L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 22 ottobre 2019

La Nazione è scesa in campo, schierata ideologicamente con il Sistema massonico mafioso politico, e difende a prescindere il procuratore aretino che omise di dire che conosceva il Boschi, salvo poi integrare, dopo inchiesta di Panorama, al Consiglio Superiore della Magistratura

Procuratore a rischio, la giustizia si mobilita: "Magistrato ineccepibile"

Roberto Rossi a Roma ha presentato la memoria difensiva contro la relazione Davigo. I magistrati: siamo sgomenti. Rabbia Pm. Avvocati mobilitati

di Salvatore Mannino
Ultimo aggiornamento il 22 ottobre 2019 alle 01:56

Roberto Rossi

Arezzo, 22 ottobre 2019 - C’è una città intera, anzi una cittadella, quella della giustizia, che si ribella allo scenario che da mercoledì Roberto Rossi possa non essere più il procuratore capo di Arezzo. Tanto più con le motivazioni della relazione di maggioranza, stesa da Pier Camillo Davigo, ex mente giuridica del pool di Mani Pulite a Milano e ora capo di una corrente di magistrati, per il plenum del Csm di domani.

Che cioè Rossi sia venuto meno ai requisiti di indipendenza e di immagine «per impropri condizionamenti», per aver insomma avviato le indagini su Banca Etruria nel periodo in cui era ancora consulente del dipartimento affari legislativi di Palazzo Chigi, premier Renzi, che aveva per ministro Maria Elena Boschi, figlia di uno degli ultimi due vicepresidenti di Bpel, Pierluigi Boschi.

E’ un ritratto del capo dei Pm aretini nel quale non si riconosce nessuno, non i colleghi, dai sostituti della procura ai giudici del tribunale civile e penale, e nemmeno gli avvocati, che pure di Rossi sono gli avversari naturali in tribunale. E’ sconcertato, dunque, Stefano Del Corto, presidente della Camera Penale, che riunisce i legali impegnati nel settore penale, pensa a una presa di posizione pubblica l’ordine degli avvocati.

«Speriamo vivamente che Rossi resti al suo posto, è un magistrato ineccepibile», sintetizza il presidente Roberto De Fraja. Scende in campo anche l’ex presidente Piero Melani Graverini: il migliore dei procuratori possibili. Quanto ai magistrati, nessuno parla ufficialmente, per non turbare la scelta del Csm, è la giustificazione. Ma fonti ufficiose di Palazzo di giustizia esprimono sgomento dinanzi al rischio che Rossi perda l’incarico e ancor di più dinanzi alle motivazioni «pretestuose».

Al terzo piano della procura, l’attività è quella di un giorno normale, ma il disappunto si legge chiaro in faccia ai Pm, così come nei volti scuri degli uomini della polizia giudiziaria che col procuratore hanno condiviso anni e anni di indagini, non solo Etruria, ma anche il giallo di Martina, il sequestro della E45, la bancarotta Eutelia e ancor più indietro Variantopoli, che decapitò un’amministrazione comunale.

L’ufficio di Roberto Rossi, in fondo al corridoio, è vuoto. Lui è a Roma, a consegnare al Csm la memoria con la quale si difende e controbatte l’impianto accusatorio di Davigo, definito come un «clamoroso e sconcertante travisamento dei fatti». Le otto pagine del memoriale ripercorrono le date, che sono decisive per ricostruire storicamente i fatti. L’incarico al Dagl cessa definitivamente il 31 dicembre 2015, dopo che il caso era esploso qualche giorno prima, sempre in dicembre.

Che avrebbe dovuto fare Rossi, domanda nella relazione di minoranza Marco Mancinetti, dimettersi per soli dieci giorni? Il fallimento di Bpel, spiega invece il memoriale Rossi, è dell’11 febbraio 2016, un mese e dieci giorni dopo, le prime iscrizioni nel registro degli indagati per bancarotta sono della fine di febbraio. «Questo procedimento ha visto il signor Pierluigi Boschi non “potenzialmente coinvolto“ (come scrive Davigo Ndr) ma indagato a tutti gli effetti».

Quanto agli unici fascicoli aperti all 31 dicembre 2015, essi riguardavano l’ostacolo alla vigilanza imputato a Fornasari, Bronchi e Canestri e un’indagine per conflitto di interessi (originata dalla relazione dell’ispettore di Bankitalia Giordano Di Veglia) sulll’ultimo presidente Lorenzo Rosi e di Luciano Nataloni. Boschi non c’entrava.

Durissimo Rossi col diniego alla conferma espresso dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede, motivato sempre dal caso Boschi: «Gravissimo e clamoroso sviamento di potere». Il ministro può esprimersi solo sull’organizzazione il resto è una «gravissima forma di ingerenza del potere politico sulla giurisdizione»

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