L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 22 ottobre 2019

Ci hanno rapinato i Progetti di vita questi politici politicanti che inneggiano al neoliberismo. Il corrotto euroimbecille Pd, il falso ideologico M5S, la Lega del fanfulla incoerente e falsa

Amanti del contante e diffidenti verso BTp e Bot: gli italiani secondo il Censis

22 Ottobre 2019, di 

La ricchezza delle famiglie stenta a crescere e ad oggi non è tornata ai livelli pre-crisi, visto che gran parte è ereditata e poca quella aggiunta di recedente.
Così emerge dal secondo Rapporto Aipb-Censis, intitolato “Gli italiani e la ricchezza. Affidarsi al futuro, ripartire dalle infrastrutture”, secondo cui alla fine del 2018 la ricchezza delle famiglie italiane ammontava a 4.218 miliardi di euro, in calo dello 0,4% in termini reali rispetto al 2008.

Portafoglio: boom di contanti e riserve assicurative

Il rapporto scatta una fotografia chiara del portafoglio dei italiani in cui emerge in primo luogo come la corsa alla liquidità non si ferma. In merito alle attività finanziarie degli italiani in pole position troviamo il contante e i depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa.
E’ boom anche per le riserve assicurative, pari al 23,7% del portafoglio, con un aumento del 44,6% in dieci anni.
Crollano invece titoli obbligazionari (pesano per il 6,9% del portafoglio, erano pari al 21% dieci anni fa) e azioni (-12,4% dal 2008). Sono 500.000 le famiglie italiane che detengono patrimoni finanziari superiori a mezzo milione di euro (circa il 2,5% delle famiglie) e ammonta a circa 850 miliardi di euro il portafoglio di risparmi per investimenti affidati al private banking.

Risparmiatori diffidenti verso lo Stato

I soldi fermi sui conti correnti e gli investimenti finanziari non devono essere tassati in misura maggiore delle risorse che invece vengono investite nell’economia reale.
Questo il pensiero della maggioranza degli italiani (76,8%), che difendono a spada tratta la libertà di scelta quando si tratta di mettere da parte e prediligono il contante, “amatissimo strumento contro l’insicurezza” dice il Rapporto.

I prodotti preferiti dai risparmiatori? Non certo quelli che offre lo Stato visto che il 61,2% degli italiani non utilizzerebbe i propri risparmi per acquistare Bot, Btp o altri titoli del debito pubblico.
È la fine dei «Bot people», si legge nel rapporto, ossia quando il risparmio privato alimentava una esplosiva spesa pubblica, che a sua volta foraggiava redditi privati e un sistema di welfare pubblico molto generoso.

Investitori temono il rischio Italia

Se da una parte i più preferiscono accumulare denaro sui conti per combattere l’insicurezza, chi questi soldi li vuole spendere non lo fa in Italia.
Nella percezione delle persone più ricche esiste un rischio-Paese per l’Italia. Per il 53,4% di loro pensare al futuro del Paese desta preoccupazione, per il 23,4% curiosità e solo nell’8,3% suscita un senso di sfida. Non investono ma restano in Italia visto che l 68,2% dei ricchi non ha alcuna intenzione di andarsene dall’Italia: perché il 42,2% afferma che in Italia ha le proprie radici e il 26,0% ritiene che il nostro sia uno dei Paesi in cui si vive meglio al mondo.
Investimenti in infrastrutture strategici per il Paese

Guardando poi agli investimenti che deve fare il Paese per tornare a crescere quelli in grandi infrastrutture sono considerati strategici anche se rischiosi.
Per il 50,7% bisogna investire nella messa in sicurezza del territorio contro frane, inondazioni e terremoti, per il 39,3% nelle energie alternative, per il 33,2% nella ristrutturazione di monumenti, chiese, opere d’arte, siti archeologici, per il 22,5% nelle ferrovie e nei treni locali, per il 22% in collegamenti stradali e ferroviari tra il Tirreno e l’Adriatico, per il 20,8% nella connessione internet veloce ovunque e per il 20% nei trasporti pubblici delle grandi città.

Perchè in Italia le infrastrutture si annunciano e poi non ci concludono? Per il 57,9% degli italiani ciò dipende dalla corruzione, per il 54,1% da regole eccessive e burocrazia lenta, per il 33,7% da controlli insufficienti sulle imprese che realizzano i lavori, per il 31,7% dalla politica che cambia idea sulle opere da realizzare.
Anche tra i clienti del private banking il 56,7% opta per altri investimenti dai rendimenti più sicuri e il 55,7% teme ritardi o blocchi delle opere. Nonostante tutto ciò, il 35,3% investirebbe in infrastrutture: una ottima base di partenza, si legge nel rapporto. Così commenta Paolo Langé, Presidente di Aipb:

Dal 2° Rapporto Aipb-Censis emerge una percentuale importante di clienti Private interessata a investire in infrastrutture e opere pubbliche in Italia.
Per incrementare questa quota, è necessario adottare al più presto una serie di azioni per facilitare l’accesso degli investitori: il riconoscimento del livello qualitativo della consulenza evoluta, l’ampliamento della gamma di strumenti finanziari utilizzabili e la creazione, per questi strumenti, di un mercato secondario.
Senza trascurare il tema della fiscalità: interventi mirati inciderebbero in maniera significativa sulle scelte di investimento di lungo periodo in infrastrutture.

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