L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 3 ottobre 2019

Cosa quando e come produrre

There is no alternative

di Pierluigi Fagan
29 settembre 2019

Michael Mann è un sociologo (macro) e storico, autore di una delle opere più importati di analisi sulle forme del potere sociale: The Sources of Social Power in 4 volumi (1986 – 1993 – 2012 – 2012). La sua biografia dice che presto entrò nel partito laburista anche se successivamente uscì dall’impegno militante avviandosi alla carriera accademica. Il suo sviluppo teorico presto prese a distinguersi sia dall’impostazione weberiana che da quella marxiana, ma ponendosi spesso anche a metà, recuperando a reinterpretando gli apporti dell’uno e dell’altro. Così per Durkheim, gli strutturalisti ed i pluralisti. Infine, il suo finale approdo teorico più preciso è ad una posizione “democratica” dove il concetto non va inteso nel senso che diamo normalmente la termine, ma nel senso più proprio della filosofia politica.

Ancora impegnato nella militanza laburista attiva, nel 1973, scrive Consciousness and Action among the Western Working Class. In esso presenta un modello, il modello IOTA. Il modello serve per dare risposta alla domanda: perché la società rimane unita sebbene sia percorsa da fratture, contraddizioni e competizioni radicali? O si potrebbe anche dire che serve per dare risposta alla domanda: perché chi socialmente è subordinato, non si ribella?

Il modello espone i quattro punti: 1) IDENTITA’: in pratica la famosa presa di coscienza della classe lavoratrice da classe in sé a classe per sé; 2) OPPOSIZIONE: la presa di coscienza che il capitale ed i suoi agenti sono nemici dei propri interessi oggettivi; 3) TOTALITA’: la presa di coscienza e ricucitura della posizione individuale con quella di classe e quella sociale complessiva ovvero la ricostruzione a sistema della relazione tra individuo ed i primi due punti. Su questi primi tre punti, Mann pensa che ruolo agente/trasformatore dovrebbe esser esercitato dagli intellettuali, una sorta di “avanguardia leninista” che aiuta individui e classi nel processo di acquisizione auto-coscienziale.

Ma, il modello e ciò che descrive, si regge tutto sull’ultimo punto: 4) ALTERNATIVA: la prefigurazione di un ordine sociale alternativo, assunto come obiettivo raggiungibile e desiderabile. Senza un telos, una alternativa, la prefigurazione del dove si vuole arrivare, i primi tre punti, anche teoricamente e praticamente soddisfatti, non portano a nessuna concreta azione politica e sociale. Anzi, si registrano anche casi in cui la concreta necessità di vita dentro l’unico sistema vigente -ovvero il dominante-, porta a sbiadire e confondere i confini tra ciò che è e ciò che sarebbe giusto fosse. Anche laddove i primi tre obiettivi fossero soddisfatti, la dissonanza cognitiva tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è, se non è chiaro effettivamente come alternativamente “dovrebbe essere” e come poterlo praticare, porta a retrocedere la contraddizione a sopportazione e poi adesione magari poco convinta, magari passiva ma effettiva.

La cosa venne annusata empiricamente da Margaret Thatcher, la quale riprese una frase a suo tempo espressa dal filosofo e sociologo Herbert Spencer, il famoso “There Is No Alternative”. Antipatico e crudo, certamente, ma la lotta di classe non è un pranzo di gala. La classe dominante assaporò il suo finale trionfo già negli anni ’80, che divenne poi trionfo conclamato tra il 1989 e il 1991 quando crollò il comunismo sovietico. Tutto quanto già in parte noto prima di allora e quando divenne poi noto una volta verificati molti fatti nel concreto della osservazione diretta delle società ex-comuniste est-europee, unitamente al fatto che buono o cattivo fosse il giudizio analitico, nei fatti quel sistema era crollato praticamente dal di dentro, rase letteralmente al suolo l’idea seppur vaga e contraddittoria vi fosse un ipotetica alternativa. Tutto crollò, tutto rifluì, tutto si normalizzò, nessuno più poteva non dirsi “democratico-liberale”, volente o nolente, rivendicandolo o biascicandolo poco convinto o per contrariato silenzio-assenso.

Sono ormai passati trenta anni dalla cancellazione teorica e fattuale di una alternativa di sistema. I suoi adepti, non hanno elaborato il fatto, né sentimentalmente, né teoreticamente. E’ rimasta l’umana e naturale aspirazione ad un modo migliore, ad un mondo migliore, ma nessuno sa come pensarlo come un sistema. Se qualche vago accenno di quanto sarebbe desiderabile rimane nell’esercizio critico negativo, esercizio infruttuoso, noioso ed impotente, nessuno ha la più pallida idea di come prefigurarlo come sistemica alternativa e quindi nessuno ha più la più pallida idea di come raggiungerlo, praticarlo, costruirlo.

Non ci può essere identità, non ci può essere opposizione concreta e fattiva, non ci può essere condizione di totalità, perché … non c’è alternativa. Pochi giorni fa, la nuova Commissione europea in cerca di identità per un progetto che ultimamente mostrava crepe e segni di evidente debolezza, ha inferto l’ennesimo schiaffo ideologico con la risoluzione che celebra realtà e valori della liberal-democrazia che informa le nostre società econocratiche.

Mann, nella sua più ampia analisi quadripartita, usa spesso il termine “caging” ovvero “ingabbiare”, facendo eco alla weberiana “gabbia d’acciaio”. Per spegnere ogni residua e disordinata velleità di resistenza il sistema dominante nel quale siamo ingabbiati, i secondini fanno ora tintinnare le chiavi sulle nostre catene, ricordandoci non senza una punta di sadismo, che lì siamo condannati a restare per l’eternità, poiché “non c’è alternativa”.

Possiamo arrabbiarci, urlare, bofonchiare, mandarli a quel paese, assistere inerti e contrariati, irritati, sputare falci e martello su fecebook, rinfacciarli i loro mille torti, ma nulla di ciò sposterà di un millimetro la situazione. Marx è morto da 136 anni e di lui ormai rimane solo lo scheletro, ogni tentativo di riesumazione è inutile e controproducente poiché il problema della sua Teoria generale è proprio nello scheletro, nella genetica.

Va pensata un’altra Teoria generale con un altro DNA perché si dia una alternativa, ammetterlo anche se nessuno oggi ne sembra capace, sarebbe già un bel passo in avanti.

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