L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 7 agosto 2019

Iran propone di mettersi intorno ad un tavolo MA prima gli Stati Uniti devono togliere le sanzioni illegittime

IRAN. ROHANI APRE AD UN NUOVO ACCORDO CON TRUMP, MA ‘PRIMA VIA LE SANZIONI’

6 Agosto 2019

(Fonte: Iranian economic magazine Tejarate Fard).

di Nunzio Messere –

Potrebbe essere la Repubblica Islamica dell’Iran a togliere le castagne dal fuoco a Donald Trump il quale, con l’uscita dall’accordo sul nucleare iraniano (Jpcoa), ha avviato una crisi che sembra di giorno in giorno aggravarsi ed avere effetti collaterali, non ultima la “guerra delle petroliere”.
Trump aveva garantito in campagna elettorale il rigetto del Jpcoa firmato nel 2015 dal predecessore Barak Obama, promessa che ha mantenuto anche per rispondere alle potenti lobby sioniste che ne hanno assicurato l’elezione, ma da tempo voci di Washington danno il presidente pentito della scelta. D’alto canto l’Aiea, l’Agenzia atomica dell’Onu con sede a Vienna, ha potuto in più occasioni dimostrare la pedissequa osservazione dell’accordo da parte dell’Iran, perlomeno fino a un mese fa, quando è scaduto l’ultimatum imposto da Teheran. Gli iraniani hanno così ripreso l’arricchimento dell’uranio, in realtà per la centrale atomica iraniana di Busher da 1000 Mw, ristrutturata nel 2014 dalla russa Rosatom, e non certo per i missili nucleari.
Ad essere un peso sempre più insostenibile per l’Iran sono le sanzioni introdotte dagli Usa, i quali hanno obbligato i paesi alleati, tra cui l’Italia, a non acquistare idrocarburi dalla Repubblica Islamica, cosa che ne ha strangolato l’economia. L’Iran sta cercando di interagire con l’Azerbaijan per allacciarsi alle condutture del Bte/Tanap/Tap per vendere il proprio gas in Europa.
Fatto sta che oggi Teheran si è detta disponibile al dialogo e a ricercare un accordo. Lo ha affermato il presidente Hassan Rohani, il quale ha annunciato che “La Repubblica islamica dell’Iran è favorevole a colloqui e negoziati e, se gli Stati Uniti vogliono davvero parlare, prima di ogni altra cosa dovrebbe revocare tutte le sanzioni”. Ha poi precisato, nella solita dialettica iraniana, che le sanzioni rappresentano un’azione terroristica, per cui vanno eliminate dal momento che “”Non possiamo parlare con dei criminali”. Se però verranno tolte, “la nostra nazione perdonerà, ma solo se è un vero pentimento”.
Agli inizi di agosto l’Unione Europea ha manifestato uno strappo rispetto alla politica Usa sul Jpcoa, sottoscritto da Cina, Russia, Iran, Francia, Usa e Gb + Germania, e l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, ha fatto sapere attraverso un suo portavoce che gli Usa non saranno seguiti nella decisione assunta da Trump di sanzionare il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif.
Trump ora potrebbe mirare ad un nuovo accordo che includa il divieto di testare missili balistici: era stato il test di un missile Khorramshahr nel settembre 2017 a fornire la scusa agli Usa di uscire dall’accordo, per quanto tali esperimenti non rientrassero nel Jpcoa. Lo scorso febbraio gli iraniani hanno presentato un nuovo missile, il Dezful, con una gettata superiore ai mille chilometri e quindi in grado di minacciare Israele.


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