L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 ottobre 2019

Erdogan non ha mai combattuto l'Isis, tutt'altro

ERDOGAN: IL RICATTO DI UNO STATO TERRORISTA
Pubblicato 12/10/2019

DI ALBERTO NEGRI
Erdogan è amico dei terroristi e usa metodi terroristici. La minaccia del ricatto sui profughi nei confronti dell’Europa è un esempio lampante. i curdi che sono deboli combattono, noi, che siamo forti solo in apparenza, ci nascondiamo. Erdogan sa tutto questo e affonda il coltello nel ventre molle di un’Europa complice.. Qui non è solo Trump a fare figuracce

Quale è l’obiettivo di Erdogan in Siria? Più di uno. Il principale è portare a casa un successo di cui ha estremamente bisogno: mostrare ai turchi che lui è riuscito a conquistare un brandello di territorio siriano e a bastonare i curdi siriani, ritenuti da lui, e da una parte dell’opinione pubblica, dei “terroristi”. In realtà anche Erdogan è amico dei terroristi e usa metodi terroristici. La minaccia del ricatto sui profughi nei confronti dell’Europa è un esempio lampante.
A Erdogan serve una vittoria a spese dei curdi perché è in difficoltà: ha perso le elezioni municipali a Istanbul e Ankara, l’economia non va bene come una volta e con la sua politica estera ha portato a casa più sconfitte che successi.
In realtà la Turchia ha già subito nel quadrante arabo disfatte da cui non è ancora uscita. La maggiore è stata proprio in Siria dove Erdogan, insieme alle monarchie del Golfo e con l’approvazione occidentale, ha appoggiato i gruppi jihadisti per far fuori Assad. L’altra è stata la caduta dei Fratelli Musulmani del presidente Mohammed Morsi a opera del colpo di stato di Al Sisi nel 2013, una ferita lancinante. Qui Arabia Saudita ed Emirati, diventati avversari dei Fratelli Musulmani dopo averli usati per decenni, hanno sostenuto e continuano a finanziare Al Sisi in una convergenza di interessi tra l’America di Trump, Riad e Abu Dhabi, determinati a eliminare l’Islam politico ritenuto una minaccia alla stabilità delle monarchie assolute del Golfo.
La sconfitta in Siria è stata arginata dai rapporti con la Russia, con la quale Erdogan era stato sull’orlo della guerra dopo l’abbattimento nel novembre 2015 di un caccia Sukhoi. Ma anche dalle relazioni più intense intrattenute con la repubblica islamica sciita dell’Iran che ha combattuto a fianco di Assad e in Iraq insieme alle milizie sciite e agli Hezbollah libanesi.
Un paradosso: per frenare l’ascesa delle milizie curde schierate contro l’Isis, ritenute da Ankara strette alleate del Pkk, la Turchia, membro storico della Nato dal 1953, ha dovuto scendere a patti con Putin e con gli ayatollah. In poche parole Erdogan si è messo d’accordo con i suoi nemici e avversari che per altro continuano a diffidare di lui: Teheran e Mosca lo hanno ammonito sull’invasione del Rojava curdo, ora si aspettano da lui che liberi Idlib dai jihadisti e contribuisca a restituire questa città strategica al regime di Assad.
Erdogan agita due bandiere: quella dell’iper-nazionalismo turco e quella dell’Islam. La prima per lui è importante sul piano interno, la seconda anche sul piano internazionale per giustificare le sue ambizioni da Sultano del Medio Oriente.
Ma per ottenere questo obiettivo Erdogan si è alleato con i terroristi. Fu nel 2011, durante la rivolta contro Assad, che progettò di aprire l’”autostrada del Jihad” dalla Turchia alla Siria che portò migliaia di jihadisti ad affluire nel Levante arabo con gli effetti devastanti che conosciamo.
Tutto questo lo hanno scritto i giornalisti turchi, lo hanno visto i cronisti che hanno seguito sul campo le battaglie siriane e lo racconta anche in un’intervista in carcere a “Homeland Security” l’”ambasciatore” del Califfato Abu Mansour al Maghrabi, un ingegnere marocchino che arrivò in Siria del 2013. “Il mio lavoro era ricevere i foreign fighters in Turchia. C’erano degli accordi tra l’intelligence della Turchia e l’Isis. Mi incontravo direttamente con il Mit, i servizi di sicurezza turchi e i rappresentanti delle forze armate. La maggior parte delle riunioni si svolgevano in posti di frontiera, altre volte a Gaziantep o ad Ankara. Ma i loro agenti stavano anche con noi, dentro al Califfato”. Più chiaro di così.
Per questo Erdogan mente spudoratamente quando dice che vuole combattere l’Isis, non l’ha mai fatto in passato e non lo farà adesso: al massimo cambierà nome alle milizie jihadiste e le opporrà ai curdi, anzi lo sta già facendo adesso.
La verità è che la comunità internazionale è stata complice di Erdogan e adesso non è in grado di offrire una risposta credibile alla sua arroganza quando minaccia di mandare i profughi siriani in Europa: l’Unione europea lo paga e lui ci prende anche in giro, un pò come Bruxelles prendeva in giro la Turchia tenendola per anni nella sala d’aspetto dell’Unione.
Ieri ho incontrato una donna valorosa, Jomma Issa, comandante delle forze curde che hanno liberato Raqqa dai jihadisti dell’Isis e mi ha posto una domanda: “Noi curdi abbiamo combattuto contro i jihadisti insieme con gli Usa e la coalizione internazionale, dove è compresa l’Italia, è normale che adesso veniamo attaccati dalla Turchia che ha sostenuto lo Stato Islamico?”. No che non è normale: ma i curdi che sono deboli combattono, noi, che siamo forti solo in apparenza, ci nascondiamo. Erdogan sa tutto questo e affonda il coltello nel ventre molle dell’Europa. Qui non è solo Trump a fare figuracce.


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