L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 6 agosto 2019

Il decadentismo statunitense è un fatto

05 agosto 2019
Gli Stati Uniti di oggi sono i peggiori di sempre (ma l’Europa ha smesso di ribellarsi)

Gli Usa di oggi sono quelli dove avviene un mass shooting ogni 64 giorni, dove neri e ispanici sono ancora discriminati, dove si trova il 25% dei detenuti mondiali. E la politica estera (anche verso l’Europa) è ancora peggio. Ma tutti hanno smesso di alzare la testa

SCOTT OLSON / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

Domanda: c’è una versione degli Usa che a un europeo dabbene, un europeo con tutti i sentimenti, possa far più schifo di quella attuale? E perché non c’è nessuno che si agiti almeno un po', manifesti davanti all’ambasciata, organizzi una raccolta firme? Dopo tutto l’abbiamo fatto, in tempi e condizioni assai diversi. Negli anni Ottanta durante la crisi degli euromissili, perché non volevamo i Pershing e i Cruise sul nostro continente. E di là c’era l’Unione Sovietica, mica bruscolini. E poi di nuovo all’inizio degli anni Novanta, quando George W. Bush voleva invadere l’Iraq e ci rifilava le balle sulle armi di distruzione di massa. E di là c’era Saddam Hussein, roba da far sembrare Brezhnev un vero signore.

Non si ottenne nulla, arrivarono i Pershing, i Cruise e pure l’invasione dell’Iraq. Però si vide che gli europei almeno esistevano, pensavano, si scaldavano. E adesso? Il nulla, il vuoto. O forse vogliamo raccontarci che gli Usa di Jimmy Carter, Ronald Reagan e George Bush erano peggio di quelli attuali? Diamo un’occhiata. Quatto sparatorie nel mucchio in una settimana: a Gilroy in California, 3 morti; a Southaven in Mississippi, 2 morti; a El Paso in Texas, 20 morti; e a Dayton in Ohio, 9 morti. Quella di Dayton è la ventiduesima sparatoria del 2019, già cento persone sono morte così. Donald Trump? Sì, ma anche no. È da un po' che le cose peggiorano. Tra il 1982 e il 2011 negli Usa c’era un mass shooting in media ogni 200 giorni. Dal 2011 ce n’è uno ogni 64 giorni.

Gli Usa di oggi sono il Paese in cui il 71% dei neri sostiene che le relazioni con i bianchi sono “negative” e l’86% che le discriminazioni a sfondo razziale aumentano quanto più tu, nero, sei istruito o in possesso di titoli di studio. Il Paese in cui metà degli ispanici denuncia di aver subito con regolarità questo o quell’atto discriminatorio e in cui, secondo un sondaggio generale, l’82% dei musulmani e persino il 64% degli ebrei sono danneggiati, nella vita sociale, dalla loro pratica religiosa. Il Paese che ha il 5% della popolazione mondiale ma il 25% di tutti i detenuti e dove, a parità di reato, i membri delle minoranze etniche si beccano almeno cinque mesi di galera in più. E anche qui, Trump c’entra e non c’entra perché la tendenza, secondo lo studio dell’indiano Imran Rasul, è cominciata nel 2001, dopo le Torri Gemelle.

Gli Usa di oggi applaudono freneticamente la Brexit, minacciano di rifilarci altre sanzioni, ci intimano di versare altri soldi per finanziare la Nato che è cosa loro e lavora per i loro interessi globali

Ecco, questo è il Paese che, nel frattempo, progetta di allungare e alzare il muro anti-migranti col Messico, quello che provoca tanti begli articoli di giornale ma nemmeno una protesta per strada.

Lo stesso Paese, all’estero, offre un grosso aiuto all’Arabia Saudita che bombarda i bambini nelle scuole dello Yemen (e quando serve uccide e fa a pezzi i giornalisti, mica li manda a stendere in una conferenza stampa) e con l’ormai inutile embargo alla Siria favorisce la morte per malattia o mancanza di cure adeguate di migliaia di civili innocenti. Verso l’Iran (che, ricordiamolo, secondo la Ue rispettava in pieno il Trattato sul nucleare del 2015) ha avviato un embargo che sta facendo soffrire solo la gente comune, non certo la guida suprema Alì Khamenei. In Israele ha sputato in un occhio all’intera comunità internazionale, ha trasferito l’ambasciata e caldamente appoggiato gli israeliani quando fucilavano i manifestanti al confine con Gaza, in quello che l’Onu ha definito un crimine di guerra. Quando ha liberato dall’Isis le città di Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria) ha fatto secchi migliaia di civili. Ma tutto va ben, madama la marchesa.

E che dire agli europeisti dell’Europa? Gli Usa di oggi applaudono freneticamente la Brexit, minacciano di rifilarci altre sanzioni (oltre a quelle già in vigore sulle importazioni di alluminio e acciaio), ci intimano di versare altri soldi per finanziare la Nato che è cosa loro e lavora per i loro interessi globali, tengono in casa nostra una settantina di bombe atomiche sotto il loro esclusivo controllo, ci rifilano gli F35 che funzionano come le bombe atomiche di cui sopra. Pretendono inoltre di decidere da chi dobbiamo comprare gas e petrolio e persino chi dobbiamo frequentare. La Russia no, la Cina no, l’Iran no, il Venezuela no, e anche sui miei vicini di casa hanno qualche dubbio.

Abbiamo appena sentito dire (vero Zingaretti?) che senza gli Usa e la Nato il multilateralismo sarebbe andato a banane. Il multilateralismo, pare, in cui o siamo d’accordo con gli Usa o siamo d’accordo con gli Usa

Nessuna nostalgia del passato ma una volta sarebbe bastato molto meno per incazzarsi almeno un po'. E adesso? I sovranisti hanno deciso che gli americani bisogna aiutarli a casa loro e a casa nostra, e dire sempre sì, anche ai progetti più bislacchi, ed essere pure felici (vero Salvini?). Come gli stalinisti del buon tempo che fu quando si parlava dell’Urss. I buoni, i progressisti e gli europeisti, invece, continuano a succhiarsi il pollice e vanno in cerca del papà. Abbiamo appena sentito dire (vero Zingaretti?) che senza gli Usa e la Nato il multilateralismo sarebbe andato a banane. Il multilateralismo, pare, in cui o siamo d’accordo con gli Usa o siamo d’accordo con gli Usa. Altri versano lacrime commosse sulla fine di John McCain, uno che avrebbe bombardato anche sua nonna. Altri si fanno le pippe con gli hacker e le fake news, sempre in attesa dell’inevitabile invasione russa come i loro nonni negli anni Cinquanta, fantasma sempre buono per giustificare la posizione a novanta gradi.

Ma se vi commuovono tanto i bambini che fanno l’altalena da un lato e dall’altro del muro con il Messico, perché non fate anche qualcosa? Che so, una delegazione di parlamentari che fa la sciopero della fame accanto al muro, per dire. Troppo? Una lettera aperta, allora. Oppure, vista la mancanza di allenamento, poiché è dalle guerre dei Balcani di Bill Clinton che non apriamo più la bocca, anche solo un telegramma. Aperto, però.

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