L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 1 ottobre 2019

La Libia in mano alla Turchia, Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita, con la Francia lorde le mani di sangue e desiderosa di continuare. Egitto, Tunisia, Marocco, Algeria polveriere pronte ad esplodere

Cosa facciamo se tutto dovesse andare storto in Nord Africa?

1 ottobre 2019 


Cosa facciamo se tutto dovesse andare male? È la prima domanda che ogni decisore politico dovrebbe porsi prima di affrontare una situazione che oltre ad essere pericolosa ed intricata presenta altresì notevoli elementi di incertezza.
Ed è quindi il primo interrogativo cui dovremmo sentire il dovere di rispondere ogni volta che, per un problema o per l’altro, concentriamo la nostra attenzione su quel Nord Africa arabo che è troppo vicino a noi per poterlo trascurare e troppo inquieto per permetterci di stare tranquilli.


Per il momento l’unico paese nord africano in cui la crisi ha raggiunto livelli tali da concentrare su di sè la preoccupata attenzione di tutto il mondo è indubbiamente la Libia, ove con il trascorrere del tempo ciò che per anni era stato anarchia e lotta di milizie si sta progressivamente trasformando in una “proxi war” in cui si affrontano indirettamente le fazioni in lotta per la leadership della movenza sunnita dell’Islam.

Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti da una parte, Turchia, Qatar e Fratellanza Islamica dall’altro. Anche se apparentemente la situazione sul terreno è divenuta più semplice nel diminuire del numero dei protagonisti coinvolti, si è trattato in realtà di una evoluzione che ha reso più esplosivo che mai un confronto in cui giorno dopo giorno continuano a fare la loro comparsa armamenti sempre più performanti, cortesemente e gratuitamente forniti ai combattenti dai loro grandi protettori.

E tutto ciò in violazione di ben precisi embarghi delle Nazioni Unite! Più o meno contemporaneamente, in quell’Egitto che il colpo di stato del generale al-Sisi sembrava avere riportato ad una stabilità tutto sommato solida anche se per certi versi sofferta , sono iniziate dimostrazioni che il regime stenta a contenere del tutto e che hanno rapidamente trovato il loro epicentro nella sede altamente simbolica della Piazza del Tahrir.


Più che da motivazioni strettamente ideologiche il malcontento pare per il momento motivato soprattutto da cause economiche . È però bene ricordarsi, prima di sottovalutarlo, della rapidità con cui quella che era all’inizio soltanto una “rivolta del pane ” è riuscita a sconvolgere pochi anni fa le sponde Sud ed Est del Mediterraneo, cambiandone in parecchi casi la geografia politica e trasformandosi progressivamente nelle cosiddette “primavere arabe”.

Occorre altresì ricordarsi di come l’Egitto rimanga a tutt’oggi per molteplici aspetti il paese fondamentale dell’intero mondo arabo, e come tale il riferimento collettivo più preciso nei momenti di pericolo, di bisogno, di difficoltà.

Il suo eventuale progressivo scivolamento nel caos non mancherebbe quindi di sollevare ondate che oltre a colpire Africa del Nord e Medio Oriente finirebbero di sicuro con l’avere ripercussioni altamente negative anche in Europa .
Per rendersene conto basta pensare a quale livello potrebbe essere esaltato il problema delle migrazioni se a rinforzarlo contribuisse uno Stato la cui popolazione è circa la metà di quella dell’intero ecumene arabo.

Un pochino meglio sembra essere, almeno per ora, la situazione del Magreb , anche se qui in realtà la vera stabilità è per il momento soltanto quella del Marocco, mentre Tunisia ed Algeria stanno ancora passando attraverso gli spasimi di transizioni che si rivelano particolarmente difficili.


Nella Tunisia, non a torto indicata quale l’esempio di come la democrazia possa attecchire anche in uno stato islamico, la morte dell’anziano Presidente ha infatti aperto una crisi contrassegnata soprattutto dall’anonimità dei candidati alla successione .

Un dato che rende ancora più tesa la situazione in uno Stato che , nonostante il suo attaccamento alle forme parlamentari e la sua vicinanza all’Occidente, ha perso da tempo il pieno controllo della sua area Sud, travagliata da un terrorismo fondamentalista che ha fornito al Califfato un numero di volontari superiore a quello di tutti gli altri paesi islamici .
Non molto dissimile la situazione dell’Algeria, ove il ritiro forzato del Presidente Bouteflika, ormai del tutto inabile, ha aperto una stagione di trattative, ancora in corso, fra i gruppi di potere che aspirano ad esprimere un candidato alla successione.

Ne è derivata una situazione pericolosissima se si considera come in tempi relativamente recenti l’Algeria sia stata travagliata da più di dieci anni di guerra civile che il Governo ha concluso vittoriosamente ma solo a patto di pericolosi compromessi come quello di lasciare buona parte delle aree più meridionali sotto il controllo dell’AQMI (Al Qaida nel Magreb Islamico) impegnatasi da parte sua informalmente ad usare il paese solo come santuario e ad agire unicamente in ambito sahelico.


Se pensiamo all’importanza dei pozzi algerini per il rifornimento dell’Occidente – ed in particolare della nostra Italia che da qui riceve il venti per cento circa del suo petrolio ed una percentuale quasi eguale del suo gas – ci rendiamo subito conto di quale catastrofe potrebbe risultare da una improvvisa, totale destabilizzazione di questa area.

Emerge dunque in maniera molto chiara da questo breve giro di orizzonte la pericolosità di una situazione che coinvolge tanti paesi ed innesca tensioni molto, troppo prossime al limite di rottura.

Se poi rivolgiamo lo sguardo ai nostri paesi ci accorgiamo come in essi non ci sia una precisa presa d’atto del pericolo che incombe e di come, almeno sino ad ora, non vi sia stato alcun passo concreto mirato se non a cancellare perlomeno ad attenuare il pericolo.

Peggio ancora: le poche proposte avanzate in tal senso, come il “Piano Marshall” per l’Africa , la costituzione di una Banca Euro Africana, l’avvio di Atenei comuni…. sono state regolarmente bocciate per lasciar spazio a progetti di molto più corto respiro ed altrimenti indirizzati.

Dio acceca prima coloro che vuole poi rovinare ….recitava un vecchio detto latino . Auguriamoci che non si tratti di ciò che ci sta succedendo in questo caso.

Foto: crisi libica (Libyan Express, AFP e Reuters)

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