L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 10 agosto 2019

Energia pulita - l'Idrogeno il re è l'incontrastato

L’ECONOMIA DEL FUTURO
Energia pulita, in Germania si viaggia sul primo treno a idrogeno

di Francesca Basso e Elena Comelli 09 ago 2019

In Germania il primo treno passeggeri che si muove grazie alla tecnologia a idrogeno

L’idrogeno come vettore energetico sta vivendo una seconda giovinezza. Era diventato popolare all’inizio del nuovo millennio con il bestseller di Jeremy Rifkin The Hydrogen Economy, che lo dipinse come la soluzione ai problemi energetici del mondo. A oggi, nel 97% dei casi l’idrogeno si produce dal metano: 70 milioni di tonnellate all’anno, responsabili di 830 milioni di tonnellate di CO2, equivalenti alle emissioni cumulate di Regno Unito e Indonesia, secondo i dati dell’International energy agency. Esiste anche un altro sistema di produzione, l’elettrolisi, che separa le molecole dell’acqua in ossigeno e idrogeno: un processo pulito (emette ossigeno) ma energivoro, che conviene solo nelle occasioni in cui ci sia molta energia a disposizione e poco fabbisogno.

Esempi classici sono i Paesi del Nord Europa, dove l’energia da idroelettrico o da eolico supera di gran lunga la domanda e talvolta si butta via. A Falkenhagen, nella pianura brandeburghese, E.on ha avviato uno dei primi progetti commerciali dove si utilizza l’energia eolica in eccesso per estrarre idrogeno dall’acqua e immetterlo nella rete come arricchimento del metano. L’idea di usare la rete gas come buffer per la produzione elettrica incostante delle fonti rinnovabili, al posto delle batterie al litio, ha già diversi esempi. La canadese Hydrogenics, attiva nelle celle a combustibile, ha ottenuto dal governo dell’Ontario un finanziamento per il primo impianto Power to Gas in Nord America, sostenuto dal gigante della trasmissione del gas Enbridge (primo operatore di rete nordamericano). Enbridge vede in questa iniziativa un nuovo ramo di business, applicabile allo stoccaggio dell’elettricità prodotta da rinnovabili. Nelle isole Orcadi, a Nord della Scozia, si punta invece a sfruttare l’idrogeno derivato da elettrolisi per alimentare i traghetti che fanno la spola con la terraferma. Negli ultimi anni, l’Europa sta promuovendo lo sviluppo di tecnologie per la produzione di idrogeno verde, generato da fonti rinnovabili, finanziando una serie di progetti coordinati dal Fuel Cells and Hydrogen Joint Undertaking, partenariato pubblico-privato che sostiene attività legate a Horizon 2020. Se prodotto tramite rinnovabili, come nelle Orcadi, l’idrogeno è un vettore energetico da considerare come valida alternativa all’utilizzo dei combustibili fossili per i trasporti. Pochi mesi fa, in Germania, è stato lanciato dalla francese Alstom il primo treno a idrogeno, destinato a soppiantare le locomotive diesel. Anche per l’Italia, dove oltre il 30% della rete ferroviaria non è elettrificata, una soluzione che può avere senso.

Ad accendere i riflettori sulle potenzialità dell’idrogeno è stato il G20 dell’Energia a Karuizawa, in Giappone. L’Iea, l’Associazione internazionale dell’energia, ha presentato uno studio approfondito su «Il futuro dell’idrogeno» e sul contributo che può dare al processo di decarbonizzazione mondiale. L’Italia da tempo sta investendo nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie per la produzione e l’uso di questa molecola nei trasporti e nell’industria. Il consumo mondiale di energia nel 2018 è aumentato quasi del doppio rispetto al 2010. La domanda di combustibili è cresciuta, trainata dal gas naturale. È aumentata anche la produzione da fonti rinnovabili, che nel 2018 hanno coperto il 45% della produzione di elettricità. Ma un maggiore utilizzo di energia, ha sottolineato l’Iea, ha comportato anche un aumento delle emissioni di anidride carbonica, che nel 2018 hanno raggiunto una crescita record dell’1,7%. In questo scenario l’idrogeno può dare un contributo molto importante, «per contrastare diverse sfide energetiche — spiega l’Iea — incluso aiutare a stoccare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili che sono variabili, come il solare o l’eolico. Offre diversi modi per decarbonizzare settori come i trasporti a lungo raggio, la chimica, il ferro e l’acciaio, in cui è difficile ridurre le emissioni. Può anche aiutare a migliorare la qualità dell’aria e rafforzare la sicurezza energetica».

La Snam per la prima volta in Europa ha avviato la sperimentazione dell’immissione di una miscela di idrogeno e gas naturale nella rete di trasporto gas italiana. A Contursi Terme (Salerno), fornisce H2NG, una miscela di idrogeno e gas, a due industrie della zona, un pastificio e un’azienda di imbottigliamento di acque minerali. La società guidata da Marco Alverà (che a ottobre organizzerà la conferenza The hydrogen challenge, con Iea e Irena) sta verificando la compatibilità delle infrastrutture con crescenti quantitativi di idrogeno miscelato con il gas e sta studiando modalità di produzione di idrogeno da elettricità rinnovabile. Anche Eni sta portando avanti diversi progetti. «L’idrogeno è una molecola che già usiamo nelle nostre attività — spiega Giuseppe Ricci, chief refining & marketing officer di Eni — in particolare nella raffinazione per togliere le impurità dal petrolio e per favorire la conversione da prodotti pesanti a leggeri, dall’olio alla benzina. Ma abbiamo anche cominciato a seguire con attenzione gli usi dell’idrogeno per la mobilità e la sua produzione dai rifiuti».

Agli inizi di giugno Eni ha avviato una collaborazione con Toyota per accelerare la diffusone delle stazioni di rifornimento delle vetture a idrogeno. «La prima aprirà a San Donato e sarà pronta nella prima metà del 2020 — racconta Ricci —. La mobilità basata sull’idrogeno è più indietro rispetto a quella elettrica ma ha buone chance di competere perché risolve il problema della batteria e della ricarica. L’idrogeno ha un più alto contenuto energetico: 4 chili permettono di percorrere, a seconda dello stile di guida, fino a 400 chilometri. La California e la Baviera hanno avuto uno sviluppo interessante. La prossima stazione che apriremo sarà a Nord-Est, per formare una sorta di cluster». Sempre in giugno il gruppo guidato da Claudio Descalzi ha stretto un accordo con NextChem, controllata di Maire Tecnimont, per lo studio e la realizzazione di una tecnologia di conversione, tramite gassificazione ad alta temperatura e bassissimo impatto ambientale, di rifiuti solidi urbani e plastiche non riciclabili per la produzione di idrogeno e metanolo. «Questa partnership — ha spiegato Ricci — permetterà l’avvio di una concreta economia circolare che dai rifiuti produrrà carburanti a basso impatto ambientale». L’investimento di Eni in decarbonizzazione, economia circolare e rinnovabili sarà di 3 miliardi nei prossimi 4 anni.

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