L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 1 agosto 2019

Nel mondo multipolare non esiste solo gli Stati uniti e l'ancella Gran Bretagna ma la Federazione Russa e ...


1 AGOSTO 2019

Nella crisi del Golfo Persico scende in campo anche la Russia, fino a questo momento silente rispetto alle grandi potenze che si stanno orientando verso una militarizzazione (o una liberazione a seconda del punto di vista) dello Stretto di Hormuz. Dopo settimane di “quiete” in cui il lavoro dell’intelligence e della diplomazia ha preso il sopravvento sulle disposizioni di ambito militare, anche Mosca potrebbe quindi aver scelto di mettere il proprio piede nell’arena dello scontro globale per la rotta del Golfo Persico. E lo fa sfruttando l’asse con l’Iran: non u a vera e propria alleanza strategica, ma sicuramente una partnership di lunga durata che Mosca intende sfruttare, al pari di Teheran, per porre un freno a Washington e Londra.

Nei giorni scorsi, Russia e Iran hanno firmato un protocollo d’intesa per una maggiore cooperazione tra le rispettive difese. Ad annunciarlo è stato il contrammiraglio Hossein Khanzadi, comandante della Marina iraniana, che dopo la sua visita a San Pietroburgo per le celebrazioni della Giornata della Marina russa, ha affermato che gli Stati maggiori di Mosca e Teheran hanno firmato “un memorandum d’intesa per rafforzare i loro legami bilaterali”. In cosa consista questo nuovo accordo fra i due Paesi è ancora poco chiaro, ma le premesse non vanno sottovalutate. Innanzitutto perché Khanzadi, sicuramente anche in un’ottica “propagandistica”, ha parlato espressamente di “svolta nella relazioni in materia di difesa tra Mosca e Teheran”. Poi perché c’è un ulteriore passaggio che non va assolutamente sottovalutato, e cioè l’annuncio che la Marina russa e quella iraniana realizzeranno un’esercitazione congiunta nel settore nord dell’Oceano Indiano, proprio in prossimità delle bollenti acque delle Stretto di Hormuz.

La questione è di fondamentale importanza. Per Mosca si tratta di una prima mossa per rimettere in campo le proprie forze nelle acque dell’Oceano Indiano e di Hormuz dopo mesi bollenti in cui il Cremlino sembra abbia applicato una strategia attendista. Le sue navi solcheranno le principali rotte dell’energia mediorientali, non solo del petrolio ma anche del petrolchimico e del gas naturale liquefatto. E per Mosca significa anche porre un il proprio occhio alle operazioni delle potenze atlantiche, ovvero di Regno Unito e Stati Uniti, che da qualche settimana ripetono (e progettano) la necessità di una coalizione internazionale che “monitori” le acque dello Stretto di Hormuz e dell’altro choke-point del Mediterraneo allargato: Bab el-Mandeb. Mosse importanti, che delineano la volontà di controllare stretti strategici di fondamentale importanza e che la Russia non può cedere senza colpo ferire al controllo di Stati che svolgono una politica estera del tutto contraria all’agenda politica del Cremlino in Medio Oriente e in Europa.

Ma per la Russia si tratta di una missione ben più complessa: e non è solo un asse in chiave “antiamericana”. È chiaro che la partnership con l’Iran rappresenta il consolidamento di un asse già avviato da molti decenni e che ha avuto la sua conferma (non senza contrapposizioni) nella guerra contro lo Stato islamico e nella difesa del governo siriano. Ma per Mosca significa anche scendere in campo per controllare i suoi stessi partner, in particolare i Guardiani della Rivoluzione. Le mosse dei Pasdaran hanno creato le premesse per l’incendio che rischia di scatenarsi nel Golfo Persico, e in questo momento, la Russia ha necessità che l’Iran non provochi un effetto domino pericoloso che rischi di colpire anche la sua strategia in Siria e in altre aree del Medio Oriente. In questo senso, i raid israeliani in territorio siriano e iracheno proprio contro presunti “obiettivi iraniani” ha messo in allarmeil comando della Federazione, terrorizzato dall’idea che la crescente tensione nel Golfo crei le premesse per un prolungamento delle guerre dove sono coinvolte le forze armate russe. E l’aumento delle presenza militare americana nella regione, con il dispiegamento di 2500 soldati e l’arrivo di una portaerei (la Uss Abraham Lincoln) e dei bombardieri B-52, è un segnale che in Russia non hanno affatto sottovalutato. Con gli S-400 in Turchia e le manovre militari nel Golfo, Mosca ha deciso di muoversi: ora bisognerà capire come risponderanno Washington e l’Alleanza atlantica.

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