L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 13 settembre 2019

La risposta del capitale è stata duplice: da un lato indebolire il lavoro con l’immissione di donne e immigrati e trasferire le attività in aree a basso costo; dall’altro astenersi dagli investimenti. Una modello operativo che viviamo ogni giorno, la tratta degli schiavi per depotenziare il potere di contrattazione dei lavoratori. Decolonizzazione, per il costo della mano d'opera più basso. Investimenti dei privati nulli

Giovanni Arrighi prima di Il lungo XX secolo

estratto da
di Giordano Sivini
12 settembre 2019

Le crisi si manifestano in modo diverso a seconda del livello dello sfruttamento del lavoro. Quando è alto vengono stimolati gli investimenti, ma la realizzazione del plusvalore diventa problematica a causa della base di consumo troppo ristretta, che riguarda innanzi tutto i beni di sussistenza e i mezzi di produzione di tali beni, così che i capitali tendono a migrare verso altri settori dove il tasso di profitto è più alto Se invece lo sfruttamento è basso, per aumentare la massa di plusvalore i singoli capitali dovrebbero produrre di più, ma sono ostacolati dal fatto che all’aumento dell’investimento per unità di prodotto il tasso di profitto diminuisce, così che si blocca la domanda di mezzi di produzione. In ambedue i casi la crisi si manifesterà con caduta del tasso di profitto e sovraproduzione, ma “l’analisi dei fattori che determinano il tasso di sfruttamento è importante per comprendere non perché avvengono le crisi ma chi tenderà a pagarle” [10].

Sono i rapporti di forza tra capitale e lavoro a determinare il tasso di sfruttamento. La classe che detiene i mezzi di produzione è limitata dalla concorrenza tra i capitalisti che la compongono e che dipende dal grado della loro concentrazione. “La crisi è proprio il momento in cui la tendenza del capitale a concentrarsi sempre di più acquista maggiore forza e questa ‘concentrazione forzosa’ (la cosiddetta centralizzazione del capitale) è il mezzo di superamento delle crisi” [11].

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Il movimento operaio si è affermato come potere sociale in tempi diversi negli Stati Uniti e in Europa, risultato di lotte spontanee auto organizzate, contro il capitale che scaricava le pressioni competitive sulla forza lavoro. La risposta del capitale è stata duplice: da un lato indebolire il lavoro con l’immissione di donne e immigrati e trasferire le attività in aree a basso costo; dall’altro astenersi dagli investimenti. “La speculazione finanziaria e la riduzione dei costi sono stati così i riflessi dell’incapacità delle grandi imprese di adattarsi al crescente potere sociale del lavoro” [23].

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