L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 9 agosto 2019

E' ora di costruire un Progetto Alternativo

Il momento giusto?

di Leonardo Mazzei
5 agosto 2019

Non siamo certo tra coloro che non vedevano l'ora che il governo gialloverde naufragasse. Né siamo tra quelli che gioiscono per quello che considerano lo "smascheramento" dei Cinque Stelle. Sta di fatto che, al di là delle pur necessarie certificazioni anagrafiche, il decesso politico è ormai compiuto. E tutto è avvenuto nel peggiore dei modi possibili, consegnando cioè la guida delle operazioni agli uomini di quella Quinta Colonna che, tramite il Quirinale, risponde direttamente ai voleri della Cupola eurocratica.

Un Salvini penosamente aggrappato ai temi securitari, fa il paio con un Di Maio palesemente allo sbando. Entrambi parlano adesso di tutto fuorché della gabbia europea. Se M5S ha formalizzato la svolta con il vergognoso voto alla Von der Leyen (nonché con il quotidiano richiamo alle coperture per la prossima Legge di bilancio), Salvini sa solo dire "flat tax" senza mai precisarne i contenuti effettivi. Contenuti tutti compatibili, in ogni caso, con i vincoli europei, come ripetono in continuazione Tria e Conte.

Ieri alcuni leghisti si sono chiesti cosa ci stia ancora a fare M5S al governo dopo la batosta del Tav. Giusta osservazione, peccato si possa dire la stessa cosa della Lega dopo i nein del Ministero dell'Economia e di Palazzo Chigi ad ogni manovra minimamente espansiva che possa turbare i signori di Bruxelles e Berlino.

Mezze calzette prive di visione e di coraggio

Qual è la verità nuda e cruda? E' che questi sono delle mezze calzette prive di visione e di coraggio. Il confronto con la vita reale ha portato all'eutanasia i Cinque Stelle, ma solo la loro inettitudine ha coperto per un po' quella pochezza che corrisponde al nome di Matteo Salvini. In breve, la classe dirigente delle due forze populiste al governo si è dimostrata ben al di sotto di ogni aspettativa.

Certo, la Lega ha mietuto un successo elettorale dopo l'altro, fino a quello - clamoroso - delle europee del 26 maggio. Un 34% molto simile a quel 33% pentastellato del 4 marzo 2018, già bruciato al 50% in un anno di governo. In tempi di crisi il consenso ha vita breve, specie se alla fine ti pieghi alla dittatura europea quasi come un Renzi qualsiasi.

Noi non ci siamo mai augurati questo esito per una semplicissima ragione, perché esso non farà altro che rafforzare la tesi dell'impossibilità di uscire dalla gabbia dell'euro. Per questo abbiamo sempre detto che l'eventuale sconfitta del governo gialloverde non sarebbe stata solo dei gialloverdi, ma che essa sarebbe in qualche modo ricaduta sulla battaglia complessiva per uscire dall'euro-dittatura. Sarebbe miope nasconderci oggi questa semplice verità.

Ma c'è, per fortuna, anche un'altra verità. Ed è che il pantano in cui è finito il litigioso duo Salvini-Di Maio, mostra a tutti l'esigenza di 
costruire un'alternativa ben più solida al dominio dell'oligarchia eurista. 
In assenza di ciò la prospettiva è quella di un declino secolare del nostro Paese. Una decadenza, non solo economica, ma anche sociale, politica e culturale targata euro.

Al momento non sappiamo quali saranno i prossimi sviluppi della crisi politica in corso. Ma il fatto che nessuno dei protagonisti indichi, con un minimo di credibilità, la prospettiva di uno scontro con l'Unione Europea, basta ed avanza per trarne le dovute conseguenze.

Il mostro eurista è oggi più debole che mai. Aver rinunciato a metterlo in croce, con il voto determinante alla Von der Leyen, è il marchio di infamia che accompagnerà fino alla loro scomparsa i Cinque Stelle. Ma che dire della Lega? Insistere sul regionalismo differenziato (dunque sulla fine, di fatto, dell'unità nazionale), pensare che un modestissimo intervento fiscale possa cambiare il quadro macro-economico, saper solo innalzare la bandiera confindustriale del Sì-Tav: cos'è, in fondo, tutto questo se non il modestissimo programma di una forza neoliberista ormai piegata (anche per le fortissime spinte interne dei capibastone del nord) alle compatibilità europee?

Certo, nuove grida di guerra non mancheranno. La propaganda ha le sue esigenze. Ma la credibilità, che è dura da conquistarsi, ben presto si perde quando ci si piega al nemico senza neppure combattere. E tutto ciò è ancora più grave in considerazione dei prevedibili scossoni che la Ue subirà con i nuovi passaggi che si annunciano sulla Brexit.

Questo sarebbe stato, insomma, il momento dell'attacco. Ed è invece, in tutta evidenza, il momento della ritirata delle forze che hanno dato vita al governo gialloverde. I canti di gioia dei media sistemici sono lì a ricordarcelo ogni dì.

Non tutto il male vien per nuocere

Ma non tutto il male vien per nuocere. La domanda, sociale e politica, che ha spinto in alto le forze populiste (pur così diverse tra loro) resta inalterata. Difficile credere che adesso tutto rifluisca nel tranquillo alveo di un bipolarismo 2.0. Le èlite questo cercheranno, ma la realtà si rivelerà di certo più complicata ed interessante.

E' dalla fine del governo Berlusconi, cioè dal novembre 2011, che il bipolarismo è nei fatti saltato. Ed è saltato perché la crisi di consenso alle forze tradizionali non è stata più recuperata. Difficile credere che il miracolo gli riuscirà adesso, anche se la debacle gialloverde un aiuto di sicuro glielo darà.

Potrebbe essere questo, dunque, il momento giusto per far emergere una nuova proposta politica. Una proposta nuova e radicale di Italexit, che sappia raccogliere il meglio di una spinta populista che, benché tradita dalle forze politiche che ne erano state premiate, è però ben lungi dall'esaurirsi.

Ci sono oggi le condizioni per muovere con successo in questa direzione? La manifestazione del 12 ottobre - Liberiamo l'Italia - ci darà una prima risposta.

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