L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 12 agosto 2019

NoTav - la fede si scontra contro la prensione predatoria delle prebende

Chi ha paura di Salvini…chi ha paura?

di Sandro Moiso
9 agosto 2019


Muore anche l’impero della notte / I suoi guerrieri vanno via / Prima del domani

(Chi ha paura della notte – PFM)

I sacerdoti degli antichi culti pagani, i druidi delle foreste e delle culture celtiche e gli aruspici abituati a “sviscerare” letteralmente il linguaggio dei simboli segreti, avrebbero riconosciuto fin dalla sera precedente e dalla furia degli elementi della mattina stessa tutti i segni di quello che sarebbe stato l’andamento della giornata di sabato 27 luglio.

Sarebbe bastato osservare l’energia che scaturiva dal pogo scatenatosi sotto il palco del Festival Alta Felicità, sul quale i membri della Premiata Forneria Marconi riproponevano, per un pubblico molto più giovane, molti dei loro brani più celebri in una versione quasi punk, oppure l’energia liberata dalla Natura durante il breve il violento diluvio scatenatosi sul campeggio poco prima della formazione del corteo, ma arrestatosi in tempo per permetterne la partenza, dopo aver liberato l’aria dalla minaccia incombente.

Eppure per molti la forza, la determinazione e la vivacità del corteo, che da Venaus è giunto ancora una volta fino al fortino del cantiere in Val Clarea, hanno costituito una sorpresa.

Per moltissimi gradita, ma estremamente sgradita per i difensori delle grandi opere inutili e imposte e per le forze politiche e del disordine che dovrebbero garantirne la realizzazione.

Almeno quindicimila persone hanno marciato insieme.

Hanno risalito la montagna, percorso il sentiero che da Giaglione si dirige verso l’osceno buco scavato nel territorio da uomini, e macchine, che hanno, forse, la forza e la potenza formale ma non l’intelligenza. Che non hanno sensibilità e nemmeno lucidità, ma che sono soltanto attratti dalle logiche del profitto immediato senza alcun riguardo per il futuro della specie e dell’ambiente con cui la stessa, da centinaia di migliaia di anni, convive.

La forza di quelle migliaia di persone (giovani, anziani, bambini, donne, uomini, italiani e immigrati) ha fatto sì che, ancora una volta, il muro di Gerico eretto per bloccare il percorso fosse abbattuto.

Un muro con un cancello odioso: ferro, acciaio, filo spinato israeliano (razor wire), il tutto ancorato alla montagna e al suo terreno, difeso con idranti, manganelli e gas lacrimogeni da cani da guardia che si ritengono sufficientemente feroci.

Un muro che, nel suo scopo di bloccare gli spostamenti di chi vuole impedire la prosecuzione di un’opera mortifera e irrealizzabile allo stesso tempo, simboleggia(va) tutti i muri che ormai, su questo pianeta, dalla Palestina al Messico e dall’Ungheria ai porti italiani ed europei sul Mediterraneo, cercano di impedire gli spostamenti di una specie nata nomade, ma alla quale nei millenni sono stati imposti confini, stati, diritti di proprietà privata anche sugli elementi basilari per la sue stessa esistenza (terra, acqua, cibo, ambiente più in generale).

Un muro che è crollato, che è stato distrutto e smantellato, fatto precipitare giù nel bosco sottostante, dopo che gli agenti del caos posti a sua difesa avevano dovuto precipitosamente abbandonarlo al suo destino a causa della forte e convinta pressione dei partecipanti alla manifestazione. Un’immagine simbolicamente fortissima, che è valsa più di mille piagnistei e di mille parole. L’azione ha dimostrato quanto fragili siano i muri di carta (qualunque siano i materiali utilizzati per realizzarli) eretti dai signori della notte e del capitale e quanto sia facile liberarsene, una volta raggiunto un adeguato grado di determinazione.

Insieme al muro sono precipitati a valle, dopo essere stati adeguatamente revisionati, i serbatoi per l’acqua destinata ad essere usata dagli idranti, recuperando, anche in questo caso l’idea che l’acqua deve essere usata per rivitalizzare gli esseri viventi e il pianeta nel suo insieme e non per essere sprecata in funzione repressiva. Tipico paradosso di un modello sociale che spreca l’acqua in grande quantità, anche quando questa è destinata a diventare sempre più prezioza per la vita.

E poi l’assedio formale al fortino.

I boati delle grida provenienti dalla foresta che lo circonda.

Slogan e canti che provenivano dall’ombra e che incitavano coloro che erano quasi a contatto con le forze del disordine a tener duro, a non mollare, a manifestare, anche solo con la presenza e la messa in gioco del proprio corpo, l’opposizione al Tav e al sistema che lo vorrebbe imporre.

Urla, slogan, canti.

Centinaia di mani di ogni colore ed età che percuotevano con le pietre ogni struttura metallica presente in loco, dai guardrail ai tralicci di metallo, per inviare un numero infinito di “like” effettivi e materiali, realmente motivati e partecipativi, a chi più sotto resisteva ai lacrimogeni.

Un ritmo e un canto tribale che dimostravano quale doveva essere il terrore di altre testuggini, quelle romane, quando si infilavano nei boschi oltre il limes dell’impero.

Dove subirono alcune delle loro più cocenti sconfitte.

Una giornata campale e meravigliosa, fino e oltre il tramontar del sole.

Una giornata da cui è uscito rafforzato e vincitore un unico attore: il movimento NoTav.

Ne è uscito vincitore e rafforzato proprio nel momento in cui i suoi avversari lo avrebbero voluto sconfitto e demoralizzato.

E’ uscito vincitore pur mantenendo tutta la complessità di posizioni e la variegata composizione socio-politica che lo caratterizzano da sempre.

Ne è uscito orgoglioso e felice nel momento in cui tutti i suoi avversari non potevano far altro che rabbuiarsi oppure far buon viso a cattivo gioco.

Come, ad esempio, le forze del disordine in un primo momento smarrite, dopo la perdita del controllo del cancello, e poi immobili sotto l’effetto dei gas dei lacrimogeni che, sparati a centinaia, tornavano immancabilmente ad avvolgerle in fitte nuvole bianche a causa del vento contrario.

Un comunicato della questura, del giorno successivo, che sta a metà tra il surreale e una venatura polemica nei confronti di chi (Salvini?) avrebbe forse voluto un’azione più muscolare ed energica nei confronti dei manifestanti, in cui si fa un bilancio assolutamente positivo della giornata, come si legge nella nota:

Pur operando in un terreno difficile e reso insidioso dalla pioggia, sia gli organizzatori della manifestazione sia gli operatori di polizia, hanno affrontato con grande responsabilità la gestione dell’evento.

48 denunciati a parte, naturalmente.

Un vincitore, si diceva, e parecchi sconfitti.

Il ministro del muscolo per primo che ha trovato non solo nel movimento, ma probabilmente anche tra i vertici della gestione della forza pubblica e delle forze armate, un’opposizione piuttosto decisa alle sue minacce e al suo bullismo istituzionale e sociale.

Nel primo, nonostante l’approvazione del Decreto sicurezza e le roboanti dichiarazioni del giorno prima,1 ha dovuto prendere atto di una determinazione e, perché no, di un coraggio cui non è certamente abituato, mente nel secondo caso ha dovuto registrare un’antipatia formale dettata non da un agire o da un pensiero di tipo democratico, ma dall’opposizione di apparati dello Stato, spesso autentici eredi del fascismo, che non amano essere scavalcati da ministri ingombranti e spesso imbarazzanti per le scelte e le dichiarazioni fatte tenedo conto soltanto della pancia del proprio elettorato. Disposti magari a concedergli un giro sulla moto d’acqua della polizia per il figlio, ma un po’ meno disponibili per un giro anche sulla Talpa, come forse avrebbe voluto richiedere mercoledì 31 luglio il ministro a Chiomonte.

Il secondo grande sconfitto è il Movimento 5 stelle che ha visto nella giornata di sabato la fine di ogni possibile legame con coloro che avrebbe dovuto rappresentare formalmente. Al di là della giustezza o meno della scelta messa in atto da una parte del movimento NoTav in occasione delle passate elezioni, è ormai chiaro da tempo, e oggi ancor di più, che quel rapporto si è completamente consumato. Non esiste più.

E questo, messo insieme alla disillusione nei confronti del Movimento in ogni altro angolo d’Italia, non potrà significare altro che la disgregazione dello stesso e la sua scoparsa, al di là di qualsiasi ulteriore baggianata sparata da Di Maio e dal Fatto quotidiano sull’ipotesi di un possibile voto contrario del parlamento sulle grandi opere e sul Tav.

Movimento 5 Stelle sul quale mi permetto di ricordare il giudizio espresso definitivamente, da chi scrive, fin dalle elezioni siciliane del 2012.

Il terzo sconfitto è l’equilibrista da circo, l’avvocato del popolo, la Pantera Rosa della scena politica italiana: Giuseppe Conte alias Svicolone (per chi è abbastanza avanti con gli anni per ricordare un noto cartoon di Hanna & Barbera degli anni sessanta).

Ha dovuto gettare la maschera dell’equidistanza, dell’imparzialità, dell’avvocaticchio democratico per rivelare ciò che ci si poteva attendere esclusivamente da un personaggio del genere: il suo totale e convinto assoggettamento ai potentati economici, industriali e mafiosi che si nutrono esclusivamente di corruzione, distruzione del suolo e dell’ambiente, rapina finanziaria e morte.

Il quarto sconfitto è il PD.

Se sperava di recuperare qualcosa dal disfacimento 5Stelle, è risultato chiaro che quel popolo NoTav, quei manifestanti sono intenzionati ad andare avanti per la loro strada che continua ad essere in rotta di collisione non soltanto con il partito che ha più promosso il progetto del Tav, e che per questo motivo si troverà certamente a votare con Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, la continuazione dello stesso, così come ha già sostanzialmente anticipato l’ex-titolare del ministero delle infrastrutture Graziano Delrio, se mai si dovesse giungere anche solo a un buffonesco e scontato voto parlamentare, ma anche con i progetti di green capitalism come programma di partito con cui quella vecchia volpe dell’attuale sindaco di Milano vorrebbe travestire una compagine ormai marcia, magari anche tramite l’utilizzo di un movimento “giovane” ma ambiguo e molto più che contraddittorio quale quello di Fridays for Future.

Tralasciando l’elenco dei 17 governi che si sono succeduti da quando si è iniziato a parlare di Tav fino ad oggi, gli altri sconfitti sono tutti quelli favorevoli alle grandi opere inutili e imposte: Telt, mafia, Confindustria, cooperative rosse e bianche, sindacati asserviti, giornalisti e media che in nome del “progresso” sono disposti ad avvallare ciecamente qualsiasi grande opera e qualunque devastazione, il pool inquisitoriale della Procura di Torino, ma anche tutti coloro che, alla Mercalli, suggeriscono pratiche individuali per porre riparo al disastro ambientale senza mai affrontare il nodo del salto di paradigma necessario ovvero del superamento definitivo dell’attuale modo di produzione.

Nossignori, non siete voi il futuro.

E, ancora una volta, non resta che annunciarvi, con Philip K.Dick: Noi siamo vivi e voi siete già tutti morti (insieme al modo di produzione che vi ostinate a difendere e voler salvare).
Note
1 «sabato c’è il campeggio dei No Tav in Val di Susa e quindi la mia priorità è mandare 500 uomini lì per evitare che provochino disastri»


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