L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 settembre 2019

L'auto tiene legata l'Italia alla Germania

MADE IN ITALY
Germania, così la frenata dell’industria colpisce i distretti italiani

Il monitor Intesa Sanpaolo registra un calo di vendite per ben 91 aree produttive. Lecco, Brescia e Bergamo i territori più penalizzati dal rallentamento di Berlino

di Luca Orlando
26 settembre 2019

Germania verso la recessione, ondata di indici negativi

La componentistica meccanica di Lecco. Ma anche la filiera dei metalli di Brescia, o ancora la gomma del Sebino, così come le valvole di Lumezzane oppure i beni strumentali di Bergamo.

L’elenco dei segni meno è lungo e non potrebbe essere diversamente. Tenendo conto che la Germania rappresenta il primo mercato estero di sbocco, per l’intero made in Italy così come per le sue aree a maggior specializzazione produttiva, in particolare per la meccanica.


Che già alla fine dello scorso anno avevano iniziato a “leggere” nel proprio portafoglio ordini il rallentamento della domanda tedesca, trend che pur non trasformandosi in crollo si consolida anche nel 2019, con effetti allargati a più comparti, debolezza confermata anche ieri dall’ultima lettura dell’indice dei direttori d’acquiato. Frenata ora quantificata sul territorio dal monitor dei distretti di Intesa Sanpaolo, che registra un calo dell’1,1% tra aprile e maggio: in valore assoluto 46 milioni di euro, terza peggior performance tra i mercati esteri. Sintesi di trend opposti, che vedono aree distrettuali in grado di migliorare anche in modo sensibile la propria performance verso Berlino, a fronte delle quali vi è però un numero maggiore di specializzazioni in calo rilevante, spesso a doppia cifra, in grado di sottrarre cifre non marginali ai ricavi delle aziende.


Se ancora a metà 2018 il numero di distretti con volumi in crescita (84) sopravanzava ampiamente i casi di rallentamento, oggi avviene esattamente il contrario e sono ben 91 (non distante dai record negativi del 2009) i territori con il segno meno verso Berlino. Così, la metalmeccanica di Lecco, che dirige verso Berlino un terzo delle proprie esportazioni, cede in tre mesi quasi 35 milioni di euro, poco meno del 20% del valore realizzato in Germania. In “rosso” per altri 31 milioni è la filiera dei metalli di Brescia (l’intera provincia cede il 2,7% verso la Germania), a cui si aggiungono altri 16 milioni di passivo per valvole e rubinetti di Lumezzane.

L’ESPOSIZIONE ALLA GERMANIA

Export dei distretti. Dati in milioni di euro. (Fonte: Elaborazione Intesa Sanpaolo su dati Istat)


Non a caso prodotti in metallo, metallurgia e componenti intermedi sono in generale i distretti meno brillanti del periodo, aree che chiudono in rosso dopo aver subito l’impatto del rallentamento dell’auto . Blocco dei volumi innescato lo scorso anno dai colli di bottiglia creati dal cambio delle regole di omologazione, con numerosi costruttori impreparati nella gestione delle novità.


Calo acuito dall’incertezza sui nuovi investimenti per effetto delle incertezze sui tempi e sui modi della transizione verso le nuove motorizzazioni e che prosegue anche ora: nei primi otto mesi del 2019 la produzione tedesca di auto si riduce di un altro 11%, in valore assoluto quasi 400mila vetture in meno. Che si traducono in meno motori, dischi freno, fasteners e componenti vari, settori in cui i nostri distretti hanno nel tempo fatto man bassa di commesse. «Per la nostra trafileria è il primo mercato estero - spiega l’imprenditore lecchese Andrea Beri - e la frenata è ben visibile, direi una riduzione dell’8%. Anche se il calo più rilevante si è visto lo scorso anno e ora qualcosa di meglio si vede». «Un rallentamento c’è - aggiunge Enrico Frigerio, alla guida del gruppo bresciano Fonderia di Torbole - ma per ora limitato, certamente più serio per chi è legato a modelli del mondo diesel, maggiormente in difficoltà: sento alcuni colleghi che sperimentano frenate anche del 15-20%». «In effetti c’è grande preoccupazione e alla rassegna Emo di Hannover non si è parlato d’altro - spiega Giancarlo Losma, imprenditore bergamasco della componentistica per macchine utensili- perché l’auto è di gran lunga il primo cliente del settore. Per ora sui ricavi noi teniamo ma i nuovi ordini in Germania si riducono del 5% e da quello che sento questa frenata si fa sentire un po’ per tutti».


Auto ma non solo, con il rallentamento tedesco che inizia a rendersi visibile in termini globali, come testimoniato dalla debolezza delle importazioni, in calo a luglio per il secondo mese consecutivo. «In difficoltà è ad esempio la chimica - spiega il responsabile Industry di Intesa Sanpaolo Fabrizio Guelpa - con cali di produzioni non distanti da quelli dell’auto. Le misure di stimolo annunciate e il rilancio degli investimenti “green” potrebbero a nostro avviso risollevare la situazione, anche se in modo non clamoroso: per il 2020 prevediamo in Germania una ripresa del Pil, arrivando però solo allo 0,5%».


Difficoltà tedesche poco “digeribili” per il made in Italy perché purtroppo estese anche ad altri mercati, con il risultato di creare in generale una domanda meno tonica per i nostri prodotti. Il risultato globale dei distretti, una crescita del 3%, si trasforma infatti in un calo escludendo dal calcolo appena una manciata di aree.


Tra cui Pelletteria di Firenze e Oreficeria di Valenza, dove i recenti investimenti di gruppi multinazionali hanno determinato una forte discontinuità produttiva. Al netto di questi casi il bilancio medio finisce in rosso, con ben 84 distretti a registrare un calo dell’export, il massimo da dieci anni.


«Nel commercio internazionale - aggiunge Guelpa - siamo passati a livello globale da progressi nell’ordine del 3-4% dello scorso biennio alla crescita zero odierna. L’invito alle imprese è quello di reagire investendo, in capitale umano, tecnologia, reti commerciali. Anche perché le condizioni di accesso al credito restano ancora favorevoli».

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