L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 7 agosto 2019

E' un falso ideologico pensare che le regole europee possono essere cambiate esse di volta in volta vengono applicate a secondo delle esigenze per attuare gli obbiettivi del Progetto Criminale dell'Euro. Gli investimenti per assumere medici, infermieri, vigili del fuoco, polizia si riversano in spesa di conto corrente ma questo non significa che NON vanno a combattere l'appiattimento voluto e cercato per l'economie tipo quella italiana. Le assunzioni pubbliche sono parte integrante delle spese per investimenti che si riverberano sul sistema produttivo

CATEGORIA: DRAGHI E GNOMI
È giusto cambiare le regole economiche europee?

scritto da Econopoly il 07 Agosto 2019

DRAGHI E GNOMI

L’autore di questo post è Tammaro Terracciano, Ph.D. candidate presso lo Swiss Finance Institute di Ginevra. La sua maggiore area di interesse è la macroeconomia internazionale – 

Un minimo comune denominatore dei governi che si sono susseguiti negli ultimi anni è la promessa di voler cambiare le regole economiche europee. In questo senso, la linea del Partito Democratico non era molto diversa da quella odierna della Lega e del Movimento 5 Stelle. Tutti, a modo loro, hanno inondato la stampa di dichiarazioni simbolicamente molto forti, come i famosi pugni sbattuti sul tavolo di Renzi o i “tiro dritto” di Salvini. Questi atteggiamenti hanno sempre avuto un alto ritorno elettorale, poiché, vista la sua rigidità all’adattamento, l’Unione Europea è un facile bersaglio politico.

Negli ultimi mesi, i famigerati vincoli europei sono ritornati al centro del dibattito pubblico, sia per le elezioni europee che per la scampata procedura di infrazione. Sorge dunque spontaneo domandarsi: è giusto cambiare le regole economiche europee?

Il dibattito pubblico sul tema è molto deludente, quasi provinciale. Da un lato, c’è la linea tedesca del pareggio di bilancio sempre e a tutti i costi, che fa passare la propria linea politica come un indiscutibile assioma economico. Dall’altro, ci sono quelli che esigono carta bianca per poter finanziare in deficit qualsiasi cosa, senza curarsi di niente e di nessuno. È evidente che entrambe queste visioni sono sbagliate, perché superficiali ed estemporanee.

Per farsi un’idea solida, le variabili da considerare sono tre: 
  • la tipologia di spesa che si vuole finanziare, 
  • la congiuntura economica e 
  • i tassi di interesse. 
Semplificando un po’, il bilancio dello Stato può essere suddiviso in due categorie: 
  • conto corrente e 
  • conto capitale. 
Nella prima ci sono i capitoli di spesa relativi alle pensioni, dipendenti pubblici e ai consumi dell’apparato pubblico, mentre nella seconda troviamo gli investimenti a fini produttivistici, che, in genere, non sono permanenti. È chiaro che fare deficit per finanziare la prima, piuttosto che la seconda categoria, cambia la qualità e dunque la valutazione della manovra.

Quando l’economia rallenta e il PIL è al di sotto del suo potenziale, è fondamentale per uno Stato poter fare investimenti volti a sostenere la domanda interna, l’occupazione e a rilanciare la produttività. È sicuramente più facile a dirsi che a farsi, ma queste misure sono indispensabili per affrontare le crisi e avere una crescita robusta e sostenibile.

In aggiunta, bisogna considerare il livello dei tassi di interesse e la loro evoluzione attesa: se il costo del finanziamento è minore del ritorno sull’investimento, l’incentivo ad investire è chiaramente maggiore. Visto che l’Europa è da anni in una trappola della liquidità, quest’ultima considerazione è saliente e, infatti, molti economisti se ne stanno interessando.

Insomma, ha senso ripensare le attuali regole di bilancio per dare più spazio agli stati per fare investimenti e combattere la disoccupazione. Sebbene la BCE abbia fatto molto di più di quello che ci si immaginava, è assurdo pensare che la politica monetaria possa farsi carico anche delle responsabilità di quella fiscale. Inoltre, sarebbe ottimale creare dei meccanismi di coordinamento della spesa a livello europeo per contenere le divergenze tra paesi che minano la stabilità economica nel medio periodo.

L’eurocommissario agli Affari economici Moscovici: “Le regole non si discutono”

È bene precisare che il fondamentale ruolo degli investimenti è stato già riconosciuto dalla Commissione Europea quando ha ideato il cosiddetto piano Juncker nel 2014. Purtroppo, però, 
il programma è stato troppo limitato per poter veramente rilanciare l’economia
tanto che le stime sugli effetti si sono rivelate decisamente ottimistiche. D’altro canto, è importante apprezzare sia l’esistenza del piano stesso che il suo respiro internazionale e cooperativo, che certamente scarseggia in Europa.

Una critica ricorrente ai programmi di investimenti pubblici è che rischiamo di lasciare in eredità un debito pubblico più alto sulle spalle dei nostri figli. 
Questa affermazione non è sbagliata di per sé, ma è fuorviante in quanto tutte le nostre azioni saranno lasciate in eredità. 
Allo stesso modo, se non facciamo nulla per il clima, lasciamo in eredità aria irrespirabile, se non facciamo nulla per l’economia, lasciamo in eredità meno ricchezza di quella che abbiamo oggi e così via. Pertanto, questa obiezione lascia un po’ il tempo che trova.

Detto ciò, è evidente che rivedere le regole europee è un ottimo punto di partenza per creare un sistema più resiliente, ma non è la panacea. Come tutti ben sanno, abbiamo tanti altri temi da affrontare e che devono essere trattati in parallelo, basti pensare all’evasione, alla corruzione o all’eccessiva burocrazia, la quale impedisce l’utilizzo di molti fondi già stanziati.

In conclusione, le regole vigenti non sono in grado di adattarsi alle esigenze del momento né a distinguere adeguatamente la bontà dei programmi di spesa. Per questo motivo, dobbiamo creare delle regole che permettano agli stati di poter fare investimenti in deficit per combattere le crisi. Insomma, delle regole che distinguano l’indebitarsi per investire in innovazione dal chiedere un finanziamento per andare in vacanza alle Maldive. Come abbiamo ripensato la politica monetaria, dobbiamo ridiscutere anche quella fiscale, con raziocinio e senza dogmi.

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