L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 10 agosto 2019

Ora come quanto e cosa produrre ancorato alla posizione centrale dell'Italia nel mediterraneo e alla nostra storia



Pubblicato il 9 agosto 2019 di pierluigi fagan

Si scriveva qui all’indomani del voto alle elezioni politiche del 2018, che l’Italia sembrava essersi messa in moto verso dove non si sapeva. A volte il muoversi ha chiaro solo il da dove scappare, non necessariamente il dove andare. Tale transizione giunge oggi ad un nuovo passaggio, da cui la breve analisi e commento.

In Italia, come del resto in Francia, Germania, Spagna ed altrove c’è una storica maggioranza di centro-destra vs un minoranza di centro-sinistra. Da quando seguo cose politiche, ovvero da non pochi decenni (parecchi decenni, più di tre) tale differenza si conferma più o meno puntualmente ad ogni elezione. Può essere più o meno pronunciata a seconda di quanta gente dei rispettivi schieramenti va a votare e -in alcuni rari casi come quello di Prodi- quando il centro-sinistra trova l’intenzione di aggregarsi nonostante le forti differenze interne, differenze più marcate e dirimenti di quelle del contro-destra, invertire gli storici rapporti di forza. Data la maggiore eterogeneità però, il centro-sinistra che pure arriva a sintesi nel cartello elettorale, naufraga poco dopo su qualche votazione marginale poiché i compromessi corrodono l’identità, là dove soprattutto per le forze più a sinistra del cs, l’identità è tutto. Essendo le più deboli, sono poi quelle a cui si chiedono i maggiori sacrifici identitari. Su questa sociologia delle intenzioni politiche che non muta quasi mai o molto lentamente, si verificano elezioni ora con questi simboli ora con altri, ora con questi leader ora con altri.

L’unica cosa che potrebbe auspicare un analista non troppo coinvolto nel giudizio di valore ovvero non troppo coinvolto nel fluttuare di maschere e discorsi che lasciano il tempo che trovano e verniciano di nuovo vecchie tenzoni, è solo di continuare a transitare, creare e distruggere forze politiche, creare e distruggere forme di governo, andare a votare il più spesso possibile, sperabilmente col sistema proporzionale. L’unica cosa che è interesse di tutti avvenga, è che la transizione vada avanti. E’ per non averla fatta, per averla congelata all’indomani dei primi anni ’90, che abbiamo accumulato una trentina di anni di ritardo rispetto a ciò che andava fatto. E’ un po’ come nelle forti sbronze, si combatte contro il combinato disposto di mal di stomaco e mal di testa ma alla fine, l’unica soluzione, sono le due dita in gola.

L’attuale step della transizione vede un giovane outsider cresciuto nell’alveo del cd dominato dal patriarca miliardario, pronto ad ereditare la leadership dell’area. Con una destra come sempre ambiguamente affezionata alla sue radici storiche da molti oggi riconsiderate con smemorata simpatia ed un centro che sta formando un nuovo partito maquillage tipo “c’è anche il centro perbene” fatto da Toti, Romani e vedremo chi altro, il partito dalle radici lombardo-venete è ora pronto ad ereditare le ragnatele di poteri alti e bassi, che storicamente il cd ha soddisfatto e senza le quali in Italia, semplicemente, non puoi governare. Il Vaticano versione sfida planetaria, oggi si occupa meno delle italiche cose. Vale quindi per il capitale bianco (grande e piccolo, produttivo e finanziario) e la delinquenza organizzata (ovvero capitale nero), non meno che massoni e furbacchioni con forza locale di vario tipo e tradizione, vale per l’allineamento atlantico, magari non sfrenatamente ostile ai russi. Ma al di là del bon ton formale quando si tratta di dover scegliere, la casella è già barrata, bisogna solo essere ciò che si è deciso noi si debba essere. Oggi poi vale per l’amico americano anche come perno meridionale assieme al perno settentrionale londinese, per attanagliare e normalizzare l’Europa anziana, velleitaria, presuntuosa senza poi poterselo davvero permettere. L’americano è in segnata contrazione di potenza, da qualche parte dovrà pur rifarsi, no?

Dall’altra parte, al punto più basso delle forme di vita di sinistra in quanto tale (un “quanto tale” per altro, sempre più problematico da definire, almeno dal 1991) e tolto il cupio dissolvi dell’ex cd del patriarca anziano che non accetta di morire e che non si sa come prenderà l’ultima sfida del giovanotto baldanzoso, il c.d. “centro-sinistra” sembra finalmente pronto a terminare la sua angosciosa fase di ambiguità ontologica. Un nuovo centro liberal macronian-blairiano, tutto start up e diritti civili si spera la smetterà di tentar la scalata ostile ad un partito di tradizione blandamente sociademocratica, farà outing e chiarirà il parterre delle forze politiche reciprocamente combattenti. Cosa faranno invece i blandi socialdemocratici che nel frattempo sono diventati anche un po’ tanto liberali ma anche cattolici oltre a qualche ex-comunista, più romantico che effettivo (potenza del com’era bello quando ero giovane e credevo in qualcosa), residuo della inesorabile potatura anagrafica, non è dato da sapere o prevedere in quanto al di là dei singoli nomi e maschere sempre più sbiadite, la sostanza pensante di quell’area sembra ai minimi storici assoluti e non solo in Italia. Anche loro, da dopo il ’91, non ci hanno capito più nulla.

Inoltre, l’unica vera novità della transizione, il M5S, dopo il duro contatto col mondo reale del governo delle cose e non delle chiacchiere, dovrà riflettere su chi è, come opera, in cosa crede, che progetti concreti ha, che classe politica non ha, quale sia la sua funzione storica e se è in grado di espletarla. Un soggetto poi tripartito tra militanti-simpatizzanti più o meno occasionali, il nuovo corpo dei funzionari con esperienza per quanto piccola di governo o sottogoverno, la misteriosa holding che ne gestisce alcuni aspetti. Anche loro in transizione quindi, ma controllata, a volte frenata.

Infine, il tasto più dolente, il fatto più preoccupante, i protagonisti effettivi della “transizione”: gli italiani. Gli italiani non sembrano esser all’altezza della fase storica. Lo si nota dagli intellettuali, epifenomeno che dice chiaramente di quale consistenza sia la sottostante cultura generale, quella da cui dovrebbe provenire o sperabilmente la volontà generale o quantomeno la somma della volontà particolari. Non sembrano esserci idee, analisi compiute su i fatti duri, progetti, stimolazioni, intuizioni, percezioni complesse e reali di riflesso alla complessità reale del Mondo. Questo deserto intellettivo interrotto solo da una ancora immatura presa di coscienza del problema UE-euro, oltreché da un chiocciare polemico ineffettivo che dalla tv rimbalza ai social e viceversa, preoccupa. Stante che siamo manifestamente campioni mondiali di critica, si potrebbe chiedere a chi studia e riflette anche uno straccio di idea da provare a concretizzare o si ha così paura di ricevere pochi like? O l’ipertrofia dei neuroni destruens ha messo in ipotrofia quelli costruens?

Più la transizione avanza, più il problema del non sapere dove si sta andando si fa serio. Le transizioni sono sempre fonti di più o meno piccoli o grandi disordini, qualcosa non si è più, qualcos’altro non si è ancora. Ma le società umane nascono per dare ordine e mal tollerano il disordine. Quando il disordine eccede, la domanda di ordine purchessia si fa imperiosa, irrazionale, immediata. Il fastidio del disordine che le transizioni procurano, è stata storicamente la causa di clamorosi irrigidimenti. Paure deviate, magari provenienti dalla situazione sociale ma trasformate abilmente in qualche feticcio a cui dar fuoco come le streghe del morente Medioevo. Un secolo fa, il nostro Paese è stato uno degli esempi più limpidi di cosa succede quando il quieto tran tran è perturbato troppo intensamente e troppo a lungo. Dopo non ci si ricorda più bene come è potuto accadere, di chi la colpa, perché la colpa era di tutti o del gran numero e quindi anche di tutti coloro che non sono stati in grado di evitare si formasse quel “gran numero” di ansiosi richiedenti “ordine purchessia!”, di solito preceduto dal sintomatico: “Adesso basta!”.

Solo le idee ci possono salvare. Aggrappiamoci ad idee che abbiano radici nella realtà concreta e contraddittoria ma solida. Se non ci diamo una via, c’è solo la selva oscura.


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