L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 9 agosto 2019

Londra non paga e fa benissimo mettendo in crisi gli euroimbecilli. Diritto internazionale fottiti

E se Londra non paga i costi della Brexit? Tremano i vertici di Bruxelles

di S.C.
6 agosto 2019

Il neo primo ministro britannico Johnson ha confermato la sua intenzione di non pagare i costi della Brexit concordati dalla precedente gestione di Theresa May, ventilando che la somma potrebbe essere lasciata in sospeso come strumento di pressione nelle nuove negoziazioni con l’Unione Europea.

In pratica potrebbe spezzare la ragnatela in cui i vertici di Bruxelles avevano provato a imbrigliare la Gran Bretagna dopo la Brexit. per imporle un prezzo salatissimo e condizionarla con il recondito auspicio di una revoca dell’uscita votata dalla maggioranza della popolazione.

Il neopremier britannico intende ora “congelare” il pagamento fino al raggiungimento di una intesa più favorevole al Regno Unito, attingendo nel frattempo alle risorse nazionali per un fondo che faccia da cuscinetto all’uscita dalla Ue. Tecnicamente è possibile: la tesi di Johnson è che l’accordo di Theresa May è morto perché non è stato ratificato dalla Camera dei Comuni. Inoltre l’intesa raggiunta dalla May non specifica la cifra esatta, facendo sì che manchi a tutt’ora un valore concordato della «fattura di divorzio» dovuta da Londra a Bruxelles.

Il Brexit bill, negoziato dall’allora premier Theresa May, equivale a un «patteggiamento» per corrispondere alla Ue tutti gli obblighi che avrebbero dovuto essere onorati prima del suo addio all’Europa: dai contributi ordinari al budget europeo per il 2019 e il 2020 al finanziamento delle pensioni per lo staff Ue.

I vertici europei non sembrano avere alcuna intenzione di cedere, anche se Johnson ha già messo in chiaro che non intende riaprire la discussione Bruxelles senza un via libera formale alle sue “proposte” di rinegoziazione dell’accordo è l’ipotesi di trattenere invece che versare alla Ue una somma pari a quasi il 2% del Pil britannico sta facendo aumentare i consensi sull’elettorato britannico

L’Office for Budget Responsability, l’istituto del Tesoro britannico che si occupa di analisi e previsioni sull’economia nazionale, si orienta su un valore di circa 38 miliardi di sterline, mentre il governo fissa una forbice fra i 35 e i 39 miliardi di sterline. Sempre l’Obr, scrive l’emittente britannica Bbc, prevede che il pagamento possa essere smaltito per oltre il 75% entro il 2020, dilatando poi alcuni versamenti fino al 2060. Ma questo era lo scenario trattato dalla May e oggi disconosciuto da Johnson e l’intesa raggiunta porta la firme solo dei leader della Ue, quindi è valida solo per una delle due parti al tavolo del negoziato.

A questo punto se la Gran Bretagna di Johnson manda a quel paese Bruxelles la disputa può esplodere in vari modi. Secondo alcuni analisti ci sarebbe un problema di “reputazione” e un problema giuridico. Nel primo caso ci si affida alla “fiducia” della mano invisibile del mercato (la la Gran Bretagna è stata spesso un agente delle “divinazioni” dei mercati, ndr). Nel secondo caso i leader della Ue potrebbero fare ricorso alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia ma non alla Corte Europea perché a quel punto la Gran Bretagna non sarebbe più sottomessa alla sua competenza. Ma anche sulla competenza della Corte dell’Aja ci sono dubbi di fattibilità. Insomma l’Unione Europea si troverebbe senza strumenti “oggettivi” di ricatto e pressione contro la Gran Bretagna. Dovrebbe ricorrere a sanzioni o misure unilaterali

Boris Johnson ha dichiarato che non si siederà al tavolo con i leader europei in assenza di apertura su una revisione dell’accordo. Il caponegoziatore per conto dell’Europa, Michel Barnier, ha liquidato come “inaccettabili” le rivendicazioni di Johnson. Insomma al momento si va al “testa a testa”, 
uno scenario al quale i vertici di Bruxelles non erano affatto abituati, 
forse ringalluzziti dalla facilità con cui avevano piegato la Grecia ai propri diktat.

Infine una annotazione a metà tra scenari e fantapolitica. In queste settimane circolano in rete alcuni giochi online. Uno di questi si occupa delle possibili guerre. Tra gli scenari ce n’è uno che vede l’Unione Europea che attacca la Gran Bretagna per farle pagare il prezzo della Brexit. Gli Usa intervengono militarmente a sostegno di Londra e bombardano Berlino. Fantascienza? Certo. Fantapolitica? Certo. Ma il che il mondo in cui eravamo abituati a vivere stia cambiando è altrettanto certo.

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