L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 6 agosto 2019

Il legame tra la Russia e l'Iran è strategico come quello tra gli Stati Uniti e gli ebrei della Palestina


5 AGOSTO 2019

Per avere un quadro esaustivo di quanto sta accadendo nel Golfo tra Iran e Stati Uniti occorre guardare alla situazione mediorientale generale ed in particolare a due Paesi legati tra di loro da per nulla cordiali rapporti di vicinato: la Siria e Israele.

Per quanto riguarda Israele abbiamo già avuto modo di parlare del suo contrasto alla penetrazione sciita nell’area ed in particolare al conflitto asimmetrico che ha aperto con l’Iran colpendo i suoi alleati e proxy in Libano (Hezbollah), in Siria e adesso in quello potrebbe essere un nuovo fronte: l’Iraq. La strategia israeliana è alquanto lineare: in primo luogo eliminare fisicamente le milizie sciite filoiraniane ovunque esse si presentino utilizzando tutti i mezzi che ha a disposizione in modo da impedire a Teheran l’espansione verso il Mediterraneo in quella che per gli Ayatollah dovrebbe diventare la “Mezzaluna Sciita”, in secondo luogo assicurarsi che l’Iran non abbia la possibilità di arrecare nessuna minaccia ad Israele ed in questo senso l’arsenale missilistico iraniano va eliminato o reso inefficace così come va eliminato qualsiasi programma di sviluppo atomico.

La Siria rappresenta un fronte aperto dove, da quando è scoppiata la guerra civile (?!?!) nel 2011 ed il contrasto allo Stato Islamico, si stanno fronteggiando gli interessi non solo delle potenze regionali del Medio Oriente (Arabia Saudita, Iran, Israele, Turchia), ma anche di quelle globali (Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Russia) con alleanze a volte ambigue, quasi fluide, determinate da obiettivi strategici comuni ma anche tattici, sino ad arrivare a cambiamenti di fronte dettati da esigenze particolari del campo di battaglia: le forze aeree russe in più di una occasione hanno dato il loro supporto al Fsa (Free Syrian Army) in chiave anti-Califfato sebbene questo stia combattendo anche contro le forze regolari di Damasco, alleata storica di Mosca.

In questo scenario, complesso e complicato da relazioni internazionali tra i vari attori non sempre ben definite – vedere il caso Turchia/Usa per gli S-400 – si inserisce il contrasto statunitense all’Iran che, per ora, riguarda solo l’ambito diplomatico sebbene con un’escalation militare che ricorda molto quanto accaduto recentemente con la Corea del Nord: la strategia della Casa Bianca sembra infatti voler ripercorrere le stesse modalità, giocandosi quella che abbiamo chiamato la “carta coreana”, per poter arrivare ad un nuovo accordo sul programma nucleare, essendo il Jcpoa inviso alla nuova amministrazione Usa, ma soprattutto essendo sempre stato osteggiato da Tel Aviv, che guarda con favore ad un ingresso attivo degli Stati Uniti nella lotta contro l’Iran.

Risulta pertanto interessante, ai fini della comprensione delle attuali dinamiche internazionali, capire cosa pensano oltre Atlantico non solo della penetrazione iraniana in Siria, ma anche dei rapporti tra Russia ed Iran in quel fronte così delicato.

I “legami pericolosi” tra Russia e Iran in Siria

Un rapporto del Csis, il Center for Strategic International Studies, afferma che l’Iran ha potuto trasportare in Siria uomini e materiali con la diretta complicità della Russia sebbene il ruolo di Mosca suggerisca che stia giocando una partita delicata, in bilico tra il sostegno alle attività iraniane e l’esplicito o tacito assenso alle rappresaglie e attacchi israeliani contro obiettivi iraniani in territorio siriano.

La Russia e l’Iran hanno sviluppato rapporti complessi e a volte conflittuali nel corso della loro storia recente ed in particolare in Siria i due Paesi si sono ritrovati sullo stesso lato del fronte sebbene animati da interessi diversi.

Mosca è scesa in campo per sostenere Assad motivata dal timore che un cambio di regime a Damasco, come avvenuto in Afghanistan, Iraq e Libia, potesse portare all’instaurazione di un governo filo-americano col rischio di vedersi esclusa da quell’importante settore del Medio Oriente, considerato strategico in particolar modo dalla Russia sia perché crocevia di importanti vie di approvvigionamento di idrocarburi (principalmente gasdotti) sia perché sede di una base navale russa, l’unica che Mosca ha nel Mediterraneo. Secondariamente al Cremlino si temeva l’effetto domino che la caduta di al-Assad avrebbe potuto avere sulla stabilità del Caucaso ed anche di altre repubbliche ai suoi confini meridionali: un cambio in senso democratico-occidentale, prima ancora dello spargersi dell’infezione del terrorismo islamico che avrebbe comportato, avrebbe potuto spianare la strada ai sentimenti antirussi diffusi nell’area caucasica e fomentare, conseguentemente, rivolte interne alla stessa Russia.

Gli interessi di Teheran riguardano invece la preoccupazione per la matrice sunnita delle rivolte anti Assad catalizzate nel wahabismo dello Stato Islamico che, se consolidato, avrebbe distrutto i piani iraniani per la già citata “Mezzaluna Sciita”. Secondariamente l’Iran ha visto l’occasione per contrastare più efficacemente Israele incoraggiando l’espansione di Hezbollah e di altre milizie sciite in Siria, e fornendo loro armamenti anche moderni come missili dalle capacità stand off, droni e capacità di guerra cyber.

L’esempio che porta il rapporto del Csis per sottolineare questi legami tra Russia ed Iran è proprio legato all’utilizzo di un’importante base aerea siriana più volte colpita dalle forze aeree israeliane: la base T-4 di Tiyas.

Diverse ricognizioni satellitari hanno evidenziato velivoli Ilyushin Il-76 da trasporto (con marche siriane ma di recente provenienza russa) utilizzare come scalo proprio la base T-4 nei loro voli tra l’Iran e la Siria: questi voli, che si tengono a cadenza regolare, servono, secondo l’intelligence Usa, a trasportare clandestinamente personale, armi e altro materiale.

Fin qui non ci sarebbe nulla particolarmente compromettente, se non fosse che le medesime ricognizioni da satellite hanno mostrato, in concomitanza con questi voli, la presenza di cacciabombardieri ed elicotteri da combattimento russi che hanno utilizzato in numerose occasioni la base T-4 come punto di partenza per le operazioni militari.

Risulta pertanto indubbio, come detto nel rapporto, che la Russia sia non solo pienamente a conoscenza dell’attività iraniana in Siria ma che la appoggi, o quantomeno abbia deciso di non interferire, così come più volte ha dimostrato di non voler interferire nei raid israeliani: il profilo di Mosca in merito è sempre stato medio-basso condannando gli attacchi Israeliani in poche occasioni ed alzando la voce solo quando un velivolo da ricognizione elettronica Il-20 russo è stato abbattuto per errore durante una di queste incursioni a settembre del 2018. Fatto che ha portato, tra parentesi, alla nascita di un vero e proprio meccanismo di prevenzione della conflittualità anche con la nascita di una linea di comunicazione diretta Mosca-Tel Aviv sul modello del “telefono rosso” utilizzato con Washington.

I timori americani

Gli Stati Uniti, così come Israele, sono preoccupati dal programma nucleare iraniano e dal suo sviluppo missilistico nonché dall’attività dei suoi proxy (tra cui la ben nota Forza Quds) in Libano, Siria e Iraq. L’evolversi del conflitto siriano, che ha fornito l’occasione per l’Iran di aumentare la presenza nel settore, viene vista con particolare apprensione da Washington così come da Tel Aviv che temono si possa aprire un secondo fronte – oltre quello libanese – in un futuro scontro con Israele.

Le mosse iraniane in Siria sono state possibili, in parte, grazie alla cooperazione con la Russia, pertanto se l’obiettivo della Casa Bianca è quello di contenere l’espansione iraniana ed impedire che l’Iran diventi una potenza regionale di primo livello occorre che gli Stati Uniti aumentino la pressione diplomatica su Mosca per cercare di staccare Teheran dal suo importante “alleato”.

Un obiettivo che Washington sembra voler ottenere tramite la diplomazia e le sanzioni internazionali e non è affatto detto che, in un modo o nell’altro, non riesca ad ottenere: sul tavolo delle trattative potrebbe venire offerta la sopravvivenza del regime di Assad, e quindi le basi in Siria, in cambio della cessazione del sostegno all’Iran una volta che la “pratica Is” venga definitivamente archiviata.

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