L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 1 agosto 2019

Autonomia delle Banche centrali è sempre stata una barzelletta, loro lo hanno sempre saputo ma il mass media c'è l'hanno rifilata per decenni trattandoci come mammalucchi

La Fed taglia i tassi per la prima volta dal 2008. Ma potrebbe essere tardi. E non bastare a Trump


La prima riduzione del tasso base dello 0,25% in dieci anni non basterà a prevenire i rischi di recessione e a fermare le pressioni del presidente Usa Trump. Mosse analoghe sono state annunciate o decise dalla Bce, dall’India, dalla Cina e dal Giappone, mentre i rischi di crisi economica aumentano

di Nicola Borzi | 31 LUGLIO 2019

Con una mossa attesa dagli operatori, la Federal Reserve ha tagliato i tassi di 25 punti base, la prima riduzione degli ultimi dieci anni. Una decisione che, secondo molti osservatori, non basterà però a ridare fiato all’economia Usa e a eliminare i rischi di recessione e che sicuramente non servirà nemmeno a evitare le ire del presidente Donald Trump che, con il suo solito stile roboante, nei giorni scorsi aveva sfidato l’indipendenza della Banca centrale statunitense chiedendo a gran voce una riduzione del costo del denaro di entità maggiore. Nel tentativo di placare la Casa Bianca, però, il Federal Open Market Committee (Fomc), cioè il Comitato della Fed che si occupa di decidere le mosse di politica monetaria al termine della riunione di oggi, 31 luglio, con cui ha annunciato il taglio dei tassi ha anche messo per iscritto che intende fermare prima del previsto la riduzione del bilancio della Fed: in parole povere, la Banca centrale Usa potrebbe tornare a sostenere l’economia statunitense anche attraverso nuovi programmi di acquisto di titoli, trasmettendo in questo modo la riduzione dei tassi anche sul mercato secondario.

Pesano la frenata mondiale e le ricadute della guerra commerciale

Il taglio del principale tasso di interesse di 25 punti base è il primo dopo la sequenza di aumento seguiti alla fine della crisi finanziaria: dopo aver portato dal 5,25% a zero il tasso sui Fed Funds tra il 2007 e il 2009, quando l’esplosione della bolla dei mutui subprime aveva mandato in recessione l’intera economia mondiale, la Federal Reserve tra il 2015 e il 2018 aveva gradualmente innalzato i tassi sino al 2,5% nel tentativo di “raffreddare” la corsa senza freni dell’economia Usa, scatenata in ripresa. Ora però i segnali di incertezza che arrivano dall’economia mondiale, la riduzione delle pressioni inflazionistiche e i rischi delle ricadute della guerra commerciale globale scatenata da Trump nei confronti della Cina, del Messico e dell’Unione Europea hanno determinato una nuova fase accomodante. Il Fomc ha così deciso di abbassare l’intervallo obiettivo per il tasso dei Fed funds al 2-2,25%.

Non c’è stata unanimità sulla misura

Il taglio dei tassi di interesse era ampiamente previsto da investitori ed economisti, ma è stato accompagnato anche da una decisione inattesa che consiste nello stop alla riduzione del bilancio della Fed da domani, primo agosto, con due mesi di anticipo sul previsto. Il taglio dei tassi è stato sponsorizzato da Jay Powell, il presidente della Fed, e ha ottenuto la maggioranza dei voti dei partecipanti al Fomc (la Federal Reserve è un organismo federale con rappresentanti in alcune delle principali città statunitensi) ma Esther George, presidente della Fed di Kansas City, ed Eric Rosengren, presidente della Fed di Boston, hanno votato contro il taglio, dicendo che preferivano mantenere i tassi costanti. Negli Stati Uniti la disoccupazione rimane quasi ai minimi storici e i consumi interni restano elevati, ma nel secondo trimestre le statistiche economiche segnalano un rallentamento della crescita, investimenti più deboli del previsto e inflazione inferiore al target del 2%.

Gli indicatori “vedono” recessione certa entro 12 mesi

Secondo alcuni indicatori predittivi del ciclo economico, però, la mossa della Fed potrebbe essere arrivata troppo tardi. A giugno un indicatore econometrico di recessione calcolato su un modello probabilistico dalla Fed di New York ha raggiunto il suo livello più alto dal 2009. Il dato elaborato della Federal Reserve di New York, che prevede la probabilità di una recessione degli Stati Uniti nei prossimi 12 mesi, è stato pari al 32,9% alla fine del mese scorso: il valore era al 28% a maggio. Tutte le volte che l’indicatore ha superato la soglia del 30%, dal 1960 a oggi, è poi puntualmente arrivata una recessione nei 12 mesi successivi.

Anche Ue, India, Cina e Giappone allargano le maglie

La scorsa settimana anche Mario Draghi, presidente uscente della Banca centrale europea, ha indirizzato la Bce verso possibili riduzioni dei tassi e acquisti di titoli in autunno per combattere l’inflazione che continua a restare sotto i livelli sperati. Politiche accomodanti sui tassi sono state messe in cantiere recentemente dalla Banca del Popolo cinese, dalla Banca centrale del Giappone e da quella dell’India, che a giugno ha tagliato il tasso base dello 0,25% portandolo al 5,75%.

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