L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 5 novembre 2019

l'Economia non sta bene - Il Libero Mercato ha necessità dei soldi che devono arrivare dalle banche centrali, Trump pensava di scaricare la crisi sugli altri paesi da qui il protezionismo e la guerra vera, totale, senza illusioni alla Cina ma una strategia superficiale senza tener conto del contesto globalizzato è fallita

SPY FINANZA/ Il 2008 torna (e il mercato si prepara a sparire)
05.11.2019 - Mauro Bottarelli
L’accelerazione di Aramco verso l’Ipo è sospetta. E non mancano segnali di un ritorno verso il 2008 per i mercati 


Lapresse

Dunque, mettiamo in fila qualche numero e qualche notizia. Nel fine settimana, il gigante petrolifero statale saudita Aramco ha finalmente comunicato la decisione di quotarsi alla Borsa di Ryad il prossimo mese di dicembre: l’attesa per la madre di tutte le Ipo è finita. Per l’esattezza, finirà sul mercato il 3% del pacchetto azionario. Il quale, offrendo alla valutazione dell’azienda un valore medio fra quello massimo (voluto e sperato dalla Casa saudi) e quello minimo (preventivato dalle banche) di 1,5 trilioni di dollari, si sostanzierebbe in circa 45 miliardi di dollari pronti a entrare nelle non più munifiche casse di Ryad, dissanguate da un deficit aggravato dagli ultimi anni di prezzo del petrolio ai minimi. E pare ci sia parecchia fretta, perché stando al Wall Street Journal la fase operativa per il lancio a dicembre dovrebbe iniziare già il 9 novembre prossimo.

Accelerazione sospetta, non fosse altro perché se esiste sul mercato globale un corrispettivo del Godot di Beckett, questa è proprio la Ipo di Aramco. Ora, cotta e mangiata. Sarà. Ma c’è dell’altro. Il gigante energetico statale saudita è lo stesso che non più tardi del 14 settembre scorso sembrava essere stato colpito a morte da un attacco di droni dei ribelli yemeniti filo-iraniani e che, contemporaneamente, si stagliava all’orizzonte geopolitico come la versione 2.0 dell’attentato di Sarajevo: tutti parlavano di guerra all’Iran ormai come imminente e ineluttabile. Insomma, proprio tutti no, ma non sottilizziamo. Si parlò di shock petrolifero degno del 1973, di almeno sei mesi di produzione saudita dimezzata: il 25 settembre, Ryad annunciava il ritorno alla normale operatività di tutti gli impianti. Rispettivamente, il 30 settembre e il 7 ottobre scorsi, poi, Fitch operava due downgrades sul rating di Aramco, portandolo alla pari di quello sovrano saudita. Anche per questo motivo, il 18 ottobre l’azienda annunciava il rinvio dell’Ipo in attesa del risultato della trimestrale, sperando che questa potesse galvanizzare la fiducia degli investitori. Il 3 novembre, infine, la Capital Market Authority saudita rompeva gli indugi e fissava lo sbarco alla Borsa saudita per dicembre.

Ora, io non ho mai guidato un’azienda, né mai lavorato a un collocamento in Borsa, quindi parlo da mero osservatore teorico di cose economiche. Vi pare normale che, dopo aver creato aspettative infinite per lucrare sull’attesa dei mercati e far salire la quotazione, tu corra come un pazzo a collocarti proprio nel momento meno propizio del decennio? A poche settimane dal clamoroso ritiro dell’Ipo di WeWork, dopo un downgrade, dopo un “attentato” che ti avrebbe steso (e invece ti ha visto risorgere come la Fenice), tu rompi gli indugi e in quattro e quattro otto, dai vita a ciò che finora è stato il Sacro Graal dei collocamenti. E infatti, le principali banche mondiali, fiutata l’aria, hanno immediatamente reso note le loro analisi e proiezioni, parlando chiaramente di una valutazione aziendale che sarà ben distante dai 2 triliardi sperati e ribaditi da Ryad. Insomma, ti svendi, da un certo punto di vista. Quindi, da profano, delle due l’una: o sei talmente alla canna del gas che devi per forza accettare ciò che il mercato ti offre. E in fretta. O, esattamente come l’attacco con i droni del 14 settembre, si tratta di un diversivo.

Scommettete che, dopo roboanti proclami e numeri fantasmagorici, si deciderà di attendere la primavera 2020 per lo sbarco in Borsa, citando condizioni di mercato avverse, cavallette o quant’altro? E quale effetto sortirebbe questo, a livello di mercati globali? Come reagiranno, dopo due flop colossali come le Ipo di WeWork (annullata sine die) e quella di Aramco (annunciata e poi ancora rimandata)?

Non bene. E cosa accade nel mondo del new normal, quando Borse e rendimenti obbligazionari cominciano a fare i capricci? Et voilà, le Banche centrali entrano nella cabina del telefono vestite da Clark Kent e ne escono travestite da Superman. Guardate questo grafico: avete ancora dubbi sulla reale ragione che, il 17 settembre scorso, ha portato la Fed a un ritorno in fretta e furia agli acquisti diretti sul mercato, prima attraverso aste repo per placare l’interbancario e poi con un Qe tout court?



Il problema è uno solo. Enorme, però. E strutturale. Chi tira i fili e sta nelle stanze che contano, sa che i pannicelli caldi messi in campo finora da Fed e Bce servono soltanto a guadagnare tempo. Poco. Ma non potranno tamponare tutte le falle che, giorno dopo giorno, si aprono in ambiti sempre diversi del mercato: occorre un ritorno all’alluvione sincronizzata di liquidità pre-Bernanke, occorre che Banche centrali di Usa, Ue e Giappone entrino in modalità forza quattro. Altrimenti, stavolta si rischia di non dover soltanto cercare i cadaveri fra le macerie della Lehman Brothers di turno. E ogni giorno, il mercato invia un segnale. Ogni giorno, uno scricchiolio. Si danza sul filo. E, quindi, occorre arrangiarsi. Ricorrere a ogni mezzuccio possibile, a ogni dissimulazione accettabile.

Scusate, avete notizie del drammatico scontro commerciale fra Usa e Cina? Eppure, saremmo formalmente solo alla cosiddetta “Fase uno”, senza nemmeno una firma apposta su un documento ufficiale. Ma le nuove tariffe, quelle che dovevano entrare in vigore il 15 ottobre scorso sono state scampate. E vedrete che anche quelle del 15 dicembre salteranno. A meno che non serva un detonatore ulteriore, volendo accettare la mia ipotesi riguardo lo strano tempismo sulla quotazione di Aramco. E vi spiego perché.

La scorsa settimana, Donald Trump ha annunciato l’uccisione in un raid della Delta Force del capo spirituale e politico dell’Isis, Al-Baghdadi. Immediatamente, in tutto il mondo è tornato l’allarme terrorismo, legato anche ai presunti miliziani fuggiti dalle prigioni gestite dai curdi. Sapete nelle stesse ore cosa veniva reso noto in America? Questo: l’aumento del 24% su base annua dei fallimenti legati al comparto agricolo. Ovvero, la base elettorale di Donald Trump, soprattutto nel Mid-West.



E questo è strettamente collegato alla questione dei rapporti con la Cina, visto che proprio il bando all’export di prodotti agricoli verso Pechino ha messo in ginocchio moltissimi produttori a stelle e strisce, soprattutto riguardo la soia. La questione sembrava risolta, poiché la Cina non riusciva più a fare fronte all’emergenza della febbre suina che decimava gli allevamenti e aveva spedito il costo della carne di maiale alle stelle. L’America era pronta a fornire il suo aiuto, lautamente pagato. Tutti contenti. Il problema è che, al netto dell’accordo che verrà, quei fallimenti invece si sono già registrati: libri in tribunale, aziende chiuse, famiglie senza uno stipendio, raccolti abbandonati. Tutto successo, tutto divenuto realtà. Non propaganda o tweets. Oltretutto, proprio nel cuore della Real America a cui Donald Trump aveva promesso il suo aiuto, ma che, al netto di un pacchetto di stimolo federale (finito oltretutto all’80% a beneficio dei grandi produttori di Texas e Florida), si è vista invece abbandonata.

Wall Street, invece, scoppia di salute. Nonostante il carico di esposizione alla leva, debito e distorsioni su cui è seduta. Ci pensa la Fed. In Europa, ci penserà Christine Lagarde. In Giappone, se andrà male, la Bank of Japan comprerà tutti gli Etf esistenti e tutti i residui bond sul mercato, eliminando i criteri di eligibilità temporale. E poi? Siamo, come diceva il professor Giulio Tremonti intervistato da SkyTg24, alla vigilia di un possibile e probabile nuovo evento di credito di dimensioni epocali, un altro 2008. Certo, da un lato c’è l’esperienza acquisita in questi 11 anni che potrebbe giocare a nostro favore, ma si tratterà, in caso davvero le Banche centrali entrino in modalità super-eroi, di un passo verso il baratro. Perché non ci sarà più mercato, sarà stato ucciso del tutto. Ci saranno solo banchieri centrali. A cosa potrebbe portare, politicamente, una deriva economico-finanziaria simile, a vostro modo di vedere? Riflettete, prima che sia tardi davvero. 

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