L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 29 settembre 2019

Presuntuosi arroganti e stupidi

Mio figlio è una checca e io non lo sopporto [Il Poliscriba]

24 settembre 2019


Il Poliscriba

Profondo nord-ovest italiano, 5 luglio 2019

Mi trattengo a parlare con M. al bar sotto casa gestito dal signor Wong; sono le 8 e 30 di una calda mattina d’estate e il termometro sullo smartphone segna già 29 gradi.
M. è un buon marito, un ottimo padre, un instancabile lavoratore, un artigiano onesto, lo conosco da quindici anni.
Si è ingrigito nel tempo, come me del resto, i nostri frammenti di dialogo front-coffee negli anni si sono imbalsamati in grugniti, espressioni linguistiche più contadine che urbane, ma non è la crudezza dei discorsi che ci manca.
Abbiamo entrambi il dono della sintesi e della verità: non ci vergogniamo delle nostre condizioni di maschi flagellati da questo postmoderno che cerca in ogni istante di annullarci, di renderci un postpensiero, vecchi arnesi arrugginiti da riporre in bui scantinati.
Oggi è il suo turno, vuole sfogarsi; i suoi cinquant’anni di rughe e lavoro di idraulico si aggrumano in un ghigno a me rivolto senza nessuna affettazione… Dopo l’ultimo sorso di nero bollente, mi fa: “Devo accettarlo, mi capisci? Lo faccio per tenere in piedi il matrimonio … ma io e mia moglie eravamo più felici quando non avevamo figli”.

I casi tragici non sono molti, ma temo quello che in un incontro precedente mi aveva liberatoriamente confessato: “Mio figlio è una checca, Cristo! E lei lo difende, e io sono finito a dormire da mia madre per un mese… ma tanto anche lei è d’accordo... cuore di nonna, cuore di mamma, e al mio cuore non ci pensa nessuno, ho due bypass, io … contano solo le chiappe di mio figlio … poverino ... ma vaffanculo!”… appunto.
Intanto risponde a due telefonate, spedisce un ragazzo a fermare un allagamento al nono piano di un casermone popolare in periferia, vuole parlare con me ancora un bel po’.
Mi spiace per lui, ma questa volta temo non potrò far altro che assentire con la testa e le viscere, fargli da bue silente, da convitato di pietra, perché consigliargli di sbattere il figlio fuori di casa vorrebbe dire essere complice di un atto barbaro e al suo posto non saprei come comportarmi: il grave delitto di omofobia ci pende sul cranio, io non frequento gay, è un mondo che non mi attrae e non mi appartiene, al quale non rivolgo nessun tipo di attenzione, ma è un altro conto trovarsi un figlio maschio che disintegra la tua virilità minacciando di denunciarti all’ARCI e agli assistenti sociali che M. disprezza e chiama coccolafroci.
E rincara la dose: “Mica è solo questo. Vuole portarsi l’amichetto a casa, e magari farsi inchiappettare mentre io mi guardo la partita sul divano… perché sono solo in questa guerra, non mi diverto, sono io che gli pago l’albergo, e adesso come devo fare? Te lo dico io, devo fare finta di niente, sapere che succhia cazzi (mi sussurra all’orecchio)… e sentirmi in colpa per quello che sono io, perché non sono neanche andato a troie io, o a trans come certi che dicono di odiare i ricchioni, figurati… Scusa ma non ce la faccio, non pensavo che poteva capitare a me, ma a mia moglie glielo detto che è stata la scuola a rovinarlo... invece di studiare gli hanno fatto il lavaggio del cervello… un giorno andavano i froci, le lesbiche, un altro i neri, un altro gli zingari… e poi mio fratello s’incazza quando gli dico che vorrei andare a vivere in Ungheria e non voto PD”.
Ormai è il maschilista, il nazista, il fascista di famiglia, ce li ha tutti contro, e deve continuare a portare il grano a casa comunque, morire di tasse e burocrazia, per mantenere famiglia, case, automobili, scuole, hobby, sport e portarseli tutti in vacanza, fidanzatino del figlio incluso.
“Mi devo zittire, ingoiare il rospo, anzi, essere felice perché mi vogliono convincere che è una fortuna avere un figlio gay… e si, perchè sono più sensibili... e capirai, apriti cielo quando gli ho tirato addosso un piatto di spaghetti e ho urlato che preferivo un figlio down”.
Da un po’ ha deciso di mangiare cena fuori casa per non doversi confrontare con il tribunale domestico che lo aspetta al varco, che ha già sentenziato la sua fine di padre e di marito, nel caso non accetti semplicemente un modo di vivere e soprattutto di amare del tutto uguale al suo ... se non superiore.
La voce di M. intanto si è fatta grossa, un’eruzione di rabbia, sofferenza: “Sono solo io, Cristo, dimmelo almeno tu che ho ragione, tu che hai studiato, che scrivi su internet, non mi dirai che è normale accettare che mio figlio gode a prenderselo…” SBAMM! Gli avventori pigiati a bordo bancone si risvegliano dal torpore esistenziale ... l’impiegata, lo sportellista di banca, il commecialista, l’operatrice ecologica, il postino, il letturino del gas, l’avvocatessa, hanno reazioni epidermiche dalle quali intuisco disgusto e mal celata omertà.
Facce tramutate in granito dall’inoculamento della cultura della normalizzazione della diversità che mi sbirciano, si aspettano da me una risposta esemplare che metta ordine nelle loro microcoscienze asfaltate dall’esaltazione della devianza pansessuale come medicina contro il virus dell’eterosessualità.
Solo il cinese se ne sbatte e accenna un giallo sorrisetto solidale.
M., per quei pusillanime, non è che un povero bischero che non sa allinearsi ai tempi, un retrogrado, un Cromagnon, e tocca a me farglielo notare, rieducarlo per non essere giudicato alla pari. Mi è vietato, di fronte a quel simulacro di opinione pubblica, deludere le aspettative di un’epoca decadente... non posso a mia volta mandare al diavolo il sistema e schierarmi dalla parte dell’amico incapace di tollerare, del mostro, del patrigno, che non vuole mettere lo scroto sul ceppo e farsi castrare dal berciare sodomita omologante e dalla lega della solidarietà antimachista che si è stabilmente impiantata nella sua casa, nella sua vita.
Ma si tratta di un figlio! Blatera la gente. Un figlio si deve amare qualunque strada scelga, qualunque inclinazione abbia, anche se è uno spietato assassino, perchè è carne della tua carne, sangue del tuo sangue.
E allora mi chiedo: dove sta di casa la reciprocità?
Forse qualcuno di quei maschietti bonisti sotto sotto la pensa come M., ma occorre scuoterli di brutto e ricordargli che è un diritto non essere d’accordo, non essere obbligati ad accettare ciò che niente e nessuno può farti accettare, perché anche una legge che impone di amare o tollerare ciò che non si riesce ad amare e tollerare, è destinata ad essere infranta.
E c’è solo un modo per ricendicare tale diritto controcorrente, dire apertamente al mio amico: “Io la penso esattamente come te”.
E così ho detto, ad alta voce, senza censurarmi, suscitando l’inevitabile indignazione dei mangia cornetti, ma non di Wong che ha continuato ad annuire ad ogni tazzina servita, ritirata e lavata.

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