L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 15 agosto 2019

Gli ebrei nelle terre di Palestina non accettano di pagare i loro debiti

ISRAELE E I SUOI BEDUINI


(di Andrea Gaspardo)
14/08/19 

Mentre nelle aule di tribunale e nelle stanze del potere ancora si dibatte in merito al possibile destino giudiziario di Benjamin Netanyahu, lo Stato Ebraico potrebbe trovarsi presto coinvolto in una nuova spinosa controversia; quella dei “Beduini del Negev”.

Israele ha sempre avuto un rapporto molto particolare con “i suoi Beduini”, che risale alla fondazione stessa dello stato. Già nel corso delle migrazioni dei pionieri sionisti, tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, i capi tribù delle aree desertiche del Negev, ma anche nel deserto di Giudea e nelle colline della Samaria e della Galilea, avevano opportunisticamente stretto dei rapporti di cooperazione con i primi coloni ebrei. Ciò può sembrare paradossale agli occhi di un male informato ma, storicamente parlando, pur essendo anch'essi parte dell'universo etno-culturale arabo, i “Beduini” hanno sempre avuto un'identità autonoma e distinta rispetto ai “Fellahin”, contadini stanziali abitanti i villaggi e le città del territorio del Levante, che costituirono l'amalgama da cui nacque successivamente l'identità “palestinese”.

Quando, tra il 1948 ed il 1949, Israele venne coinvolto nella “Prima Guerra IsraeloAraba” detta anche “Guerra d'Indipendenza” alcune tribù del Negev accettarono rapidamente la sovranità israeliana, inviando anche i propri uomini a combattere al fianco dell'Haganah, la milizia ebraica, mentre altre rimasero “intrappolate tra i due fuochi” e vennero espulse dal territorio israeliano assieme alla gran parte dei “Fellahin” divenendo parte di quella che oggi è nota come “Diaspora Palestinese” (si stima che di circa 110.000 Beduini stanziati nel deserto del Negev all'inizio delle ostilità, solo 11.000 rimasero alla fine della guerra!).


I Beduini del Negev rimasti hanno mantenuto generalmente rapporti cordiali e di cooperazione con lo Stato Ebraico, vedendo riconosciuto da subito il proprio status di cittadini. Un gran numero di essi (si stima il 5%-10% dei maschi abili al combattimento) viene arruolato ogni anno nelle forze armate israeliane come volontari, confluendo nelle cosiddette “unità da esplorazione e ricognizione” che nelle forze armate israeliane godono di uno status elitario.

Purtroppo però, non tutto ciò che luccica è oro. Decenni di sostanziale disinteresse politico e mancanza di investimenti hanno consegnato una realtà odierna in cui il settore beduino di Israele rappresenta la parte più povera del paese (persino rispetto agli standard del resto degli Arabi Israeliani) caratterizzata inoltre da tassi di criminalità abnorme. La scarsa scolarizzazione ed uno status femminile ancora poco sviluppato hanno fatto sì che il numero di Beduini passasse da 11.000 nel 1949 a 210.000 oggi tanto da far agitare lo spauracchio di una “perdita di controllo” del Negev da parte dello stato centrale.

Tale “bomba demografica” verrebbe poi esacerbata dal mai sopito conflitto per il possesso della terra. I Beduini infatti considerano circa 600 km2 della parte centrale territorio del Negev come loro proprietà mentre le autorità contestano vigorosamente tale rivendicazione sulla base dell'importanza strategica che tutto il deserto ha per lo Stato d'Israele.

In questo contesto va inserito il cosiddetto “Piano Prawer” che prevede l'espulsione di circa 36.000 Beduini (ma i detrattori parlano addirittura di 70.000) residenti in circa 35 villaggi definiti “abusivi” ed il loro ricollocamento in altre zone dello stato ebraico, alcune delle quali situate addirittura nella parte centrale del paese, in modo da allontanare i Beduini dalle loro terre ancestrali e favorirne la transizione verso un modello socio-economico più in linea con i moderni dettami della società e dell'economia israeliana. Per i fautori di questo piano, tale iniziativa va nella giusta direzione della “riappropriazione di terre dello stato che sono state illegalmente occupate”, mentre per i detrattori, si tratta della “peggior espropriazione di terra palestinese dal 1949”.

Intanto, le problematiche sociali dei Beduini perdurano ed il risentimento aumenta, anno dopo anno.

Foto: IDF

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