L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 10 ottobre 2019

Il governo delle tasse e degli euroimbecilli si fa prendere in giro dall'Unione europea

Tutte le piroette anti Italia di Francia e Germania sull’immigrazione

10 ottobre 2019


Ecco le differenze tra gli annunci altisonanti di Conte e Lamorgese dopo la pre-intesa a La Valletta sull’immigrazione e la realtà dell’accordo che è ben diversa rispetto a quanto preannunciato anche da Francia e Germania. L’approfondimento di Andrea Mainardi

DAL SOLE DELLA VALLETTA ALL’AUTUNNO DEL LUSSEMBURGO

Che non ci fosse grande interesse dei Paesi europei a soccorrere Malta e Italia per la redistribuzione dei migranti lo si intuiva già dall’agenda. Nella due giorni di summit tra i ministri dell’Interno europei in Lussemburgo, il tema è stato relegato a una colazione di lavoro all’ultimo, martedì. Pranzo di quasi tre ore, ma dal quale l’Italia non ha ricevuto quella solidarietà che il ministro Luciana Lamorgese il 23 settembre riteneva ormai cosa fatta. “Non siamo più soli”, diceva l’ex prefetto sotto il sole di Malta. Doccia fredda dal Granducato per il premier Giuseppe Conte, che appena quindici giorni prima del summit di questa settimana declamava di “svolta per l’Italia”. Niente di tutto questo. Non c’è stata nessuna firma. Qualcosa potrebbe cambiare? Lamorgese appare cautamente ottimista. Al summit – spiega – si è presentato il progetto. L’intesa già in qualche modo è in vigore, perché i migranti sbarcati dalle navi delle Ong vengono ripartiti. La speranza è di chiudere tra novembre e dicembre.

Ma la situazione non pare favorevole.

SI CERCANO DIECI PAESI VOLENTEROSI. PERÒ NESSUNO (PER ORA) FIRMA

Si cercavano una decina di Paesi solidali all’intesa tracciata a La Valletta da Malta, Italia, Francia, Germania e Finlandia (in qualità di presidenza di turno Ue). Sono arrivate solo aperture verbali da Lussemburgo, Irlanda, Portogallo e Finlandia. Netti no dalla Danimarca e dalla Svezia, disposte ad accettare meccanismi strutturali di aiuto ai paesi di origine, ma non a soluzioni provvisorie. No da Ungheria, Polonia, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia. Spagna attendista. E anche i due protagonisti dell’intesa settembrina si sfilano.

LE PIROETTE DI PARIGI E BERLINO

La Francia accetta la redistribuzione, ma solo dei rifugiati accertati. La Germania accetta con riserva: solo se i numeri non crescono e solo se si rimane nell’ordine delle centinaia, non delle migliaia. Inversione a U rispetto a quanto stabilito dai meccanismi di solidarietà delineati a settembre che prevedevano redistribuzione di tutti i richiedenti asilo, indipendentemente dal fatto che avessero già ottenuto lo status di rifugiati. Soluzione che ovviamente doveva riguardare il soccorso ai paesi del Mediterraneo centrale in condizioni di emergenza. Non per i “piccoli numeri” di cui oggi parla Berlino. Invece gli sbarchi sono ripresi con numeri importanti – così come il cimitero dei morti in mare.

MOSSA POLITICA PER “DIMENTICARE” SALVINI

L’impressione è che il patto di Malta altro non fosse che una mossa di Francia e Germania contro il leader euroscettico Matteo Salvini per il battesimo del Conte 2. Un soccorso al nuovo governo giallorosso, un nemmeno malcelato spot per archiviare la politica dell’ex ministro dell’Interno leghista. Chiave di lettura avvallata dagli stessi protagonisti.

PERCHÉ AIUTARE GIUSEPPI

Il lussemburghese Jean Asselborn confermando il sostegno al piano maltese ha infatti sottolineato: “Sono contento del cambiamento in Italia, questo è molto positivo; non si può lasciare l’Italia esposta”. Ragione confermata a Politico da un diplomatico europeo, che però lamenta: “Capisco la necessità di aiutare un governo filo-Ue. Ma guardando la situazione sul campo, questo accordo è irrazionale”. Il riferimento è al numero basso di arrivi nel Mediterraneo centrale rispetto ad altre situazioni decisamente più critiche. Imogen Sudbery, dell’International Rescue Committee, commentava qualche giorno fa: “Il fatto che l’Italia lasci o meno l’era Salvini alle spalle dipenderà in gran parte dalla capacità dei leader europei di dimostrare un reale impegno a trovare un terreno comune sulla migrazione attorno ai valori fondamentali dell’Europa”. Insomma: a Malta c’era bisogno di mostrare favore al Conte 2 perché possa consolidarsi e “dimostrare ai suoi elettori che gli interessi dell’Italia sono meglio tutelati dalla nuova coalizione rispetto a un marchio anti-immigrazione come Salvini”. Quell’obiettivo è già archiviato?

COME SI È MOSSO MACRON

Cosa resta, quindi, della presunta solidarietà sulla redistribuzione migranti oltre al piano politico anti-Salvini? Parigi e Berlino erano sinceramente intenzionate a muoversi concretamente? Hanno interesse a farlo? La difesa dei confini francesi a Ventimiglia e sulle Alpi è puntigliosa e dura non da ieri. C’è poi una ragione politica imminente. Il presidente Emmanuel Macron deve affrontare un vasto turno di elezioni amministrative in primavera. Le presidenziali del 2022 non sono lontane. Temi come immigrazione e sicurezza in questo senso stanno diventando sempre più centrali. Per l’inquilino dell’Eliseo non possono rimanere appannaggio della destra. Vanno affrontate – diceva qualche settimana fa – in nome delle “classi popolari”: “La domanda è se vogliamo essere o meno un partito borghese. I borghesi non hanno alcun problema: non lo attraversano. Le classi popolari sì”. Parole di monsieur le Président riportate da Le Monde che non stonerebbero nel fraseggio salviniano.

LA LINEA DURA DI BERLINO

E la Germania? Il ministro degli Interni Horst Seehofer è considerato l’architetto del piano Malta. In Germania si è fatto promotore della legge Hau-ab sul rimpatrio che prevede un inasprimento delle regole di espulsione. Legge criticatissima dalle organizzazioni di aiuto ai rifugiati. Espulsioni senza tanti complimenti. Riporta Süddeutsche Zeitung: la polizia federale usa sempre più spesso forme di restrizioni corporali per rispedire a casa gli immigrati irregolari. Chi si ribella, viene imbarcato sugli aerei ammanettato, piedi legati.

CHI È IL FALCO ANTI-IMMIGRAZIONE?

Il cristiano sociale Seehofer è un falco della linea dura nelle politiche migratorie. La mossa a Malta gli ha procurato l’accusa in casa di essersi ammorbidito. In realtà il ministro si è probabilmente diretto in quel senso solo a fronte di una diminuzione nel numero degli sbarchi. Infatti ha subito precisato che in caso di aumenti – che già si registra – l’accordo salta. È per lui fondamentale la custodia dei confini e non oltrepassare il tetto di nuovi arrivi in Germania fissato per i Csu sui 200mila annui. Con queste condizioni, Berlino davvero vorrà accollarsi la redistribuzione di profughi sbarcati in Italia? Dove i numeri in fondo non sono poi così alti, è stato più volte ricordato al summit in Lussemburgo.

RICHIESTE DI ASILO, IL PICCO NON È IN ITALIA

Tra i Paesi con maggiori richieste di richiedenti asilo spiccano Cipro (9mila richieste per milione di abitanti), Malta (circa 4mila) e Grecia (oltre 3mila). L’Italia, con qualche centinaia di richieste, si colloca al 16esimo posto. Lo dicono le statistiche pubblicate dall’Agenzia europea di sostegno all’asilo (Easo).

NUOVE ONDATE DALLA SIRIA

Dopo avere tentato di sminare la narrazione salviniana, l’attenzione europea si sposta adesso verso il Mediterraneo orientale. Lo certificano le statistiche. Lo chiedono Grecia, Cipro e Bulgaria. Mentre l’offensiva della Turchia nel nord della Siria non potrà che provocare una nuova crisi umanitaria alle frontiere orientali dell’Europa. Lo dichiara il ministro greco alle migrazioni, Giorgos Koumoutsakos, richiamando l’attenzione al “drammatico aumento dei flussi migratori nelle isole greche”. E se tra i nuovi migranti ci saranno infiltrati dell’Isis sfuggiti al controllo curdo? Donald Trump, che aveva benedetto il governo Conte 2 con un entusiastico tweet, fa spallucce: “Andranno in Europa”. Appunto. Mica è un problema Usa.

EFFETTO BOOMERANG?

Il guaio è che la linea tracciata a Malta potrebbe – come sottolinea Il Messaggero – avere un effetto boomerang. Dati alla mano, “l’Italia è in basso nella classifica degli sbarchi”. In settembre sono sbarcati 11.500 migranti in Grecia, a fronte dei 2.498 in Italia. Numeri decisamente in risalita rispetto ai 947 del settembre 2018. Ma certo inferiori agli sbarchi sulle coste greche. Nota il quotidiano romano: se l’Italia e Malta ottenessero la redistribuzione dei profughi sbarcati sulle loro coste, potrebbero dovere a loro volta accogliere quelli arrivati attraversando l’Egeo. “Una soluzione è già stata ipotizzata: il nostro Paese e La Valletta sarebbero intenzionati a chiedere che gli Stati costieri, in questo caso, non vengano coinvolti nei meccanismi automatici di distribuzione. Ma si tratta solo di teorie”.

DIAMO UN PO’ I NUMERI

Oltre teorie e politica, i numeri degli sbarchi certificati dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati sono chiari. Da gennaio al 7 ottobre, in Italia sono sbarcati 7.923 immigrati. In Grecia ne sono arrivati 48.518, in Spagna 24.052. Sono 794 nella piccola Cipro; 1.585 a Malta. La Turchia, per tornare a frenare i flussi, chiede all’Europa un miliardo di euro per il 2020. In questo contesto e con queste cifre, davvero è credibile che Bruxelles voglia tendere una mano all’Italia? E solo per appoggiare il Conte2 in chiave anti-Salvini?

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