L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 25 settembre 2019

La mano destra francese non sa quello che fa quella sinistra, Un dato è certo sono loro che appoggiano Haftar che sta facendo la guerra a Tripoli-Misurata

Il dossier Libia arriva all’Onu. Tra Francia e Italia prove di dialogo

25 settembre 2019


Pronta la tavola rotonda sulla Libia all'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri Di Maio guiderà i lavori con il collega francese. ”È il momento della pacificazione" dice il premier Conte, ma Parigi sarà un attore limpido sulla possibile risoluzione della crisi? Le domande da Misurata

“È arrivato il momento della pacificazione e tutti dobbiamo agire a sostegno dell’azione delle Nazioni Unite”, ha detto nel suo intervento al Palazzo di Vetro il presidente del consiglio italiano, Giuseppe Conte parlando della crisi in Libia. “Il primo passo indietro è un cessate il fuoco credibile”, ha aggiunto; e il riferimento non può non andare all’aggressione lanciata dal signore della guerra dell’ESt, Khalifa Haftar, che ad aprile ha attaccato Tripoli.

Il piano del capo-miliziano è di scalzare il governo di rappacificazione, il Gna, che avrebbe dovuto stabilizzare il paese imposto tre anni fa nella capitale da quelle stesse Nazioni Unite che in questi giorni sono riunite a New York in seduta plenaria. Nei giorni prima della partenza per il summit onusiano tra leader, il capo del Consiglio presidenziale che sta dietro al Gna, Fayez Serraj, era a Roma ospitato da Conte.

Il neo-ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha rafforzato il pensiero del capo dell’esecutivo italiano: “L’Italia è da sempre in favore di unità, sovranità e integrità territoriale della Libia”. Aspetti non secondari in questa fase. Nei giorni scorsi, Roma, insieme alle potenze del formato P3+3 (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, più Germania ed Emirati Arabi) e alla Turchia, ha diffuso una dichiarazione congiunta con cui è stato espressa una posizione fortemente contraria a un’idea avanzata dalla Cirenaica – la parte di Libia sotto il controllo militare di Haftar – di creare un’entità indipendente per la vendita del petrolio. Mossa che sarebbe stata un primo passo verso la spartizione del paese.

Conte pensa al coinvolgimento degli Usa sul dossier, e secondo i rumors vorrebbe parlarne direttamente con Donald Trump (basterebbe un suo tweet per fermare l’attacco di Haftar, in effetti) e forse l’italiano vuole anche sfruttare la fase propositiva (e proattiva?) con cui gli americani si stanno muovendo in questo momento sulla Libia. C’è un indubbio aumento di dimostrazioni di interesse, probabilmente perché il fascicolo è tornato sotto una gestione più classica affidata al dipartimento di Stato. Un momento fatto di contatti tra libici e americani, di iniziative prese dal nuovo ambasciatore statunitense nel paese, e coronato da due azioni militari come non se ne vedevano da un anno contro le spurie dello Stato islamico che si trovano a sud – azione che il Pentagono ha rivendicato come operata in coordinamento con il Gna.

Certamente la nuova fase di attività attorno alla Libia rientra anche tra i posizionamenti collegati all’assise Onu. Ieri il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, annunciando che lui e l’omologo italiano Di Maio presiederanno un incontro sulla Libia che si terrà a latere dell’UNGA, domani, giovedì 26 settembre, ha detto: “L’obiettivo è impegnarsi in un processo politico. Non ci sarà soluzione militare in Libia “, ha dichiarato in una conferenza stampa: “Chi la pensa così si sbaglia e rischia di trascinare questo paese in una drammatica deriva”, ha aggiunto Le Drian.

Quello di Le Drian sembra un richiamo ad Haftar, la cui aggressione ha scatenato la guerra civile. Il francese è passato anche sul futuro del miliziano cirenaico, dicendo che quando ci saranno le elezioni – pallino francese: Parigi, con uno sforzo in competizione diplomatica con l’Italia, voleva organizzarle per la fine dell’anno prossimo, ma poi tutto è saltato – “saranno i libici a decidere il suo futuro”. È una posizione soft che non incolpa l’autoproclamato Feldmaresciallo dell’Est per l’attacco a Tripoli da cui si è scatenata la guerra civile. La linea non è molto ben recepita in Tripolitania, soprattutto a Misurata, città-stato che difende sia politicamente che militarmente la capitale e che ora rivendica maggiore spazio per il futuro.

“Francia e Italia vogliono andare a braccetto sulla crisi libica, ma il vostro governo sa che i francesi vogliono la supremazia sulla Libia?”, commenta velenosamente una fonte dagli ambienti del Consiglio presidenziale libico, sponda misuratina. Il riferimento è collegato a un’attività francese non troppo limpida negli anni: Parigi è membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e ha dunque sempre sostenuto formalmente il Gna, ma ha anche tenuto con Haftar relazioni dirette – dimostrate anche recentemente – e molto meno formali, ma ben più funzionali agli interessi nella propria agenda.

“Il vostro governo sa che il ministro Bashaga ha detto che i francesi stanno bombardando Tripoli?”, aggiunge la nostra fonte che polemizza in anonimato. Fathi Bashaga è il ministro dell’Interno designato del Gna, è un misuratino forte politicamente (un uomo della Fratellanza) e molto collegato con la Turchia, di cui in questa fase si parla molto. Bashaga da diverso tempo ha accusato i francesi di spalleggiare la campagna di Haftar su Tripoli eseguendo anche operazioni in modo diretto.

Dalle parole di Le Drian sembra che qualcosa potrebbe cambiare, probabilmente anche perché Haftar non è più un cavallo in grado di essere sostenuto nemmeno clandestinamente, dato che sul campo la sua avanzata è praticamente in stallo. Ai tavoli diplomatici, il riavvicinamento bilaterale tra Francia e Italia – quando col precedente governo di Roma le relazioni erano ai minimi termini – è il tema da monitorare per seguire le evoluzioni della crisi.

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