L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 2 ottobre 2019

Multinazionali in piena crisi isterica - Tre indizi sono una prova. Dirigenti che vendono azioni, le medesime aziende che le comprano, la Fed che inonda di liquidità il Sistema

SEDUTI SULL’ORLO DEL VULCANO?

Pubblicato 01/10/2019
DI GIULIETTO CHIESA

Viene in mente il famoso romanzo russo di fantascienza, “Picnic sul ciglio della strada” dei fratelli Strugatskij, che narrava di un’astronave misteriosa che sarebbe atterrata da qualche parte, sulla Terra, lasciando dietro di sé la sua strana immondizia d’un altro mondo. Il regista Andrej Tarkovskij ne fece un film, Stalker. Appunto. Potrebbe darsi che qualcuno dei giocatori d’azzardo della finanza mondiale si troverà presto a fare lo “stalker” dopo l’atterraggio dell’astronave chiamata Recessione.

Il fatto è che i dirigenti delle multinazionali USA stanno vendendo a tutto spiano le azioni delle aziende nelle quali lavorano e da cui prendono lauti stipendi e premi. Che vuol dire? È come se loro si aspettassero un crollo. In ogni caso il segnale indica grande incertezza, circa ciò che succede lassù dove le segrete cose si creano.

Le cifre non lasciano però dubbi: dall’inizio dell’anno in corso, cioè da circa 10 mesi i titoli venduti sul mercato azionario hanno toccato il controvalore di $26 miliardi. Siamo ancora molto al di sotto della crisi dell’anno 2000, quella che fu denominata come “dot-com”, dove l’analogo fenomeno raggiunse i $37 miliardi. Ma c’è una seconda sfilza di dati, molto ben visibile: quella dei cosiddetti “buybacks”, cioè gli acquisti da parte delle aziende dei titoli venduti dai loro dirigenti. Tanto per capirci: si tratta di una truffa abbastanza volgare, ma largamente praticata. Consente discreti guadagni e funziona così: l’azienda si indebita, ma per comprare le sue azioni a prezzo più basso.

Le cifre dicono che i “buybacks” sono a +20% rispetto alla stessa data del 2018. Che fu già un anno record quanto a riacquisto dei propri titoli. Adesso siamo già al 122%, che è un record assoluto per i primi nove mesi di un anno qualunque. Ma c’è di peggio: la crisi di liquidità indica che la domanda supera sistematicamente l’offerta di nuovo denaro. La Federal Reserve continua a fare aste programmate di denaro fresco che vengono prese d’assalto. Non è ancora una ripresa del QE (Quantitative Easing), ma è equivalente. Quella recente a 14 giorni, detta dei normali “repo” (pronti contro termine, cioè vendita e riacquisto di titoli a date differenti) era stata prevista a $30 miliardi ed è finita a $60 miliardi, cioè il doppio. L’asta dei repo a 1 giorno, partita da 75 miliardi, è infine salita fino a 100.

È un po’ come la circolazione sanguigna. Se non ce n’è abbastanza l’organismo si raffredda, fino a bloccarsi (sonno o morte). In termini finanziari significa che le istituzioni finanziarie non hanno più la liquidità necessaria per prestarsi denaro l’una con l’altra. Una situazione che molti esperti ritengono assai simile a quella che portò al crollo della Lehman Brothers, nel 2009.

Il dato inquietante è che non se ne parla, quasi che esistesse un ordine emanato non si sa da chi, non si sa da dove. Ma che funziona, perché non se ne parla davvero. Si teme il panico di chi non sa quasi niente. Tuttavia, quelli che capiscono qualche cosa sembra che, almeno statisticamente, siano in grado di reagire. E di confermare, mediante riflessi condizionati simili a quelli di Pavlov con i suoi cani. Il Financial Times ha pubblicato un sondaggio di ASR (Absolute Strategy Research) dove si dice che il 52% dei top dirigenti finanziari che si occupano di moneta si aspetta che una recessione mondiale arriverà già nel 2020.

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