L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 ottobre 2019

Troppi avvoltoi stranieri nei cieli libici

Vi spiego la soluzione al caos libico. Parla l’ex primo ministro Jibril



Conversazione con Mahmud Jibril, primo ministro ad interim del Consiglio nazionale di transizione libico da marzo a ottobre del 2011, nelle fasi iniziali del conflitto civile che ha portato alla caduta di Muammar Gheddafi e che, con diversi attori, prosegue ancora oggi. Una no-fly zone? “Sarebbe certamente utile, ma non basterebbe”

L’unica soluzione possibile per risolvere la crisi libica è far sedere a uno stesso tavolo tutti gli attori che hanno autorità, non solo politica, ma anche economica e militare. È una missione quasi impossibile, ma l’Italia ha “il diritto e le facoltà per far dialogare fra loro anche gli attori regionali coinvolti”. Parola di Mahmud Jibril, primo ministro ad interim del Consiglio nazionale di transizione libico da marzo a ottobre del 2011, nelle fasi iniziali del conflitto civile che portò alla caduta del regime di Gheddafi. Formiche.net lo ha intervistato a margine della conferenza “Arab Geopolitics after the Caliphate. How to exit the fragmentation trap”, organizzata dalla Nato Defense College Foundation in collaborazione con la divisione Political affairs and security policy dell’Alleanza e il Nato Defense College, tenutasi a Roma alla Luiss Guido Carli. Oggi presiede la Libyan National Forces Alliance (Nfa), lanciata nel 2012 per raccogliere i movimenti politici di estrazione moderata e liberale. A lui abbiamo chiesto come si potrà uscire dallo stallo attuale, a partire dal ruolo del nostro Paese.

Presidente, quale ruolo vede per l’Italia nella stabilizzazione della Libia nel breve periodo?

L’Italia deve, prima di tutto, realizzare che la questione principale in Libia risiede nel come riportare lo Stato nelle vite dei libici, più che nella formazione di un nuovo governo, dato che al momento nel Paese ne sono presenti tre diversi. Il problema libico consiste essenzialmente della dicotomia tra le varie autorità e il potere. Le prime sono presenti e molto numerose nel Paese, ma nessuna di loro ha un effettivo potere nell’area. Di conseguenza, qualunque accordo o qualunque piano di pace che non prenda atto di questo è destinato a fallire.

Quali caratteristiche fondamentali dovrebbe avere un’iniziativa del genere?

Innanzitutto, dovrebbe mantenere come obiettivo l’eliminazione di questa dicotomia fra autorità e potere reale, basandosi sul consenso dei principali attori presenti, sul piano militare, politico e sociale, per ottenere un accordo per la ricostituzione dello Stato stesso. Solo in seguito si potrebbe discutere delle formule e dei governi adatti per raggiungere questo obiettivo. Tutti gli esecutivi che si sono succeduti in Libia dal 2011 non hanno potuto agire con efficacia proprio perché non hanno sviluppato un piano per la ricostruzione statale. Abbiamo sprecato denaro e al contempo siamo divenuti terreno fertile per il terrorismo, le organizzazioni criminali internazionali e l’immigrazione illegale, diventando una minaccia per la sicurezza nazionale di troppi Paesi. Di nuovo, il ruolo dell’Italia deve prima passare attraverso la consapevolezza della necessità di riunire a un solo tavolo gli attori politici, militari e sociali del conflitto libico per discutere della rifondazione delle istituzioni. Un incontro del genere, per quanto lungo e impegnativo debba essere, deve avere luogo, sul modello di quanto avvenuto a Camp David nel 1978. Se però l’Italia, così come altri Paesi, dovesse continuare semplicemente a sostenere una forza in campo contrastando le altre, allora non otterrà nulla se non una prosecuzione indefinita del conflitto.

Ma come può una futura stabilizzazione risultare stabile e durevole visto proprio il grande numero di forze e attori presenti in Libia, interni ed esterni?

Dati i già citati forti legami dell’Italia con la Libia, economici, geografici e politici, il vostro Paese ha tutto il diritto e le facoltà per far dialogare fra loro anche gli attori regionali, la cui sicurezza è minacciata da ciò che accade in Libia: Egitto, Tunisia, Algeria, Ciad e Niger. Se prendiamo la questione della migrazione illegale, per esempio, è chiaro che non ha senso trattare la questione in assenza dei Paesi confinanti, dal momento che il traffico di esseri umani attraversa prima questi ultimi e solo dopo giunge in Libia.

Ci spieghi meglio.

I migranti, o meglio i trafficanti, vedono la Libia solo come un ultimo punto di partenza. Ciò non avverrebbe se non vi fossero partner dei trafficanti sul suolo europeo, che rappresentano la domanda di questo traffico. È necessario dunque, quando si guarda della crisi libica, osservarla nella sua interezza e in tutti i suoi aspetti. In più, l’Italia dovrebbe fare leva sui suoi forti rapporti con gli Stati Uniti, e ovviamente con l’Unione europea, perché facciano da garanti per un accordo di pace in Libia, dal momento che fra gli attori libici non vi è fiducia reciproca e che dipendono da agenti esterni. Se però ci fosse una sorta di garanzia internazionale per un accordo, allora sarebbe molto difficile per tutti disattenderlo.

Il confronto tra il generale Haftar e il governo di Tripoli sembra essere giunto a uno stallo. Come superarlo?

Mi preme dire innanzitutto che i veri sconfitti di questa guerra sono gli stessi libici e il futuro del Paese. Non ci sono vincitori in questo rinnovato conflitto, che ha riportato indietro la Libia all’inizio della guerra civile, nel 2014. Il terrorismo e l’estremismo sono ancora più diffusi e abbiamo perso migliaia di giovani. Più di 20mila famiglie sono state sfollate, con il conseguente abbandono scolastico dei minori. A questo riguardo, voglio segnalare che la comunità internazionale intervenne in Libia, nel 2011, proprio con il pretesto di proteggere la popolazione civile.

E oggi com’è la situazione?

Oggi i civili libici sono torturati, uccisi e sfollati, e della comunità internazionale non vi è traccia. Per quale motivo l’Unione europea, per esempio, non fornisce assistenza umanitaria, fornendo sostegno abitativo agli sfollati o aiuti economici, per rendere credibile il suo passato interesse per i civili in Libia? Lo stesso discorso può essere applicato al Consiglio di sicurezza dell’Onu, che ha dato mandato per una missione di supporto delle Nazioni unite nel Paese dal 2011 (Unsmil), rinnovato a settembre di quest’anno. Ciò che accade in Libia è dunque anche responsabilità del Consiglio di sicurezza, che dovrebbe agire per adempiere ai suoi compiti. In alternativa, può rinunciarvi revocando il suo mandato, lasciando i libici perlomeno liberi di prendersi le proprie responsabilità.

Una misura pratica che le Nazioni Unite possono applicare, per la pacificazione del Paese, può consistere nell’istituzione di una no-fly zone? Lei la suggerì già nel 2011.

Nella situazione in cui ci troviamo, con attacchi a civili, aeroporti, scuole e ospedali, una no-fly zone sarebbe certamente utile. Ovviamente non si tratterebbe di una misura in grado da sola di far giungere il conflitto a una conclusione, ma può sicuramente contribuire a minimizzare le perdite umane.

Ma sono davvero possibili soluzioni affidate a organizzazioni multilaterali, considerando che esse restano composte da Paesi con visioni spesso molto divergenti?

L’Organizzazione delle nazioni unite è, per forza di cose, un contesto molto ampio in cui si trovano Paesi con interessi e visioni contrastanti. Nella stessa Unione europea i diversi Paesi membri hanno posizioni conflittuali riguardo la Libia. La Lega araba è nella stessa situazione. L’unica organizzazione internazionale con una visione più o meno comune sul conflitto è forse l’Unione africana, dal momento che non ha proxy in Libia.

Ritiene che possa avere un’azione più incisiva?

Per i Paesi membri dell’Unione africana, la situazione in Libia costituisce un problema di sicurezza nazionale e, inoltre, non hanno partecipato al conflitto odierno appoggiando uno degli attori sul terreno. Sulla base di questo, ritengo sia possibile auspicare che le Nazioni unite promuovano un ruolo più attivo dell’Unione africana in Libia come parte terza e promotrice di un dialogo. Un ruolo che altre organizzazioni internazionali, a causa di divisioni interne, non possono più ricoprire.

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