L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 12 agosto 2019

Roma 12 ottobre - il primo vagito di un Progetto Alternativo

Tanto tuonò che piovve

di Redazione
9 agosto 2019

In altri tempi si sarebbe chiamata "crisi balneare". Invece la cosa è molto più seria. Siamo ad una nuova puntata di una crisi che è sistemica ("organica" avrebbe detto Gramsci): economica, sociale, politica e istituzionale. Che il governo fosse "in coma", per la precisione un governo-zombi, lo avevamo scritto un mese fa, come avevamo detto che approfittando del marasma tra i due litiganti il terzo (leggi: la Quinta colonna mattarelliana Conte-Tria) fosse quello che godeva. Prima il Def, poi l'accordo con Bruxelles per evitare la cosiddetta "procedura d'infrazione", quindi il passaggio dei 5 stelle nel campo eurista col voto alla Von Der Leyen. Morale: il governo giallo-verde era stato addomesticato dai poteri forti.

Tuttavia questi stessi poteri oggi tirano un sospiro di sollievo. Per quanto siano riusciti a tagliare le unghie ai "populisti", per quante siano le incognite future e deboli le loro protesi politiche (Pd anzitutto), la morte del governo è per essi una sostanziale vittoria; fa premio alla loro campagna di opposizione e denigrazione sistematica dei "populisti" come inaffidabili, incapaci a governare il Paese. Tanto più essi gongolano per il modo farsesco con cui questo governo "del cambiamento" si è autoaffondato. Faranno quindi salti di gioia anche a Bruxelles, Berlino e Parigi: muore il primo governo che nell'Unione europea non era sorto sotto i loro auspici.

Il "capitano" Matteo Salvini chiede che la parola passi ai cittadini, convinto che presto ci saranno elezioni anticipate che lo incoroneranno nuovo Duce.*

Non sappiamo se egli c'è o ci fa. Con il suo atto di forza, infatti, egli passa la palla al Quirinale, a Mattarella, che esperirà ogni possibile tentativo per evitare che si torni alle urne in autunno. Egli tenterà di far nascere un governo "di transizione" o "ponte" che approvi la legge di bilancio — "ce lo chiede l'Europa" — per promettere di votare in primavera. Ma la primavera è lontana e il governo "ponte", fatta la legge di bilancio, potrebbe dare il tempo che serve ai poteri forti per compattarsi e calare il loro asso nella manica. Un asso che potrebbe avere un nome e un cognome: Mario Draghi — se non lui qualcuno di pari spessore. Solo dopo semmai si andrebbe alle urne. Come andrà a finire lo scontro tra l'esercito eurista con capo Draghi e la paccottiglia guidata da Salvini? Sono aperte le scommesse. La crisi sistemica è come un Moloch implacabile che divora chi sale alla ribalta. E' toccato a Grillo, a Renzi, a Di Maio. Salvini ha appeso il suo destino al filo di elezioni immediate. Ha in mano un assegno che potrebbe andare protestato ove non gli fosse permesso di portarlo subito all'incasso.

Il nostro, nel suo delirio di onnipotenza, immagina di essere Napoleone, ma non ne ha né la stoffa né la visione strategica. Ha scelto di staccare la spina ad agosto, scoprirà che ha fatto un clamoroso errore politico. Lo abbiamo detto: per votare a settembre avrebbe dovuto staccare la spina a giugno, massimo a luglio. Quello era il momento giusto anche perché avrebbe potuto giustificare la rottura con motivazioni potenti: il rifiuto di sottostare ai diktat eurocratici, facendo dunque appello al sempre più diffuso sentimento patriottico che monta nel Paese. Non lo ha fatto, anche perché, ammesso che la mossa gli sia balenata in testa, non glielo avrebbe permesso la Lega nordista ed eurista che, per nome e per conto della borghesia padana, se non lo tiene in pugno, condiziona ogni suo passo.

In questo contesto che fine fa la manifestazione del 12 ottobre?

Essa diventa ancora più necessaria. Comunque vada a finire non c'è nulla di buono all'orizzonte per i cittadini. I poteri forti, l'Unione europea, approfitteranno del disastro del governo giallo-verde per imporci nuovamente il cammino dell'austerità, tanto più mentre è in arrivo una recessione internazionale con il rischio fortissimo di una devastante bolla finanziaria. Non ci sono alternative alla mobilitazione dal basso, alla protesta popolare ferma e consapevole, per aiutare il nostro Paese a riconquistare la sua sovranità nazionale.

* Nel discorso di Pescara che ha aperto de facto la crisi di governo, Salvini le ha sparate grosse mostrando a quale livello sia giunto il suo delirio di onnipotenza. Ha chiesto di vincere per "avere pieni poteri". Ha detto che "l'Italia ha bisogno di regole, ordine e disciplina". Quindi ha ringraziato "Dio per non essere nato comunista. O magari di esserlo nato e di aver avuto modo di cambiare"; Quindi giù con l'invocazione della vergine Madonna...

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