l’eroe politico ideale di BJ è Pericle!); b) dal punto di vista della strategia geo-politica per i prossimi trenta anni, se fossi stato britannico (o forse solo inglese, dio non voglia) avrei votato per il Brexit; il mio giudizio sarcastico sulla sua elezione viene dal profondo rancore ideologico che ho nei confronti degli inglesi (non gli inglesi come persone che a volte sono gradevolissimi, anche più dei tedeschi e dei francesi), liberali, anglosassoni ed altre forme di sofisticatissima capacità di imporre il principio di elitismo gerarchico, confondendo sistematicamente forma e sostanza per far passare l’ennesimo motore della diseguaglianza.

In breve, ciò che ogni democratico sostanziale odia visceralmente.

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