L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 27 settembre 2019

Trump rischia, questa volta c'è la ciccia

Kievgate, Trump alla prova dei testimoni. Luttwak: «L’impeachment è possibile»

giovedì 26 settembre 14:14 - di Sveva Ferri


Un nuovo documento è stato declassificato nell’ambito del cosiddetto Kievgate, il caso esploso intorno a Donald Trump dopo che un funzionario dell’intelligence Usa ha denunciato presunte pressioni del presidente americano sull’omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, perché Kiev contribuisse all’apertura di un’indagine per corruzione a carico dell’avversario democratico Joe Biden e di suo figlio. Il testo, che dopo essere stato declassificato è stato messo a disposizione dei soli deputati, potrebbe essere reso pubblico a breve.

I deputati studiano le carte

«Ho trovato la denuncia inquietante», ha detto il presidente della commissione Intelligence Adam Schiff, che è un democratico. Non sorprende, quindi, che abbia definito le accuse verso Trump «profondamente credibili e capisco perché le abbia ritenute tali l’ispettore generale». Intanto, proseguono le indagini per verificare l’attendibilità della denuncia del whistleblower, il termine con cui si indicano le gole profonde che dall’interno fanno emergere presunti casi di illecito. La legge assegna questo compito al superiore del denunciante, qui l’ispettore generale dell’Intelligence Community, Michael Atkinson. Nelle ultime ore, secondo quanto riportato dal New York Times, Atkinson avrebbe ascoltato i testimoni citati dal funzionario.

L’ex deputato ucraino contro The Donald

Anche da parte ucraina c’è chi racconta di intrighi e pressioni. «Era chiaro che il presidente Trump avrebbe accettato di comunicare solo se i due leader avessero discusso il caso Biden, questa era una questione sollevata molte volte, so che i funzionari ucraini lo sapevano», ha dichiarato Serhiy Leshchenko, ex deputato e giornalista ucraino in una intervista ad Abcnews. Leshchenko è a sua volta coinvolto in una rete di accuse reciproche con l’amministrazione Trump, tanto da essere stato additato da Rudolph Giuliani, avvocato di Trump, come «nemico del presidente e degli Stati Uniti». «Il fango di Giuliani mi è costato un incarico nella nuova amministrazione, dal momento che, non volendo creare un problema a Zelensky, ho ritirato la mia candidatura», ha lamentato Leshchenko, sempre nel corso dell’intervista.

Zelensky nega pressioni, ma Trump rischia

Dal canto suo, lo stesso presidente ucraino, in un colloquio con Trump a margine dei lavori dell’Assemblea Generale, ha chiarito di non «voler essere coinvolto nelle elezioni negli Usa», che la telefonata con il presidente è stata «una normale conversazione» e di non aver «ricevuto pressioni». Nonostante ciò, la posizione di The Donald appare tutt’altro che semplice. Per il politologo americano Edward Luttwak, Trump rischia davvero l’impeachment. «A differenza delle dubbiosissime accuse precedenti mosse da persone che si erano accanite in modo stupido, qui non siamo in presenza di una storia fumosa e complessa. Ma di una telefonata fatta da un presidente americano al presidente di un Paese straniero, al quale chiede di fare qualcosa che è connesso alla politica interna degli Stati Uniti», ha detto Luttwak, dalle cui parole emerge comunque che la partita non è chiusa. Ora, con l’avvio dell’indagine da parte della speaker della Camera, Nancy Pelosi, «bisognerà stabilire se il suo intervento (di Trump, ndr) è riconducibile a un tentativo di bloccare un fenomeno di corruzione in corso, in cui era incidentalmente coinvolto il figlio di Joe Biden, quindi se l’effetto della telefonata fosse questo, oppure se quel colloquio doveva servire a creare problemi all’ex vice presidente: in questo caso – ha concluso Luttwak – Trump sarebbe nei guai».

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