L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 1 ottobre 2019

Il Progetto Criminale dell'Euro non vuole gli investimenti e quindi l'impedisce in questo modo i capitalisti europei si pappano i paesi come l'Italia, un boccone che fa gola

 
Austerity espansiva? Una bufala!

di Ilaria Bifarini
30 settembre 2019

“Sempre e dovunque nel mondo, il rigore ha avuto gli effetti controproducenti osservati in Europa: quanto più severa è l’austerità tanto maggiore è la contrazione economica. Resta un mistero capire perché la Troika abbia potuto pensare che questa volta, in Europa, le cose sarebbero andate diversamente.”

Ad affermarlo è Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, e con lui una schiera di autorevoli economisti di fama internazionale.

Eppure in Europa si continua a proporre la ricetta dell’austerità quale strumento per risanare le economie nazionali e ridurre l’alto debito pubblico. Si parla in tal senso di “austerità espansiva”, con un’espressione che è a dir poco un ossimoro.

Come insegna il padre della macroeconomia, quel J.M. Keynes oggi resuscitato da molti ma al tempo stesso disatteso, nei periodi di crisi come quella attuale è necessario che lo Stato intervenga incrementando la propria spesa pubblica in modo da rilanciare la domanda e quindi l’occupazione, vero indicatore dello stato di salute di un’economia.

Al contrario l’austerità va praticata nelle fasi di espansione, per evitare di incorrere in fenomeni come l’inflazione. Nei periodi di crisi applicare misure di consolidamento fiscale (austerity appunto) non fa altro che innescare un circolo vizioso: crollo dei consumi, calo della produzione e incremento della disoccupazione, soprattutto giovanile.

Un esempio plastico di come opera è quello a tutti noto della Grecia: nonostante le misure lacrime e sangue imposte dalla Troika (o meglio proprio a causa di esse) la ripresa dello Stato ellenico non c’è stata. La sua economia ha perso oltre un quarto del proprio Pil, la disoccupazione giovanile è arrivata a toccare il 60%, almeno un greco su cinque è disoccupato. Tutti i parametri economici sono peggiorati, e il debito pubblico, che era il principale bersaglio della Troika, anziché diminuire è aumentato, passando dal 109,4% del 2009 al circa 180% attuale.

Di fronte ai fallimenti conclamati, nel febbraio del 2012 il Fondo monetario internazionale ha chiesto ai propri economisti di ricalcolare quella che è la leva della spesa pubblica, ossia il suo moltiplicatore fiscale, e si è scoperto che era inficiato da un errore. Il suo valore è risultato infatti maggiore di uno -a differenza dello 0,5 precedentemente stimato- e quindi ogni taglio alla spesa pubblica avrebbe prodotto una perdita e non un aumento del Pil come previsto dalla Troika. Un errore non da poco, che è stato sì riconosciuto, ma senza che ciò abbia portato a una doverosa e totale revisione delle misure adottate.

Sempre dallo stesso istituto, alcuni anni dopo, viene prodotto uno studio (Neoliberalism Oversold, 2016) che dimostra e quantifica i danni prodotti dalle politiche economiche di consolidamento fiscale: esse sono responsabili sia di un aumento del tasso di disuguaglianza tra la popolazione che di quello di disoccupazione di lungo termine.

D’altronde, le analisi sulla fallimentarietà e la nocività dell’austerity sono numerosissime e autorevoli, ma poco divulgate dal mainstream, soprattutto quello nostrano, dove la logica del rigore ha assunto un carattere morale, per cui si è creata una narrazione autocolpevolizzante, secondo la quale l’austerity è la giusta punizione per le nostre colpe passate.

La stessa Oxfam tramite un documento pubblico ha lanciato in passato (2013) un appello all’Ue ad abbandonare le politiche di austerity, i cui effetti nefasti si sono già riscontrati negli stessi Paesi del Terzo Mondo, costretti dalle organizzazioni internazionali ad applicarle negli anni Ottanta e Novanta.

“Con tassi di disuguaglianza e povertà in crescita, l’Europa sta vivendo un decennio perduto: se queste misure continueranno, altri 15-25 milioni di persone in Europa potrebbero diventare poveri entro il 2015”

Un decennio di crescita stagnante, il disastro greco, la “locomotiva” tedesca prossima alla recessione…cosa serve ancora per scuotere Bruxelles dalla sua ferrea e deleteria politica del rigore?

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