L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 27 settembre 2019

Il Politicamente Corretto per la sua intrinseca natura non può ammettere pensieri diversi da se stesso

La crociata contro gli odiatori online

di Carlo Formenti
22 settembre 2019

Negli ultimi tempi mi è capitato spesso di evocare il concetto di “Spirale del Silenzio”, coniato dalla sociologa tedesca Noelle Neumann per descrivere l’atteggiamento di chi evita di esternare in pubblico le proprie opinioni perché, essendo consapevole che si tratta di idee disapprovate dalla maggioranza, teme di essere oggetto di giudizi negativi. A rendere particolarmente attuali le teorie della Neumann, è il dilagare delle forme di “terrorismo ideologico” associate all’uso del linguaggio politicamente corretto, e alla sua funzione di deterrenza/repressione delle élite politiche, mediatiche e accademiche nei confronti delle classi subalterne e del loro diritto di esprimere la propria rabbia nei confronti della situazione economica e sociale.

Mi si potrebbe obiettare che le classi subalterne, nella misura in cui rappresentano la maggioranza della popolazione, non dovrebbero subire condizionamenti culturali da parte di gruppi e categorie minoritarie. Il fatto è che, come Antonio Gramsci ci ha insegnato con il concetto di egemonia, la maggioranza numerica non si traduce automaticamente in maggioranza politico-culturale.

Le classi e i ceti professionali che controllano imprese, partiti, giornali, televisioni, scuola, università “fanno” maggioranza perché controllano tutti i canali di diffusione dei discorsi, ma soprattutto perché producono, controllano e organizzano collettivamente le narrazioni mainstream, mentre le masse popolari (in particolare in un’epoca come quella attuale, che le ha private dei loro strumenti di rappresentanza) sono ridotte a pulviscolo di soggetti individuali.

A cambiare parzialmente questa situazione contribuiscono Internet e i social media, restituendo diritto di espressione anche alle opinioni “eretiche”, pur se espresse con termini “inappropriati”. Ciò succede perché la gente, protetta dall’anonimato virtuale, ha meno paura di subire sanzioni morali. È vero che restano perlopiù sfoghi individuali, ma la facilità con cui riescono talvolta a diffondersi con modalità “virali”, contaminando pubblici più larghi fino a promuovere veri e propri movimenti, spaventano i benpensanti che reclamano a gran voce interventi legislativi per “normalizzare” la Rete.

Anche in questo caso l’arma più efficace è quella del politicamente corretto, grazie alla sua capacità di sfornare a getto continuo categorie da mettere all’indice, fra le quali sembra essere particolarmente di moda quella degli “odiatori”. In un corsivo sul Corriere della Sera del 15 settembre, intitolato “La geografia dell’odio sulla Rete”, Federico Fubini cita una ricerca di due economiste che, lavorando su una banca dati di 75.000 tweet “di odio” (ignoriamo i criteri con cui si è costruita tale classificazione), hanno tracciato una “geografia dell’odio digitale” che associa il fenomeno alle seguenti aree del Paese: 1) zone no Vax; 2) zone con tassi elevati di disuguaglianza di reddito; 3) zone con alti livelli di insicurezza occupazionale.

Mentre fatico a dare senso alla prima correlazione (a meno che non la si voglia interpretare come sintomo della “tendenza a odiare” della gente culturalmente e scientificamente meno preparata) le altre due suonano come la scoperta dell’acqua calda: vuoi vedere che gli strati sociali più poveri, disagiati e socialmente marginali sono quelli più “incattiviti” (una volta si chiamava odio di classe, ma oggi sarebbe politicamente scorretto). Non avevamo bisogno di fare ricerche su Internet per scoprirlo: bastava guardare alla distribuzione geografica (e socioeconomica) delle periferie francesi protagoniste della rivolta dei gilet gialli. Non ho tuttavia dubbi che anche queste “scoperte” contribuiranno a elaborare criteri e strumenti di filtraggio dei messaggi online “inadeguati”, con la speranza di tappare i buchi che la Rete minaccia di aprire nella Spirale del Silenzio.

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