L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 3 ottobre 2019

L'Italia del parmigiano scende in guerra contro le basi statunitensi che paghiamo per il mantenimento noi italiani

LA GUERRA DEI DAZI 03 ottobre 2019
«Se la politica non trova una soluzione per salvare il Grana Padano, protesteremo davanti alle basi americane»

Per Stefano Berni, direttore generale del Consorzio Gran Padano, è necessario trovare una soluzione per tutelare i piccoli produttori. La filiera rischia un danno di 270 milioni di euro

Oltre 4000 stalle a rischio. Danni per 270 milioni di euro. Sono questi i danni possibili per il Grana Padano nel caso in cui venissero confermati i dazi statunitensi. Il caso illustra bene cosa potrebbero significare le sanzioni su uno dei prodotti-simbolo del made in Italy. Il Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha appena dato il via libera a Donald Trump per i suoi dazi verso i prodotti europei per un totale di 7,5 miliardi di dollari. Motivo del contendere? La diatriba tra Airbus e Boeing. Una faccenda estranea all’Italia ma che rischia di toccare da vicino il suo settore agroalimentare. Con danni inquantificabili.

«Siamo sul piede di guerra!». Il grido di Stefano Berni, direttore generale del Consorzio Grana Padano è lo stesso di tanti produttori, caseari e non, che rischiano di essere danneggiati da questa folle guerra commerciale. Stavolta la loro voce si sentirà forte e chiara. «Se i dazi dovessero essere confermati siamo pronti a raggiungere le basi americane in Italia e a protestare davanti ai loro cancelli. Una manifestazione pacifica e corale, fatta con tutti gli altri produttori della filiera lattiero-casearia che rischiano di rimetterci da questa guerra. Le prime basi che raggiungeremmo sarebbero quelle di Brescia e Montichiari, che sono nelle terre del Grana, e poi quelle di Vicenza e Longare. Basi presenti da oltre 70 anni sul nostro territorio e che noi ospitiamo con gioia, così come i soldati e i funzionari presenti. È tempo però che anche gli americani dimostrino la loro solidarietà!».

«Altro che le nostre eccellenze: presto negli Stati uniti tra gli scaffali dei supermercati ci potrebbero essere solo l'asiago e il provolone del Wisconsin, il parmesan e qualche brutta copia del grana»

Le sanzioni non colpirebbero soltanto il grana. «Questa faccenda rischia di danneggiare tutti i formaggi italiani di pregio, come asiago, provolone e parmigiano». Una faccenda che rischia di essere solo un grosso boomerang per gli americani. «Oggi esportiamo negli Stati Uniti 155 mila forme di grana. 5 milioni e 800 mila chili che potrebbero drasticamente calare dell’80% per effetto dei dazi. Infatti, se fosse confermata la volontà di moltiplicarli per otto o dieci, non saremmo più competitivi a livello di prezzi. Per le casse statunitensi questo vorrebbe dire perdere milioni di euro di entrate». Una guerra da cui anche il Grana ne uscirebbe inevitabilmente sconfitto. «I primi a rimetterci nel giro di qualche mese sarebbero i nostri produttori. Le forme in fase di stagionatura destinate agli Stati Uniti verrebbero dislocate su altri mercati, causando un crollo dei prezzi. Per molti nostri piccoli produttori un crollo del prezzo del latte del 15% significherebbe non poter più coprire i costi». I colpevoli dietro i dazi voluti dal presidente Trump? La potente lobby agricola statunitense. «Sono loro che vogliono realmente i dazi, perché così sperano di superare il momento di difficoltà che stanno attraversando. Un crollo nelle vendite dei formaggi italiani avvantaggerebbe i produttori di falsi che avrebbero nuovi spazi dove poter vendere il loro prodotto. Altro che le nostre eccellenze: presto negli Stati Uniti tra gli scaffali dei supermercati ci potrebbero essere solo l’asiago e il provolone del Wisconsin, il parmesan e qualche brutta copia del grana».

«Faremo sentire la nostra voce fino alla fine. Siamo pronti ad accettare anche dazi raddoppiati, ma non decuplicati. Lo dobbiamo ai nostri produttori»

Una soluzione è ancora possibile, magari per via diplomatica. «La visita del segretario americano Pompeo era già prevista per la questione del 5G ma la lettera alle istituzioni e la provocazione delle Iene ha rimesso al centro dell’attenzione pubblica la questione dei dazi». Le prime risposte istituzionali sembrano andare per il verso giusto. «Ho notato che le istituzioni si stanno muovendo in maniera concreta, come la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova e anche il ministro degli Esteri Luigi di Maio. Mi auguro che la pressione dei politici sortisca l’effetto sperato». La speranza infatti è che sanzioni così alte durino il meno possibile. Altrimenti, verranno trovate nuove soluzioni. «Faremo sentire la nostra voce fino alla fine. Siamo pronti ad accettare anche dazi raddoppiati, ma non decuplicati. Lo dobbiamo ai nostri produttori». Il made in Italy è a rischio.

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