L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 3 agosto 2019

NoTav - Le prebende vanno ai francesi


Abbuffata ad alta voracità. Ecco chi si arricchisce col Tav. Appalti d’oro per aziende francesi e austriache. Partecipate da banche e fondi internazionali 

2 agosto 2019 di Francesco Carta


Se non bastassero “l’evidenza empirica dell’inutilità dell’opera”, pensata trent’anni fa e da realizzare forse tra venti, e “gli studi che certificano il rischio di sperperare soldi italiani ed europei”, sarebbe sufficiente seguire i soldi per smascherare “i colossali interessi economici e finanziari in gioco”. E i colossali interessi contro i quali puntano il dito il senatori M5S della commissione Bilancio di Palazzo Madama, presieduta da Daniele Pesco, sono quelli che ruotano intorno al Tav Torino-Lione.

UN POSTO A TAVOLA. “C’è qualche forza politica che dice di non voler fare la cameriera di Macron, peccato però che sostenendo il Tav rischia di diventare direttamente maggiordomo del presidente francese, apparecchiando un banchetto per banche transalpine e internazionali”, accusa la pattuglia parlamentare grillina. “Diciamo le cose come stanno, una volta per tutte – affermano, mettendo il dito nella piaga -. Se si guarda alle società di costruzioni che stanno lavorando ai tunnel esplorativi, e che attendono i nuovi appalti, si scoprono realtà come Spie Batignolles ed Eiffage, partecipate da fondi di investimento di Bnp Paribas, Société Générale, Credit Agricole e dell’americana BlackRock”.

Insomma, roba da fregarsi le mani per le aziende d’oltralpe. E non solo sulla sponda francese. “Poi c’è la società austriaca Strabag, nel cui azionariato ci sono i gruppi finanziari Uniqa, Raiffeisen e una finanziaria cipriota che fa capo al magnate russo Deripaska – prosegue l’impietosa lista dei senatori M5S -. Non c’è che dire, è proprio un’opera sovranista! Noi del Movimento 5 Stelle, sempre coerenti rispetto a chi invece ha cambiato idea mille volte sul Tav, continueremo a opporci all’opera”.

ULTIMA TRINCEA AL SENATO. E proprio sul Tav, la battaglia decisiva si combatterà mercoledì prossimo al Senato dove sono arrivate a cinque le mozioni all’ordine del giorno. Tre per il Sì, due per il No (M5S e LeU) ; quattro dell’opposizione, una della maggioranza (M5S). All’elenco dovrebbe aggiungersi entro lunedì pro-Tav di Forza Italia. Come noto, i Cinque Stelle chiedono “la cessazione delle attività per la realizzazione e la gestione della sezione transfrontaliera del nuovo collegamento” e “una diversa allocazione delle risorse stanziate per il finanziamento della linea al fine di promuovere la loro riassegnazione all’entrata del bilancio dello Stato per essere successivamente destinate ad opere pubbliche alternative, maggiormente utili ed urgenti, sul territorio italiano”. I 5S da soli non hanno i numeri. Ma per il Sì all’opera la Lega dovrà votare insieme alle opposizioni. E non sarebbe la prima volta.

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