L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 12 agosto 2019

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - e il marchio Versace si è prestato, una puntura molesta di una zanzara

LA QUESTIONE

«Hong Kong e Macao sono Cina»: ecco perché Pechino si sente offesa da Versace

Mettere in dubbio che le ex colonie siano parte della nazione tocca un tabù delle autorità comuniste: l’unità e l’integrità territoriale. Una suscettibilità acuita dalla crisi di Hong Kong e dall’approssimarsi del 70° dalla fondazione della Repubblica popolare

di Marco Del Corona
11 agosto 2019 (modifica il 11 agosto 2019 | 17:53)




La rottura tra Versace e la sua «ambasciatrice » per il mercato cinese Yang Mi (qui la notizia) è l’ennesima incomprensione tra il mondo del business in generale e della moda in particolare e la Cina, seconda potenza economica del mondo e vero antagonista globale degli Stati Uniti. In questo caso la causa scatenante è un tema che avrebbe fatto inferocire Pechino (e, come si usa dire da quelle parti, «offeso i sentimenti del popolo cinese») anche in altri tempi: quando Xi Jinping, l’uomo con i poteri più ampi dai tempi di Mao Zedong, non era ancora leader; quando la nazione tutta non era ancora mobilitata per gli imminenti settant’anni della proclamazione della Repubblica popolare (1° ottobre 1949); e quando Hong Kong non era attraversata da disordini che le autorità comuniste definiscono «separatiste» e che non hanno precedenti , se non il tentativo (più di cinquant’anni fa) di esportare la «rivoluzione culturale» nell’allora colonia britannica.

La questione infatti attiene a un nodo profondo e radicale dell’identità della Cina. La sua sovranità nazionale, l’integrità del proprio territorio. Dire che Hong Kong sia Hong Kong non è una tautologia, è un errore perché dal 1° luglio 1997 Hong Kong non è più territorio di Londra ma è entrato a far parte della Cina propriamente detta; il fatto che , a differenza del resto della Cina, abbia una sua valuta (il dollaro di Hong Kong), una sua autonomia amministrativa (per quanto progressivamente erosa da Pechino), istituzioni semi-democratiche e una discreta libertà di stampa, che vi si possa entrare senza richiedere un visto, può avere indotto all’errore. Lo stesso discorso vale per Macao, la più antica testa di ponte europea in Cina, ultima colonia del Portogallo che l’ha riconsegnata a Pechino il 20 dicembre 1999. Anche qui valgono, sebbene in misura più tenue, le stesse eccezioni di Hong Kong, anche la valuta non è il renminbi cinese ma è rimasta la pataca, agganciata al dollaro hongkonghese. Tratto comune fra le due ex colonie, poi, è il fatto che l’uso parlato del dialetto cantonese ha preservato una certa autonomia culturale e l’impiego del cinese scritto tradizionale (cioè prima della semplificazione dei caratteri voluta dalle autorità maoiste nel dopoguerra) assicura un ulteriore aspetto di diversità.

Ma con la sovranità e l’integrità territoriale la Cina non scherza. Hong Kong e Macao sono Cina a tutti gli effetti, la testimonianza di una recuperata dignità dopo secoli di decadenza, smembramenti territoriali, caos, invasioni e umiliazioni a opera delle potenze occidentali. Non c’è business che possa cancellare questa visione, condivisa dall’opinione pubblica. La crisi di Hong Kong ha esasperato le sensibilità, così come la esasperano le rivendicazioni di Pechino sugli arcipelaghi contesi del Mar Cinese Meridionale (tema di allarme per il Vietnam, gli Stati Uniti e altri Paesi) ma il tema precede lo scivolone di Versace. La stessa suscettibilità solleva il tema di Taiwan, isola che fino al 1949 era unita alla madrepatria fin quando non ha ospitato il governo nazionalista di Chiang Kai-shek, battuto da Mao e rifugiatosi lì. Considerata da Pechino una provincia ribelle, Taiwan ha nel frattempo conquistato un’identità culturale (continua a usare la scrittura tradizionale, ad esempio) e politica distinta (è, per cominciare, dagli anni Novanta una vera e vivace democrazia parlamentare) ed è un Paese de facto non riconosciuto se non da pochi alleati diplomatici in Oceania e America Latina (più il Vaticano).

Quello che può aver favorito l’errore di Versace è che spesso, per distinguere Hong Kong, Macao e Taiwan dalla Cina continentale (dove la valuta è il renminbi e l’amministrazione non ha intermediari locali né sono presenti forme di autonomia), il mondo del business e della moda ricorre a due espressioni diverse: Mainland China (Cina continentale, appunto) e Greater China (le due ex colone britannica e portoghese e Taiwan). Ma per Pechino non esiste alcuna distinzione. Chi sbaglia, peggio per lui, a maggior ragione quando i ribelli di Hong Kong sfidano temerariamente le autorità centrali. Senza considerare che una figura pubblica come Yang Mi non ha senz’altro alcun interesse (eufemismo) a farsi cogliere dagli occhiuti dirigenti cinesi poco reattiva a fronte di una provocazione «imperialista» di un’azienda straniera. Che abbia reagito all’«offesa» spontaneamente o sia stata sollecitata a farlo poco cambia: tacere sarebbe stato, per Pechino, un crimine.

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