L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 29 settembre 2019

Dio salvaci dai radicali

San Marco Cappato (Porro, Quirites, libertatem perdimus)


Roma, 27 settembre 2019

Perdere la libertà in nome della libertà: lo trovo logico. Il Demonio o il Diavolo o Lucifero, ne abbiamo accennato molte volte. L’Arcinemico. L’equivoco, per chi, in luogo del bisturi e del martelletto dei filologi, usa la clava, è sempre dietro l’angolo. Alceste mi sta diventando beghino! Il Diavolo! 

Il potere, invece, usa le lame più raffinate e gli uomini migliori. Uomini che non vantano una morale, ma sicuramente un istinto nichilista per la distruzione: d’altissimo profilo. Individui ormai perduti, avidi di dissoluzione, ma decisi, in nome dell’Ultima Utopia. Esseri che hanno una meta, che inquadrano prede nel mirino telescopico di un algido e spietato fanatismo; vaste opere di deforestazione spirituale son da loro condensate in poche pagine sprezzanti, di lucidissima ansia nullificatrice. Quasi tutti angloamericani, poiché quelle terre sono il distillato di una separazione progressiva dalla tradizione e, perciò, dall’umano. Shakespeare fu veronese, normanno, danese e, sicuramente europeo; la lingua inglese venne forgiata in quei tempi come l’Italiano nel Duecento, per magici influssi coavvinti; un secolo dopo, però, si era già indurita in una comunicazione definita e funzionale, perfetta per i tempi rivoluzionari; il distacco temporale e spirituale da Roma, l’esilio in una terra vergine, il ricominciare, di fatto, una nuova stirpe, confortata dalle interpretazioni messianiche d’un vecchio libro di aneddoti storici compilato dagli Ebrei, l’utilitarismo, poi, al servizio della strage (estirpare il passato!) e, quindi, di una umanità novella: America. Il mondo convenne a Nuova York dove una statua francese accoglieva la fanga del mondo e la ribattezzava sotto nuovi soli. Addio Europa, addio Macbeth.

Il ciarpame italiano (giornali, sindacati, confindustrie, intellettuali all you can eat) non è che l’esecutore stolido, rigonfio di basse prebende, di tali psicopatie di massa.
Quando, nel XXVII dell’Inferno, Guido da Montefeltro, già uomo d’armi e consigliere di Bonificio VIII, muore, attorno alla sua anima si scatena un duello metafisico: presso il cadavere si accalcano, infatti, le forze del bene e del male, ovvero San Francesco e il Diavolo. San Francesco sembra prevalere, ma l’Antagonista ricorda l’imperio della logica, con un ghigno:

“… assolver non si può chi non si pente
né pentére e volere insieme puossi 
per la contradizion che nol consente”. 

L’assoluzione data da Francesco a Guido è priva di efficacia poiché, per il sommo principio aristotelico, non ci si può contradditoriamente pentire e anelare il peccato di cui ci si pente.
Avviene l’incredibile: San Francesco batte in ritirata; lo stesso Guido è preso da uno sbalordito orrore postumo, durante il racconto; il peccatore (e pure il Santo Patrono d’Italia, anche se Dante tace lo smacco) viene irriso dal Diavolo con le parole famigerate, introdotte da un dubitativo quanto sarcastico “forse”:
“Forse/tu non pensavi ch’io loico fossi!”.

Il corpo mistico di Marco Cappato. Molti, depistati, credono che Marco Cappato sia un politico; un politico che milita in un minuscolo partitello residuale: il Partito Radicale. Nulla di tutto questo. Marco Cappato è santo, invece. Di una santità esattamente contraria a quella pagana o cristiana o ebrea: dell’Antico Ordine. Egli è l’alfiere del mondo al contrario. In quanto santo, di una santità demoniaca, quindi, egli vigila i confini di un sacro assolutamente nuovo, irriducibile al passato: contrario, tale sacro, a quello che abbiamo sempre inteso. In quanto Nuovo Santo a difesa del Nuovo Sacro, Egli gode dell’immunità del Potere. Come una salamandra, passa indenne traverso i fuochi e i roghi inquisitori: non ne è minimamente toccato. In un calendario liturgico alla rovescia, egli sarebbe festeggiato il 25 settembre; e munito di una serie di aneddoti edificanti al pari di San Lorenzo e Santa Chiara. Notate come la legge positiva (magistratura, giudici, togati assortiti, con o senza parrucchino), la politica, il mondo editoriale ed economico, l’intellettualismo italico di destra e di sinistra - le Istituzioni preposte giuridicamente e moralmente alla direzione e alla conservazione della cosa pubblica, insomma, si ritirino a fronte della sua quieta avanzata nichilista. Ognuno sa, infatti, ch’egli è uno dei San Giovanni Battista scesi a spianare la via al Redentore, alla Seconda Venuta, all’AntiCristo laico, al Nulla. Nessuno, e dico nessuno, può porre una mano su di lui. Attenzione! Qualcuno, giusto per di-vertire il micco digitale, che crede a tutto, può far finta di perseguirlo, denigrarlo, osteggiarlo com'era per l'antenato Marco Giacinto Pannella; tali atti, però, sono una barzelletta, una farsa; andirivieni senza costrutto, fumo negli occhi. Intoccabile nella sua veste inconsutile di demone della libertà, Cappato avanza, sbriciola limiti, ammannisce benedizioni, converte il passato in nulla, il nulla in entità ingannatrici, il futuro in presente, il presente in eternità. Greta Thunberg o Carola Rackete o Naomi Klein, sue pari, costituiscono il circolo salvifico dell’umanità a venire. Brillano, tali figurine, di luce riflessa, l’unica luce consentita a oggi: la luce della bontà e dell’uguaglianza: in nome della libertà estrema. Chi ne è fuori rimane dannato: Alceste, che ne fu espulso quasi naturalmente, è, infatti, un mostro.

Una semplice verità occorre iscriverci nel cuore: ciò che serve non è ciò che più ci aggrada.

Se non si è pronti per l’orrore è doveroso ritirarsi e smetterla di parlare, smettere di scrivere, anche di recarsi presso questo blog.

La soluzione non sarà bella, limpida, di tutto riposo, incruenta; ammesso che la si voglia percorrere; ammesso che esistano uomini in grado di perseguirla; a suo modo ecco la porta stretta, il canapo nella cruna dell’ago. Ne saremo capaci? O, forse, ci stiamo lentamente assuefacendo al tepore del nichilismo, tutti, nessuno escluso? Dove sono le passioni? Dove il fanatismo? Dove la tetragona volontà che non indietreggia, mai? Dove gli uomini di ferro? Convegni, dibattiti? Stiamo scherzando?

Da dove cominciamo, allora? Da dove volete, vi rispondo. Da un antico grumo di senso, dico, io, qualunque. Siate cristiani, siate pagani, siate esteti; fascisti, comunisti, reazionari, razzisti. L’importante è riandare a quelle impalcature viventi del passato che hanno permesso la vita. Il problema non è il Male. Il Male (l’odio, il sangue) è nostro amico, l’orrore è il nostro amico, dobbiamo davvero farci amico l’orrore per combatterne un altro, insidioso, devastante, il Nemico dell’umanità, l’Arcinemico: la perdita di senso, l’anomia, il nichilismo totalizzante travestito da pace e ecumenismo, il lupo travestito da agnello dai progressisti del Nulla.


Credete che la politica e Mammona servano il Male? Assolutamente no. Esse servono il Nulla. Questa la posta in gioco. Non comprendere tale impercettibile differenza ovvero l’essenza della decadenza che presto attaccherà con forza anche le regioni resistenti dell’anima umana e i popoli ancora intatti - ignorare questo equivale a rinunciare e a condannarsi al servaggio più umiliante, per sempre.

Il Male è qualcosa, qualcosa di profondo, vivo, in grado di trasformarsi in essenze tangibili. Solo il Nulla avvilisce l’anima, la rende piatta, minuscola, sciocca, inservibile.

Il Vaticano contro Cappato: “Questa è cultura di morte!”. Son le consuete manfrine. Il vero Pontefice, costruttore dell’ultimo ponte, è proprio Marco Cappato, insignificante omarino del futuro, eppure, oggi, strumento dell'autentico Potere e catalizzatore delle forze più oscure. Magari fosse una cultura di morte! Proprio il contrario, invece: è cultura della stasi suprema, di niente. D’altra parte, a guardarlo bene, a osservare con perspicacia le fattezze di San Marco Cappato: non vedete ch’esse sfuggono, si perdono, il volto appare vuoto, anonimo, fungibile? Egli è Legione.

Come mai i miliardi di omarini del futuro, occidentali o in procinto di occidentalizzarsi, hanno in orrore la morte e accettano, al contempo, di buon grado, come matrone dell’estremo progressismo, il suicidio assistito, l’eutanasia, la Kill Pill?

Non vi è una frizione, una contraddizione che nol consente? Certo. L’uomo dell’Occidente, la terra del tramonto secondo l’etimologia di Giovanni Semerano, odia la morte poiché la morte è qualcosa di vivo, che rientra, come sorella, nel ciclo indistruttibile della vita. La morte è vita e l’ominicchio, invece, la vita vuole fuggirla, a ogni costo. Anela l’autodissoluzione, da perseguire in numerosi modi: perversione, annichilimento da olotelevisore, schianto della cultura umanistica, droghe soporose, nirvana da supermercato. Per questo acconsente a San Marco Cappato, lo trova naturale, sodale alla propria insignificanza: odiare la morte e acconsentire al suicidio: non v’è contraddizion, stavolta. Caro Bergoglio, se tu non fossi un guitto di bassa lega, ti urlerei contro: “Forse tu non pensavi ch’io loico fossi!”.

Arāpu, erēpu, offuscarsi; erebu, tramonto; erebos, oscurità; Europa, la Bruna, l’Oscura. 

“Questi non erano mostri. Erano uomini … che combattevano col cuore, che hanno famiglia, che fanno figli, che sono pieni d’amore, ma che avevano la forza … la forza … di fare questo …”. Tagliare decine di braccine perché un nemico ne ha posto il marchio sopra, un vaccino, questo non è opera di mostri, ma di passione violenta, di affermazione: anche il Turco di Dostoevskij non è un mostro, è un uomo: da uccidere, certo, perché ciò che in lui si reputa il Male dev’essere combattuto come Bene, secondo regole ferree che scorrono sottopelle, da sempre. Attenzione, però: e viceversa!

Equivocare il monologo di Walter Kurtz come monologo pacifista! E, invece, è quel che è: poesia della guerra, inno alla Vita - Vita che non si può giudicare.

Lei non può giudicarmi, ha il diritto di uccidermi, ma non può giudicarmi, afferma, poi, Kurtz: con logica irrefutabile.

Vivere una vita al contrario, ecco il metodo. Poiché il Potere ha rovesciato l’antica morale, per rendervi meschini, piccoli, inutili, in cambio della pace e di un po’ di granaglia da polli in batteria, ognuno di noi, i Diecimila, ha il dovere di rovesciare a sua volta la scacchiera della propria esistenza per godere del senso perduto, ricco, ineffabile e profondo.

Ogni parola ritroverà il giusto posto, ogni gesto il ruolo a esso più consono; l’anima si dilaverà del chiacchiericcio, della stupidità, della congerie di sciocchezze che intasano la retta visione. Scambierete ciò per un miracolo.

Vivere ogni giorno il contrario di quanto ci dettano. Rendersi apostoli, divenire testimoni: martiri, quindi. Affermare una verità rimane auspicabile, ma è decisivo trasformarsi in essa. Ogni atto che derivi da tale responsabilità è Bene e Male, umano, quindi; ci si esporrà al dileggio, ma per poco. Essere qualcosa, uno scandalo, ecco il pericolo, l’unico pericolo per il potere. Anelare il martirio. La testimonianza di ciò che rischia di scomparire: la terra e l’uomo come li abbiamo conosciuti. 

I nostri alleati: il passato, la ricchezza del cuore, la morte corporale, l’arte e la bellezza; le pietre, la terra, il sangue: l’Italia; gettare lontano da sé l’inessenziale, ripulire l’interiorità dalla paccottiglia, dal vociare confuso, dai sotterfugi, essere in pieno sole a testimoniare l’ombra millenaria.

Martire, da mártyr, testimone; colui che ricorda e rende testimonianza a chi non ricorda; memoria; le memorie dei martiri: piccole edicole, tumuli, chiesine, cappelle, basiliche. Ray Bradbury, in Fahrenheit 451, plasma alcuni martiri: uomini-libro, uomini che hanno introiettato un libro proibito, essi stessi libro, quindi, carne e memoria, per tramandarlo ai posteri, ormai perseguitata minoranza.

Fanatico, da fànum, tempio, custode del tempio, del sacro, animato dal sacro che si riverbera in parole e preghiere: nella verità.

Passionale, passione, passio: il patire la testimonianza, patire le conseguenze dell’azione che vigila attivamente i limiti santi invalicabili dell’umano.

Fedele, colui che ha fede e crede oltre la ragionevolezza, nonostante la ragionevolezza, lo scoraggiamento e il tramestio del quotidiano.

Devoto, devozione, da devovère, tributare alla divinità; devozione al bello: poiché la bellezza individua immediatamente una trama sottostante, giusta, piena, degna di genuflessione; educazione, educare, far crescere nella testimonianza e nella devozione.

Mistico, mystes, mistero: devoto all’arcano e al profondo, a ciò che ci ha formati, nel tempo, a ciò dobbiamo sacrificare, quali testimoni, a ciò occorre rendere devozione poiché ogni fatto umano è essenziale e giusto. Semerano: “Quel mys- ha un cuore antichissimo, come gli elementi del mondo religioso, e significa notte: ritrova il suo antecedente in accadico mūšu, appunto, 'notte'. Mystes è così ‘chi veglia nella notte’”.

Vivere al contrario, vegliare nella notte.

Fratelli che vegliano nella notte. Mi sono giocato, presto, il collo della reputazione affratellando europei di tradizione cristiana e musulmana quali vittime del Nulla che avanza. Non ho mutato opinione, tanto da metterci dentro, all’Antico Ordine in rotta, anche gli Ebrei. E così mi trovo, a volte, esposto alle fucilerie. D’altra parte è innegabile che il leit motiv della mia vita sia stato quello di compiere atti o pronunziare parole che spiacciono, in modo diverso, a moltissimi. Mi si perdoni.

Accadico ūwum (ummum), semitico ‘umm, cioè ‘madre’. La Umma, la totalità dei fedeli del mondo musulmano: la Umma. Comunità, nazione. Patria, la terra dei padri. La madre ci generò, il padre insegnò a proteggere la madre, la terra, la comunità, la nazione. Le accuse, stolide, di maschilismo, di sciovinismo, son quelle che sono: strumenti del nulla. Chi sa, conosce il profondo, la verità.

Amate il vero nemico, il Turco: egli vi assomiglia più di quanto crediate. Anch’egli vi ama: vi fa dono, infatti, di sé stesso, nella guerra.

Maggior successo del potere: convincere i molti della propria debolezza. Per questo il potere svia dalla ricchezza della tradizione e del passato: li teme; l’unico suo rimedio è reciderne lentamente la grandezza da noi stessi esponendoli allo scherno, allo scherzo grossolano, alla bieca stupidità.

Abolire la risata, la freddura, il calembour, la goliardia; riconoscere dignità alla seriosità, al tratto autoritario e persino lugubre; alla dolce mestizia, a una malinconia purgatoriale; l’incerto sorriso costituisca il sentimento primario: stretti dalla sorella Morte e dalla guerra come non sorridere?

Non avere paura, soprattutto. Chi potrà piegare tali volontà?

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